Il primo libro che lessi,
da bambino, fu una bella versione cartonata de
Il giglio nero, scritto a sei mani da
Marion Zimmer Bradley, Julian May e Andre Norton:
lo trovai in un’assai poco fornita cartolibreria,
sperduta in un paesino dell’hinterland milanese
dove allora lavorava mio padre. Quel romanzo ebbe
tre effetti su di me: in primo luogo, mi avviò
alla lettura; mi fece inoltre imparare il significato
della parola “lungimirante” e, infine,
mi spinse ad entrare di nuovo in una libreria
per cercare altre opere simili.
Fu quindi la volta de I draghi del crepuscolo
d’autunno, di Margaret Weis e Tracy
Hickman: in una delle ultime pagine del volume,
c’era una sorta di disclaimer – a
metà fra il pubblicitario e i soliti ringraziamenti
da postfazione – che ricordava come il mondo
di Dragonlance fosse nato, prima di tutto, come
ambientazione per un gioco di ruolo, Dungeons
& Dragons.
Avevo appena dodici anni e, allora, il termine
gioco di ruolo non aveva significato per me: ricordavo,
però, di averlo già incontrato,
nel manuale di un boardgame molto in voga all’epoca,
Heroquest, che proprio su Dungeons & Dragons
si era basato ed ispirato. Così, prendendo
come segno del destino quel secondo incontro fortuito,
costrinse i miei genitori ad una lunga peregrinazione
fra tutti i negozi di giocattoli che conoscevo,
per cercare che cosa fosse mai quel gioco di ruolo
di cui avevo letto, ma nulla conoscevo.
In un negozietto che oggi non esiste più,
sostituito da una farmacia alternativa d’ispirazione
orientaleggiante, trovai la famigerata Scatola
Rossa che, oggi, non può che far suonare
campanelli di malinconia in tutti coloro che si
sono avvicinati al gioco di ruolo nei primissimi
anni ’90. Il vero nome di quella scatola
era, ed è, Basic Set e conteneva
le regole fondamentali del gioco e le istruzioni
per gestire personaggi dal primo al terzo livello.
In afosi pomeriggi d’estate, seduti a terra
sul fresco pavimento di un garage, io e un gruppo
di compagni di scuola creammo i nostri personaggi
– non ricordo, purtroppo, nemmeno il nome
di quel mio primo Mago – e giocammo l’avventura
base contenuta nella scatola.
Fu il nostro Master d’allora, che non vedo
più da quell’estate o poco oltre,
durante una gita a Milano, a reperire l’Expert
Set, che ci avrebbe permesso di traghettare
i nostri personaggi fino al quattordicesimo livello.
Ricordo ancora vividamente quelle prime, ancorché
rudimentali, esperienze di gioco: ricordo l’ansia
d’ogni porta aperta nel sotterraneo, lo
scappare dai nemici troppo potenti e la trepidazione
nell’aprire i polverosi forzieri dei tesori.
Lasciate che racconti una scena: debellata la
minaccia di quattro grossi ragni pelosi, il manipolo
d’eroi s’avvicina alla nicchia nel
muro e scosta il pesante arazzo che nasconde il
tesoro alla vista. Il Mago Senza Nome, con aria
di superiorità un po’ snob, guarda
dall’alto in basso i suoi compagni d’avventura
e, con occhio esperto, soppesa i calici d’argento,
gli anelli ingemmati e le consunte pergamene.
«Ecco!» esclama trionfante, dopo aver
passato le mani sopra il piccolo cumulo d’oro
e gioielli. «Sento un grande potere fluire
da quest’anello» dice in sussurro
che il giocatore vorrebbe evocativo d’arcani
misteri e conoscenze sepolte: «Lo sceglierò
per me, e voi abbiate il resto» conclude
il Mago, infilandosi al dito il piccolo anello
d’oro.
E un bambino di dodici anni solleva speranzoso
gli occhi verso il Master, che – gongolando
– annuncia che l’anello è stregato,
non può essere tolto se non da un grande
arcimago e ha l’unico, terribile effetto
di sottrarre ben dieci punti alla caratteristica
di Intelligenza di chi lo porta. Il bambino smette
di sorridere, corruga le sopracciglia e abbassa
il capo pensieroso.
Il Mago Senza Nome si volge verso gli altri avventurieri
e, con una voce cavernosa, proclama il proprio
eroismo: «Amici, ringraziatemi: ho scelto
di portare io il fardello di quest’anello
maledetto che, fosse capitato ad uno qualunque
di voi, v’avrebbe ucciso. Solo questo ora
vi chiedo: accompagnatemi a trovare Par-Salian,
l’Arcimago della Gilda – ché
egli solo può aiutarmi».
Ed è l’inizio di un nuovo viaggio,
nuovi incontri e nuovi pomeriggi vuoti d’agosto,
passati a vivere una storia bella quanto quella
che, la sera, si legge prima di andare letto:
bella forse di più, perché fatta
da noi, raccontata gli uni agli altri come un
racconto attorno al fuoco, dove non ci sono narratori
e ascoltatori ma tutti che, in parti uguali, partecipano
a creare qualcosa di grande, insieme.
Gary Gygax si è spento il 4 marzo del 2008.
Ed è a lui che dobbiamo tutto questo. Grazie.
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