
“Cosa
m’importa se abbiamo vinto in un posto chiamato
Custoza quando so che perderemo la guerra e il
mondo a cui apparteniamo tu e io scomparirà.....”
Franz Mahler, seduttore e disertore, nel momento
in cui si svela nella sua meschinità, senza
l’alone di “romantico eroe”,
rivela anche la propria amarezza di appartenere
ad un mondo che volge al declino. Siamo alla scena
madre di “Senso”, grandioso affresco
risorgimentale, capolavoro assoluto del melodramma:
vederlo è come attraversare una galleria
di quadri, da Hayez a Fattori. E, giunti al culmine,
affiora l’essenza della poetica di Luchino
Visconti: nello splendore dell’ultimo ballo
del “Gattopardo”, nella morte dei
vicoli di Venezia dove il prof. Aschenbach insegue
la bellezza irraggiungibile di Tadzio, nella caduta
e nel disfacimento malato della famiglia Von Essenbeck,
nel folle sogno di Ludwig, Visconti contempla
la fine di un mondo, il suo, in cui, aristocratico
raffinato e colto, era cresciuto e che sapeva
morente. Pur proclamandosi intellettuale di sinistra,
poteva far sue le parole del Principe di Salina
“Noi fummo i gattopardi, i leoni, e dopo
di noi verranno le jene e gli sciacalli”.
Con precisione maniacale Visconti ricostruisce
in ogni minuto dettaglio le meraviglie decadenti
che colmarono la sua infanzia e le pagine degli
autori da lui più amati, da Thomas Mann
a D’Annunzio (due soli sogni non riuscì
a realizzare: “La montagna incantata”
di Mann e “La recherche” di Proust),
dona alle visioni femminili il bellissimo volto
di sua madre (Silvana Mangano in “Morte
a Venezia”), trasmette nella cinematografia
la stessa perfezione delle sue regie liriche e
teatrali (delle quali non ci restano, purtroppo,
che testimonianze fotografiche). Anche l’opera
irrompe nei suoi film insieme all’amore
per tutte le altre arti: l’inizio di “Senso”
con la rappresentazione del “Trovatore”
alla Fenice, la gara di lirica di “Ossessione”,
la scena nei palchi di “Le notti bianche”,
l’amicizia tra Ludwig e Wagner la cui splendida
musica commenta dolorosamente l’inseguimento
della bellezza da parte del re folle e il suo
ostinato rifiuto della mediocrità. Anche
l’Aschenbach di “Morte a Venezia”
è trasformato da scrittore a musicista,
con una strana somiglianza fisica con Mahler,
e la musica di quest’ultimo, eletta a colonna
sonora del film, ne sottolinea i momenti più
alti (il pianto misto a riso di Dirk Bogarde nella
piazzetta deserta è una delle cose più
belle che il cinema abbia visto). Eppure, straordinariamente,
Visconti iniziò nel Cinema come neorealista,
anche se a ben guardare, il “neorealismo”
di Visconti vibra della sua inconfondibile passionalità.
(cfr. il nostro approfondimento)
Un divertimento si concedeva Visconti, quello
di fare da pigmalione ai suoi interpreti. Prende
un aitante attore d’azione americano, Burt
Lancaster, e ne fa un vecchio principe siciliano,
incontra uno splendido ragazzo austriaco, Helmut
Berger, e lo trasforma in Ludwig di Baviera, gonfio
di malanni e solitudine. Un film storico grandioso
e potente, della durata di quattro ore, inquadrato
come un processo. Lo stesso Berger è un
giovane tarato e perverso in “La caduta
degli dei”, storia di un nido di vipere
sul cupo sfondo del nazismo dove Macbeth e Amleto
si mescolano a Wagner e Dostojevski.
Dopo la “trilogia germanica” Visconti
si ammala, abbandona le matrici letterarie e gira
un film che gli consente di non allontanarsi dall’appartamento
romano in cui ambienta la vicenda di “Gruppo
di famiglia in un interno”. Il professore
interpretato da Burt Lancaster, trincerato nel
suo mondo d’arte davanti alla volgare irruenza
dei nuovi vicini che lo costringono, suo malgrado,
a svegliarsi “da un sonno sordo come la
morte”, è forse il personaggio viscontiano
più autobiografico. E anche se l’anno
dopo girerà “L’innocente”,
si può considerare questo il suo testamento
spirituale.