IT

16/10/2017

di Andy Muschietti
con: Bill Skarsgård, Owen Teague, Jaeden Lieberher, Finn Wolfhard, Wyatt Oleff, Sophia Lillis

E’ assai raro trovare un film che sia degno di Stephen King, della sua prosa e del suo terrore profondo. Lo stesso Shining, gran cult visionario di Kubrick, ne tradisce lo spirito trascurando quell’orrore più intimo e nascosto che nasce dai sensi di colpa e dal disastro famigliare. Per IT c’erano grandi aspettative, suggerite anche dal trailer e quell’incipit con l’inseguimento della barchetta di carta sotto la pioggia battente. Purtroppo, ci duole dirlo, il film di Andy Muschietti non mantiene le promesse, puntando assai più sull’orrore visivo e plateale che sull’inquietudine interiore.
Alla fine, dopo tanti incubi e mostruosità, bagni di sangue ed altre visioni orrorifiche, di paura autentica se ne prova poca e questo è grave per una storia alla cui base sta la forza sotterranea di una creatura che incarna le paure peggiori di ognuno, prendendone la forma. Gran parte dell’angoscia creata da King e della potenza della sua storia sta in questo piccolo microcosmo di adolescenti che percepisce il  terrore dalle viscere della terra di una città maledetta, ma non è creduto da un mondo di adulti cieco e sordo che nega il pericolo, e deve far forza sull’unione del gruppo, sull’amicizia di quando si è giovani, per sconfiggere ogni nemico ed ogni paura.
Questo, in parte, il film lo tramanda ed è il suo aspetto più sincero. Ma due sono le modifiche sostanziali. Se il libro spazia di continuo tra due periodi temporali, gli anni 50 e gli anni 80, un viaggio della memoria che riporta i protagonisti ai traumi e alla fragilità dell’infanzia, il film divide nettamente la storia in due, ed anzi si ferma là dove i sette “Perdenti” stringono il patto di ritrovarsi se mai It dovesse tornare, per poi rimandare seguito e spiegazioni alla prossima puntata, quando il secondo film uscirà fra due anni. Inoltre, trasferendo la prima parte negli anni 80, colorando l’ambientazione con qualche chicca cinefila (i manifesti horror davanti ai cinema) per rimandare poi il sequel ai nostri giorni, si perde quell’allure magica che aveva la piccola provincia gretta e spaventosa degli anni 50 descritta da King. Forse la nostalgia che il regista vuole creare è quella di un passato più prossimo, corrispondente all’infanzia di molti spettatori e per questo più tangibile, tuttavia la trasposizione lascia per strada alcune atmosfere. Spezzando così la tensione e quel filo che lega passato e presente.
It riprende ed amplifica quei temi più cari a Stephen King già presenti nel racconto della raccolta Stagioni Diverse “Il Corpo”, portato al cinema da Rob Reiner con Stand by me (uno dei pochi film tratti da King che riescono a coglierne lo spirito) che con altro ritmo racconta il passaggio della linea d’ombra. Ma mentre il film di Reiner, maneggiando un delicato racconto intimista, ne riportava la dolorosa nostalgia, l’It di Muschietti vuole prima di tutto essere un horror e come tale fa grande uso degli effetti speciali per creare un’esplosione di tutto quanto possa terrorizzare e dar corpo all’orrore, ma dimenticandosi di scavare nel segreto.
Vi sono innegabili momenti di forte effetto, ma tirando le somme il Pennywise di Tim Curry, nella miniserie televisiva del 90, è un clown più inquietante di quello di Bill Skarsgård e, benché più grezza, la miniserie di Tommy Lee Wallace riusciva a trasmettere quel disagio che qui andiamo cercando.

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Voto: 6,5

Gabriella Aguzzi

He, She, It! Tre pronomi che lo scrittore Stephen King ha cercato di coniugare nel corpo di Pennywise, il terrificante clown che sguazza nelle fognature di Derry, tranquilla cittadina del Maine abitata da piccole anime innocenti. Dopo la trasposizione cinematografica nella miniserie firmata Tommy Lee Wallace, arriva nelle sale di tutto il mondo il tanto atteso remake diretto da Andres Muschietti, regista argentino che torna a girare un horror dopo il discreto successo della pellicola spagnola “La madre”.
Lui, Lei, Esso. It è l’indefinibile demone che attira a sé i bambini con il sorriso smagliante di chi è incapace di sorridere alla vita se non per turbarla di frustrazione e paura, quella di cui si nutre un pagliaccio onirico e reale al tempo stesso, come tutti gli incubi che tutti noi siamo portati a somatizzare nei più reconditi anfratti delle nostre insicurezze.
Se Tim Curry aveva dato all’inquietante protagonista del romanzo un’immagine a metà tra il sadico e il sarcastico, l’interpretazione dello svedese Bill Skarsgard (figlio d’arte del grande Stellan) è al confine dell’assurdo, la fronte stempiata ostenta i segni di un timore viscerale, stomachevole rappresentazione di pensieri annebbiati dall’odio, traveggole allucinate di un gruppo di ragazzini che prendono coraggio dai disastri familiari contro cui sono costretti, quotidianamente, a confrontarsi.
Disagio che, però, li lega indissolubilmente in un patto di sangue che fa scappare loro la promessa di ritrovarsi ancora lì, tutti insieme, ventisette anni dopo quell’esperienza, nel secondo capitolo di un sequel già annunciato e che, di certo, non tarderà ad arrivare.
It permea nello spettatore come lama nel burro, tangendo ricordi indelebili dei magnifici Anni Ottanta, delle mode dell’epoca, di un’innocenza violata e raccontata attraverso incalzanti dialoghi pregni di simpatica volgarità e sconosciuta sessualità. Seppur tecnicamente validi, gli effetti speciali degenerano, troppo spesso, in un genere splatter che poco ha a che vedere con l’impostazione introspettiva e psicologica dell’opera di King che pare, nonostante tutto, trasmetterci un messaggio di pace e condivisione, un monito ad affrontare le difficoltà di petto restando uniti nella confortante sensazione di profonda fragilità.

Voto: 7

Michele Di Corato