
“Lo
straniero” è ricordato all’unanimità
(lo stesso regista la pensava così) come
il film più malriuscito di Visconti. Ma
alla luce del pregevole restauro, risalente ormai
al 99, a cura della Scuola Nazionale di Cinema
verrebbe da ricredersi o, almeno, di fare della
sana revisione storica.
Dai documenti viscontiani risulta infatti chiaro
ciò che ha reso calligrafico il film –
e chi conosce il suo cinema sa che l’artista
milanese era invece maestro nell’adattare
i libri per lo schermo -: la vedova Camus.
Il libro di Albert Camus è stupendo, ma
lo era anche l’idea di Visconti di raccontare
la storia secondo i vari punti di vista (Mersault,
assassino per stanchezza; gli amici della vittima;
la fidanzata di Mersault; i poliziotti vicini
di casa ecc.), con una struttura a falsh back
un po’ alla Rashomon. Madame Camus invece
pretese che il libro fosse rispettato alla lettera,
non una parola in più né una in
meno, e mise un suo supervisore di fiducia alla
sceneggiatura, col risultato di ottenere un film
in stile sceneggiato televisivo, e infedele nelle
atmosfere e significati.
Visconti si ribellò prima, si disgustò
dopo, ma fu obbligato da De Laurentiis a realizzarlo,
e per di più con per protagonista Marcello
Mastroianni, che è sì un grande
attore, e caro al regista, ma è troppo
bonario e romano per il ruolo (per il quale il
regista aveva sognato il più indicato Alain
Delon) e trasforma il nichilismo e l’atarassia
di Mersault in semplici menefreghismo e pigrizia.
Eppure, sebbene sia nato male, “Lo straniero”
è un film che vale più dei prodotti
medio-alti del cinema contemporaneo. Visconti
lascia la sua impronta nelle inquadrature, nei
ritmi, nei colori, soprattutto nel magnifico
nero nichilista in cui sprofonda il protagonista
alla fine della storia
Quindi benvenuto al restauro, che se purtroppo
non ha riportato, come si sperava, il film nelle
sale, lo ha almeno reso accessibile in dvd,
insieme a una serie di altri restauri viscontiani:
Ossessione, La terra trema, Il gattopardo, Senso;
ai quali speriamo che si aggiungano le rimanenti
opere, per completare la filmografia.
Luchino Visconti è infatti un regista
che troppi pochi critici e colleghi apprezzano
adeguatamente (ci vengono in mente i nomi di
Lino Micciché, Carlo Lizzani, Martin
Scorsese, Michael Cimino) mentre i più,
soprattutto all’estero, sono pronti a
magnificare Fellini o Rossellini. Nulla contro
gli altri grandi testé citati, per carità,
ma ci sembra che il cinema di Visconti dovrebbe
essere meglio conosciuto e non limitato a semplici
cliché (quelli del melodrammatico e del
decadente, oppure del neorealista, a seconda
delle opere prese in considerazione), soprattutto
dalle giovani generazioni, perché ha
toccato punte estetiche e abissi dell’anima
come forse nessun altro e, spesso, la visione
dei suoi film è un’esperienza esistenziale.
Non solo esistenzialista, come “Lo straniero”.