Mentre
ci si interroga sulla correttezza politica da
imporre alla cinematografia e su quali debbano
essere i limiti insuperabili (e da superare quanto
prima) nell’ ambito della cosiddetta tv
spazzatura, cala il sipario su una delle stagioni
più vergognose nella storia della Formula
Uno, spettacolo già scarsamente spettacolare
adesso che l’elettronica ha sostituito il
talento. Sin dalla primavera, la farsa targata
Hamilton si è resa chiara in tutto il suo
squallore. Esordiente, l’anglo-caraibico
della Maclaren, da subito designato per la vittoria
finale, ha posto termine prematuro all’
era Alonso, due volte campione del mondo e relegato
a seconda guida senza un contratto che lo designasse
come tale. Prima la Spy Story ai danni della Ferrari,
conclusasi con una pena per la squadra inglese
solo nel campionato costruttori, non in quello
piloti (Hamilton doveva vincere ad ogni costo),
poi gli innumerevoli favori da parte degli uomini
di Ron Dennis e della Federazione al giovane in
primo piano (si ricordi, uno su tutti, l’episodio
del Nurburgring, quando un muletto, ripeto, un
muletto alzò la sua vettura impantanata
e la rimise in pista: mai visto niente di simile
prima di quel gran premio), infine la gara terrificante
del Giappone. Massa e Raikkonen penalizzati perché
scesi in pista con gomme intermedie quando si
era imposto l’uso dei pneumatici da bagnato
estremo. Secondo la versione di Maranello, nessuno
aveva avvertito il team italiano di simili, insoliti
imperativi. A due gare dalla conclusione, meglio
farebbero gli amanti dei motori a sintonizzare
i piccoli schermi sui cortometraggi di Stanlio
e Olio, la domenica pomeriggio, assistendo così
ad una burla per definizione, ed evitando quella
che ha infettato lo sport negli ultimi anni. Quando
il cambio era meccanico e nulla di elettro-assistito
facilitava la guida delle monoposto, emergevano
i veri campioni, coraggiosi mistici della velocità
o perfetti strateghi. Oggi chiunque, con un minimo
di talento, può guidare una Formula Uno,
e certi fenomeni immediati lo dimostrano. Non
esiste più apprendistato, lunga gavetta
nelle scuderie minori. Arriva un ragazzo carino,
a modo, senza dubbio non privo di capacità,
e si ritrova la macchina migliore del mondiale,
il team intero dalla sua parte e circuiti dove
l’ingegnere e l’aerodinamico sono
i veri vincitori. Pianificazioni, giri di scommesse,
favoritismi, giochi sporchi fuori dalle gare,
ecco il panorama di un mondo che dovrebbe dare
l’esempio. Allora, finzione per finzione,
tanto varrebbe seguire il Wrestling, dove ogni
cosa è simulata e lo sappiamo bene. Lasciando
perdere le terribili vicende private di alcuni
lottatori, nessuno può, anche solo per
un istante, avere sospetti sull’ irrealtà
dei pugni e dei calci che volano durante quegli
incontri grotteschi. Grandi acrobati, grandi cascatori
per una perdita di tempo che senza dubbio è
diseducativa ma, se non altro, evita ogni ipocrisia.
Il fasullo portato a sistema, elevato a divertimento
puro, risulta accettabile agli occhi di spettatori
consenzienti. Dall’Australia in poi, nella
dimensione un tempo quasi divina dei bolidi a
ruote scoperte, abbiamo assistito alla ragione
economica, al trionfo dei diritti televisivi contro
lo spirito ardimentoso che spingeva gli antichi
piloti. Finita l’era del mito, è
subentrata quella aziendalistica di calcolatori,
pedine e freddi burocrati. Non è la violenza
di Tarantino a turbare le menti vergini, non è
la monotonia del cinema italiano a preoccupare,
ma l’abitudine crescente, fra gli spettatori,
di ritenere scontato quanto sopra si riporta.
E’ tutto finto, è tutto prestabilito,
non c’è niente di autentico, ma va
bene lo stesso, così è il mondo
e basta che giri. Ecco la resa, la vera società
alla deriva. Lo spettacolo diventa necessariamente
falso con il consenso della massa, che giustifica
in tal modo ogni falsità. Ciò che
vediamo non corrisponde al vero, e perfino consultando
internet potremmo provarlo, ma nessuno se la sente
di alzare la voce, e assistiamo così all’auto-privazione
della libertà da parte di folle confuse
e disperse, in vendita al miglior offerente di
idee o filosofie. E meno male che, il nostro,
dovrebbe essere il tempo degli eroi.
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