La
ragazza del lago, noir intimo di Andrea Molaioli,
ha vinto dieci David di Donatello, ottenendo anche
un ritorno nelle sale cinematografiche, messaggio
per quelli che, all’epoca, come il sottoscritto,
se lo lasciarono sfuggire. Era facile la tentazione,
in fondo: poco pubblicizzato, poco mainstream,
una storia piccola e semplice, paesaggi –
della natura e dell’anima – lontani
dal sensazionalismo.
Grandissimo errore: per una volta – purtroppo
succede sempre più raramente – un
premio o, come in questo caso, una cascata di
premi, è davvero in grado di mandare un
messaggio agli spettatori, un consiglio: quello
di entrare al cinema e vedere La ragazza del
lago, perché è un grande film,
un grande film italiano.
La ragazza del lago inizia come Twin
Peaks, con un corpo bianco come una statua
abbandonato in riva all’acqua: come allora,
anche adesso la telecamera s’immerge in
quella vita di provincia cheta che, come uno specchio,
cela al proprio interno scheletri non di odio,
ma di dolore, di colpa. Ed è questa dimensione
umana, aiutata da grandi prove attoriali, Toni
Servillo su tutti e un’intensa Valeria Golino
– che, nei pochi minuti concessi dalla sceneggiatura
serrata, ruba la scena –, che rimane impressa
al termine della proiezione: un’umanità
semplice ma ferita, offesa ma forte, che riesce,
infine, a stringersi in «social catena»,
per andare avanti.
Splendido nella sua fotografia umida, curata da
Ramiro Civita, nella sua recitazione composta
e trattenuta che è, in primo luogo, correlativo
oggettivo di un dolore opaco, nella sua regia
avvolgente, immersiva, acquatica verrebbe persino
da dire, il film di Andrea Molaioli riesce nel
difficile equilibrio d’esser, insieme, un
noir e un dramma, attuale e generale, studio di
caratteri e cronaca.
All’altro importante film italiano della
stagione, quel Caos calmo che invece
ha goduto di un battage pubblicitario sensazionalistico,
premi a Margherita Buy, Alessandro Gassman e Paolo
Buonvino per le musiche. Sono tuttavia le scelte
riguardanti i film stranieri, Irina Palm
per l’Unione Europea e Non è
un paese per vecchi per il resto del mondo,
a segnalare una consonanza d’intenti con
il pluripremiato La ragazza del lago:
piccoli mondi antichi travolti dalla modernità,
consuetudini antiche spezzate dalla necessità
e dal dolore, volti scavati di vecchi cui non
difetta tanto la speranza, quanto la fede nella
possibilità che una speranza esista.
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