Macchine Mortali

13/12/2018

di Christian Rivers
con: Hera Hilmar, Robert Sheehan, Anna Fang, Hugo Weaving, Leila George, Stephen Lang

Non ho idea di quali armi serviranno per combattere la terza guerra mondiale, ma la quarta sarà combattuta coi bastoni e con le pietre.
Albert Einstein


Einstein ha torto, almeno secondo la fantastica visione post-apocalittica in salsa steam punk “Macchine mortali”, partorita dalla mente dello scrittore per ragazzi anglosassone Philip Reeve, sceneggiata e prodotta dal pluripremiato Oscar Peter Jackson, già famosissimo in quest’ambito per le trasposizioni cinematografiche delle opere di Tolkien e debutto alla regia del suo storyboard artist di lungo corso, Christian Rivers, a sua volta vincitore dell’Oscar 2006 per i miglior effetti speciali in “King Kong”, altra loro collaborazione.
Einstein ha torto, dicevamo, perché verso il 2100 c’è stata effettivamente una terza guerra mondiale chiamata “dei Sessanta Minuti” che ha addirittura spostato i continenti, cambiato il clima e cancellato la civiltà del tempo ma, circa un migliaio di anni dopo, il quarto conflitto globale di cui si narrano le gesta nella pellicola viene combattuto con armi tutt’altro che primitive. Anzi.
Oltre alle classiche armi da taglio e da fuoco si usano tattiche moderne come il kamikaze e lo scudo umano, ma la sostanza degli scontri consiste in città-stato semoventi o addirittura volanti e caccia dalla foggia più improbabile, in perenne lotta per la sopravvivenza del più forte, necessità teorizzata dal “darwinismo urbano” imperante nel bellicoso futuro tratteggiato. Ad opporsi a questa concezione predatoria troviamo la fazione degli Anti-Trazionisti, popolo dell’Est stanziale difeso da una barriera impenetrabile che ha sconfitto decine di aggressori, lasciando ai suoi piedi le loro carcasse arrugginite a futura memoria.
In un mondo così violento, la ricerca storica si mischia suo malgrado con quella militare e la gilda degli storici della macchina mortale di Londra giunta sul continente alla ricerca di materie prime, si vede depredata e sfruttata dagli ingegneri mandati segretamente dall’archeologo capo Thaddeus Valentine, padre degenere e mente malata, voglioso di potere e distruzione ed epicamente interpretato da Hugo Weaving che tiene la barra a metà strada fra i suoi ruoli più famosi: il freddo, nobile e maestoso re degli elfi della saga in tre capitoli del “Signore degli anelli” e l’anonimo, cibernetico, terribile agente Smith dell’altra trilogia, “Matrix”.
La storia si dipana serrata fra tradimenti, colpi di scena, amori (commovente quello quasi incestuoso fra il “Rinato”, automa creato a scopi offensivi dalla civiltà precedente dell’”old tech”, la cui vicenda ricalca molto la storia di Frankenstein) e trovate sceniche. La cifra tonda del budget di 100 milioni di dollari è stata ben sfruttata, gli effetti speciali forniscono la nota più abbagliante del film e spesso lasciano a bocca aperta.
La nemesi tra carri armati colossali e popolazioni sedentarie oltre l’ancor più imponente muro non è solo rappresentazione plastica dell’eterno scontro tra imperialisti e pacifisti, quanto una ficcante metafora dei tempi moderni in cui il mondo occidentale e neo-colonialista corre in guerra alla ricerca disperata di petrolio e affini, contro di esso si erge il più forte baluardo della resistenza, il comunismo di stato dei cinesi, protetti dalla loro millenaria muraglia.
Insomma assistiamo al tipico fumettone fantasy dal quale attendere seguiti assortiti.

Voto: 7

Fabio Giagnoni