
Luchino
Visconti, nel corso di 40 anni di carriera, ha
realizzato la regia di 48 spettacoli di prosa,
che spaziano dal teatro greco a quello contemporaneo,
sia in italiano che in francese, e che hanno lasciato
il segno nella storia del teatro; di 20 opere
liriche (memorabili quelle con la Callas), 2 balletti
e persino una rivista. Purtroppo di tutto ciò
ci restano solo foto di scena e rari spezzoni
filmati: il teatro, si sa, è scritto sull’acqua.
Fortunatamente, l’artista si è anche
dato al cinema: 14 lungometraggi, 3 episodi in
film collettivi (Siamo donne, episodio “Anna
Magnani”, delizioso; Bocacccio ’70,
episodio “Il lavoro”, con Romy Schneider
e Tomas Milian; le streghe, episodio, “La
strega bruciata viva”, con Silvana Mangano
e Massimo Girotti e l’esordiente Helmut
Berger), 3 documentari (Giorni di gloria –
sul processo e la fucilazione di Pietro Caruso
e di Pietro Koch – Appunti su un fatto di
cronaca, Alla ricerca di Tadzio) e 2 aiuto-regia
(Une partie da campagne e La Tosca, entrambi di
Jean Renoir).
Vediamo insieme i lungometraggi.
Ossessione (1942-43, con Clara
Calamai e Massimo Girotti). “Il postino
suona sempre 2 volte” in versione padana.
Felice mix di noir alla francese, all’americana
e di neorealismo ante litteram, in pieno fascismo.
Una pietra miliare.
La terra trema (1948, con abitanti
di Aci Trezza). Episodio del mare, recita il sottotitolo:
tratto dai “Malavoglia” di Verga doveva
essere la prima parte di un progetto a più
ampio respiro. Interpretato da autentici pescatori
siciliani e parlato in dialetto: se il film precedente
inizia il neorealismo, qui lo si porta all’esasperazione.
Ma il gusto per le inquadrature e il lirismo non
sono certo da cine-verità.
Bellissima (1951, con Anna Magnani
e Walter Chiari). Da un’idea di Cesare Zavattini,
una dura denuncia contro Cinecittà, ma
col tono della commedia. Costruito attorno alla
Magnani (la maternità l’aveva costretta
a rinunciare ad Ossessione), che in parte improvvisa,
e regala una delle sue interpretazioni più
belle
Senso (1954, con Alida Valli,
Farley Granger, Massimo Girotti). Ispirato a una
novella di Boito, è il capolavoro dei film
drammatici e sentimentali, con per sfondo una
Terza Guerra d’Indipendenza letta in chiave
critica (fu anche censurato per questo!). Colonna
sonora sugli scudi (la 7° di Bruckner e il
Trovatore di Verdi). Ogni immagine è un
quadro.
Le notti bianche (1957, con Marcello
Mastroianni e Maria Schell). Al contrario della
precedente, è un’operina malinconica
e tutta girata in studio. Dostoevskij in versione
“travet”. Un film minore, ma con un
finale che strappa il cuore.
Rocco e i suoi fratelli (1960,
con Alain Delon, Annie Girardot, Renato Salvatori).
Si torna al realismo, con una storia privata d’immigrazione
e sentimenti (e boxe) che inizia come una commedia
di costume e finisce in tragedia. Ispirato a Testori,
è ancora oggi ricordato per le sue traversie
con la censura, che ne oscurò le scene
più forti e lo vietò ai minori.
Una delle pellicole girate a Milano di cui la
città va più orgogliosa
Il Gattopardo (1963, con Burt
Lancaster, Claudia Cardinale, Alain Delon). Dal
bel romanzo postumo di Tomasi di Lampedusa , un
film potente, magnifico, che ha scolpito una certa
immagine della Sicilia nell’immaginario
collettivo. È forse l’opera più
famosa, e “completa”, di Visconti.
Memorabile la sequenza del ballo.
Vaghe stelle dell’Orsa (1965, con Claudia Cardinale e Jean Sorel). A
parere della scrivente, il passo falso del regista.
Storia d’amore tra fratello e sorella, che
vuole portare la tragedia greca tra le mura dell’alta
borghesia, ma lo fa con poco nerbo. Per gli ammiratori
della Cardinale.
Lo straniero (1967, con Marcello
Mastroianni). Diligente messinscena del romanzo
di Camus. Rinnegato dal regista, ma con un finale
degno. Per approfondimenti in merito, vedi il
nostro articolo monografico.
La caduta degli dei (1969, con
Ingrid Thulin, Helmut Berger, Dirk Bogarde, Helmut
Griem). La rinascita di Visconti dopo un periodo
interlocutorio, e l’inizio della sua trilogia
germanica. Splendori, crudeltà e decadenza
di una famiglia tedesca negli anni ’30.
Un inquietante incrocio tra Thomas Mann, Dostoevskij
e Shakespeare. Disponibile un approfondimento
monografico sul soggetto.
Morte a Venezia (1971, con Dirk
Bogarde, Bjorn Andersen). Dal romanzo breve di
Mann che racconta come un amore senile può
diventare un invito alla morte, un film perfetto
in ogni aspetto e dettaglio. La quintessenza del
decadentismo, con una grandiosa colonna sonora
firmata Mahler e una memorabile interpretazione
di Dirk Bogarde . Imperdibile.
Ludwig (1972-73, con Helmut Berger,
Romy Schneider, Trevor Howard, Umberto Orsini).
Quattro ore di “indagine” sulla vita
e la morte del Re Pazzo di Baviera, tutto girato
sui luoghi reali. Straordinario per spessore il
giovane Berger. Il testamento artistico e spirituale
di Visconti, che si ammalò durante le riprese.
Anche qui, disponibile un nostro approfondimento
monografico
Gruppo di famiglia in un interno (1974, con Burt Lancaster, Helmut Berger, Silvana
Mangano). Un film semplice ed intimo, tutto girato
in interni: un regalo dei collaboratori per farlo
tornare sul set. La sceneggiatura vuole essere
al passo coi tempi ed è solo datata, ma
il personaggio del professore è toccante
e bellissimo, e Lancaster grande nell’interpretarlo.
L’innocente (1976, con
Giancarlo Giannini, Laura Antonelli, Marc Porel).
Dannunziano nel testo, nella forma e nello spirito.
Come tutti i film completati postumi, però,
sarebbe stato meglio non fosse stato realizzato.
Visconti avrebbe preferito girare “Il piacere”,
ma i diritti erano già impegnati e ripiegò
su questo soggetto. Meglio comunque il film sbagliato
di un grande che il film riuscito di un mediocre.