
La
vena melodrammatica con inclinazione alla tragedia
di Luchino Visconti affiora anche nel cosidetto
periodo neorealista, nel Cinema Viscontiano in
bianco e nero apparentemente lontano dalla sontuosa
decadenza del secondo periodo e che affonda le
sue radici nella miseria quotidiana e, come sempre,
nella matrice letteraria. Perfino “La
terra trema”, tratto dai Malavoglia
di Verga, film che forse più di ogni altro
si aggiudica l’appellativo di neorealista,
trabocca di passione. E le passioni viscontiane
finiscono sempre con l’esplodere confondendosi
ai propositi di ritratto sociale.
Due gli esempi più eclatanti: “Ossessione”
e “Rocco e i suoi fratelli”.
Il primo parte come una trasposizione in ambiente
padano di “Il postino suona sempre
due volte” di James Cain. Già
la scelta di un classico americano tutto strade
e polvere, con un delitto come fulcro della
vicenda, dimostra la complessa e vasta formazione
letteraria del regista che esordisce al Cinema
quasi quarantenne e in pieno periodo bellico.
Dopo l’invasione di un cinema edulcorato
approda con lui sugli schermi italiani una cruda
realtà fatta di miseria e di violenza
che eredita non solo i climi dell’ on
the road americano ma anche le atmosfere del
noir francese.
Giovanna Bragana, una sfatta e perduta Clara
Calamai, ha sposato un vecchio grasso e ripugnante
per avere uno spaccio sull’argine del
Po, per smettere di “essere invitata a
cena dagli uomini” e per quello spaccio
incita all’omicidio il vagabondo Massimo
Girotti. Un film di luci ed ombre, di caldo
e squallore, un noir nostrano come non ne furono
mai più girati. E in quell’ambientazione
così realistica nel dettaglio emergono
accenti di tragedia shakespeariana, gli stessi
che irruppero anni dopo con “La caduta
degli dei” fondendosi ai motivi ispiratori
di Dostojevski e della mitologia germanica.
Basti pensare al rientro di Gino Costa e Giovanna
Bragana allo spaccio deserto, dove il rimorso
attanaglia il vagabondo ormai colpevole ormai
costretto “a fare la guardia alla casa
di un morto”, quasi fossero un Macbeth
e una Lady Macbeth di piccola quotidiana disperazione.
E anche la deliziosa scena del concorso lirico
rivela quell’amore per il melodramma che
fa da filo conduttore a tutta l’opera
viscontiana.
“Rocco e i suoi fratelli”, ambientato
in una Milano di immigrati all’inizio
degli Anni Sessanta, in epoca contemporanea
all’anno in cui fu girato, prende spunto
da diversi racconti da “Il ponte
della Ghisolfa” di Giovanni Testori
e proprio dietro il ponte della Ghisolfa avviene
lo scontro sanguinoso tra i due fratelli per
amore della stessa donna, Nadia, la prostituta
che non riesce a redimersi. Alcune pagine di
Testori sono riprese alla lettera, come nell’episodio
del Duilio (“Viola: il colore dei campioni
e delle soubrettes”) altri abilmente mescolati
in una storia immersa nelle nebbie, nelle periferie
e nel sudore delle palestre di pugilato.
Una storia che però è anche una
saga familiare in crescendo drammatico che arriva
all’odio tra fratelli e all’epilogo
di sangue nel gelo dell’Idroscalo (ricostruito
in studio per problemi con la censura che all’epoca
sforbiciò il film delle scene più
cruente). E anche la madre Rosaria Parondi ha
il volto da tragedia greca di Katina Paxinou
che conferisce all’italianità verace
del suo dialogo un accento drammatico in più.
C’è un senso di fatalità,
di destino tragico, che incombe sui fratelli
giunti al Nord in cerca di un ruscatto, diverso
dalla tragicità milanese dei racconti
di Testori.
Così ad ogni film Visconti filtra la
matrice letteraria con il proprio umore e clima
personale. Come regala a Mastroianni “Le
notti bianche” o arricchisce “Senso”
di Camillo Boito dei dialoghi di Tennessee Williams
e Paul Bowles intingendolo nel melodramma e
rendendolo l’apologia di un mondo in declino.