Made in Italy

31/01/2018

di Luciano Ligabue
con: Stefano Accorsi, Kasia Smutniak, Fausto Maria Sciarappa, Walter Leonardi, Filippo Dini, Alessia Giuliani, Gianluca Gobbi, Tobia De Angelis

Riccardo [Stefano Accorsi], detto Riko, lavora in una fabbrica dove insacca salumi, ed ha un disastroso rapporto con la moglie Sara [Kasia Smutniak]: i due si tradiscono a vicenda. Anche su consiglio del fido amico Carnevale [Fausto Maria Sciarappa], Riko decide di apportare qualche cambiamento alla propria vita. Le sorprese, però, sono dietro l’angolo e tutt’altro che piacevoli: ne uscirà più forte?
Il rapporto tra l’Uomo ed il Tempo è sempre stato al centro della (scarna ma interessante) cinematografia di Luciano Ligabue. Il popolare cantante di Correggio, se all’esordio con “Radiofreccia” (1997) ci aveva descritto giovani che aspettavano il futuro tra discorsi al bar, radio libere e tossicodipendenza, era passato poi a rappresentare un gruppo di adulti che, consci di vicende lasciate aperte col passato, si ritrovavano sulla costa romagnola a condividere destini a volte solo amari ed a volte addirittura tragici: era il 2002, usciva “Da Zero A Dieci”. In tale ottica, il film che il Liga ricava dal suo stesso cd (caso più unico che raro) si pone nel mezzo alle sue precedenti pellicole: quando il futuro che si aspettava è arrivato, e magari fai anche in tempo ad averlo, ma prima che si finisca per lasciarsi inesorabilmente trasportare dai rimorsi per ciò che poteva essere e che non è stato. Riko e Sara, interpretati in modo formidabile, hanno davvero bisogno di rivedere qualcosa dei propri trascorsi, quindi si riallacciano in parte allo stato d’animo che il Liga aveva riservato a Stefano Pesce e Pierfrancesco Favino, ma Accorsi, nuovamente trasportato nella vita del borgo emiliano, condivide un destino meno gramo del suo personaggio in “Radiofreccia” perché sa che il meglio deve ancora venire (cit.) e può prendere in mano le redini della sua esistenza dato che Riko, a differenza di Freccia, ha già assaporato la durezza della vita ed ha le forze per reagire senza dover necessariamente autodistruggersi.
Tenendo fede alle caratteristiche di un buon lambrusco, vino di origine emiliana proprio come il Liga, “Made In Italy” è un film duro e puro, di quelli che vanno dritti al sodo. Continui cambi di location, scene che non durano più di pochi minuti, narrazione che rischia di apparire frettolosa e frammentaria: sono quasi nulle le sequenze non particolarmente funzionali alla trama, quindi c’è poco tempo per riflettere su quanto ci passi davanti. Dopo una prima mezz’ora in cui ci viene presentato il microcosmo di Riko, l’attenzione si sposta sui problemi che il protagonista si trova a risolvere con la moglie; in tale ottica, va precisato un dettaglio non da poco: le sventure che si presentano davanti alla coppia sono decisamente tante, al punto da chiedersi se Ligabue non si sia lasciato prendere un po’ troppo la mano. Alcuni aspetti, poi, sembrano essere messi da parte quando ancora non sono stati esposti a dovere: da come il personaggio di Carnevale venga liquidato agli slogan “cosa ci faccio qui?” e “come sono arrivato qui?”, che sembrano essere serviti di più come anteprime del film durante i concerti del regista-cantautore.
Fatte queste dovute considerazioni, bisogna inevitabilmente considerare come “Made In Italy” sia un film che trasuda di buoni sentimenti verso il nostro Paese che, già celebrato nel 2007 con la splendida canzone “Buonanotte All’Italia”, è per Riko un insieme di contraddizioni, un punto di incontro tra bellezze e sventure, nonché l’amplificazione dell’ambiente che lo circonda: le brave persone intorno, le titubanze col lavoro, i dubbi che riguardano la famiglia, i problemi sociali sono caratteristiche che accomunano la maggior parte degli italiani; il film evita l’ambizione di voler istigare riflessioni che chiunque non abbia già formulato ed esposto, ma offre il ritratto di un marito e di una moglie non certo esenti da colpe ma nei quali si riesce facilmente ad immedesimarci e per i quali vale la pena fare il tifo.
In una pellicola di imperfezione tanto tenera quanto innocua, dove si nasconde anche qualche excursus autobiografico (Riccardo è il secondo nome del regista, il cui padre, come quello di Accorsi nel film, si chiamava Giovanni), Ligabue conferma di non aver mai perso di vista le sue origini, di aver saputo valorizzare i privilegi della sua carriera per riconoscere la natura insita in chi tali vantaggi se li è sempre sognati, dando vita (e rendendo il giusto omaggio) ad un suo “possibile” alter ego, ad un aspirante cantante il cui microfono non ha funzionato, ad un onesto operaio di provincia che non ha mai avuto una reale possibilità di rivalsa sociale. Perché l’unica sostanziale differenza tra Luciano Ligabue e Riko sta tutta lì, tra palco e realtà.

Voto: 7

Matteo Tommasi