
Quando
nel ‘98 vi furono le manifestazioni per
il 75° anniversario della morte di Marcel
Proust, la città di Liegi, tra le varie
iniziative, propose una mostra con le foto scattate
da Claude Schwartz sulle location del film che
Luchino Visconti avrebbe voluto trarre dalla “Ricerca
del tempo perduto”. Purtroppo queste foto,
qualche brano d’intervista in cui Visconti
parla del progetto (Alain Delon avrebbe dovuto
esserne protagonista), e un pezzo di sceneggiatura
(il bellissimo episodio della Lanterna Magica)
sono tutto ciò che ci resta dell’unico
film che si sarebbe potuto realizzare dal capolavoro
proustiano. Si sa: la “Recherche”
è un libro infilmabile. Chi ci ha provato
ha dovuto rinunciarvi o ha raggiunto risultati
sconfortanti, a meno di non voler considerare
“C’era una volta in America”
un suo libero adattamento.
Ma il grande Luchino avrebbe potuto farne qualcosa
di buono, perché i punti di contatto tra
i due artisti sono molteplici. “Ebbene sì,
sono un decadente”, aveva un giorno dichiarato
con malcelato orgoglio Visconti a proposito della
sua scelta di metter in immagini “L’innocente”
di D’Annunzio.
I suoi film, dal “Gattopardo” alla
“Caduta degli dei” fino a “Gruppo
di famiglia in un interno”, parlano della
fine di un’epoca e di una società;
dal decadente Thomas Mann di “La morte a
Venezia” ha tratto la sua pellicola capolavoro;
ma non è tutto qui. Ci sono alter coincidenze.
Una passa proprio per Mann: l’altro sogno
irrealizzato di Visconti era attorno ad un altro
libro infilmabile, “La montagna incantata”;
Mann scrive la sua pietra miliare contemporaneamente
a Proust ed entrambi usano l’immagine del
sanatorio come simbolo della vita (anche se in
Mann è una figura centrale,mentre Proust
vi accenna solo come ulteriore spiraglio autobiografico).
E poi: Visconti appartenne al mondo dei Guermantes
(St. Loup addirittura assomiglia fisicamente al
giovane Luchino); Visconti ama la pittura, come
Proust; Visconti ama Venezia, come Proust; Visconti
ama i cavalli, come Proust; Visconti ama la musica,
come Proust; Visconti ama anche i ragazzi, come
Proust. Non conosciamo i gusti alimentari di Visconti,
ma non ci stupiremmo di scoprire che era un raffinato
gourmand, come Proust.
Insomma, il piccolo borghese di Auteil ha coltivato
un gusto, un ideale, un mondo che già sapeva
finire al quale il cineasta milanese apparteneva
per diritto di nascita: e se il Marcel fittizio
muore disvelandone i limiti e gli illusionismi,
forse il Marcel reale muore per non vederne la
fine ed evitando d’assistere alla salita
al potere dei nazisti. Visconti può invece
testimoniare tutto ciò. Ed è forse
per questo che non riesce a realizzare il suo
progetto: le previsioni proustiane si sono rivelate
troppo tragicamente reali.