Nome di donna

15/03/2018

di Marco Tullio Giordana
con: Cristiana Capotondi, Valerio Binasco, Stefano Scandaletti, Michela Cescon, Bebo Storti, Laura Marinoni, Anita Kravos, Renato Sarti, Patrizia Piccinini, Adriana Asti

“Nome di donna è nato tre anni fa dal desiderio di guardare alla condizione femminile nel mondo del lavoro, eslcudendo le discriminazioni più mascroscopiche, come la disparità salariale, per studiare invece quelle più sottili, e dunque subdole, assunte come una sorta di sottocultura diffusa. Quel senso comune, quell’ovvietà, capace di insinuarsi nel quotidiano, di diventare parte integrante del modo di vivere e di lavorare, di rapportarsi agli altri”. Così la sceneggiatrice Cristina Mainardi spiega la genesi e l’anima dell’ultimo film di Marco Tullio Giordana, che si propone di affrontare il tema delle molestie sul lavoro, delicato quanto attuale di questi tempi.
La parte lesa, in questo caso, risponde al volto di Cristiana Capotondi, Nina, mamma con figlio a carico senza padre e il teatro degli avvenimenti è una casa di riposo per anziani facoltosi nella pianura padana.
Dopo una dura selezione orchestrata da un burbero sacerdote, don Roberto, parte dei quadri dirigenti, Nina viene assunta come inserviente e tutto sembra filare per il verso giusto, sino a quando il sommo capo della struttura, Marco Maria Torri (Valerio Binasco), rivolge alla donna attenzioni particolari. Lei, benché sconvolta, si ribella, non ci sta, riferisce tutto alle colleghe, chiede il loro appoggio, ma come risposta ottiene un muro di omertà, ostilità e mobbing. Tutte hanno paura di perdere il posto se scoppia il bubbone. Evidentemente Nina non è l’unica ad avere subito avances di un certo tipo. Torri viene subito a sapere del suo affronto, la convoca, non si scompone, le ripete di non conoscerla e di non voler credere a quelle cose così gravi dette sul suo conto, perdonandola e mettendola garbatamente e velatamente sotto ricatto per la sua insubordinazione alle “regole”. 
Comincerà una dura battaglia legale ed esistenziale, un braccio di ferro tra Nina, le altre dipendenti e il suo nemico numero uno, Torri, spalleggiato da don Roberto e  recidivo, come volevasi dimostrare, di altri casi di molestie sessuali nel pensionato.
Giordana ci porta per mano attraverso un calvario giudiziaro e di dolore esistenziale, che, al contempo, mostra le anomalie tipicamente italiane del mondo del lavoro, delle clientele legate a gruppi di potere intoccabili nella loro reputazione.
Tutto si deve nascondere e insabbiare, perché in provincia si usa così. Conta preservare il buon nome dei potenti, della Chiesa, non il diritto di una donna sul lavoro. E il sistema giudiziario china la testa di fronte a tutto ciò, archivia subito il caso di Nina senza nemmeno interrogarla. Ma un film è un film e deve superare la realtà, quindi non tutto è perduto.
Anche se è abbastanza scontato come la vicenda vada a finire, il suo svolgersi è appassionante, Giordana assume chiaramente il punto di vista di Nina, interpretata da una Capotondi eroina combattiva e languida, tragica e speranzosa, tra l’altro, per la seconda volta nei panni di una donna offesa da soprusi maschili alle prese con la giustizia. Il primo caso, ottimamente interpretato, fu in occasione della fiction del 2016 Io ci sono , ispirata alla vicenda dell’avvocato Lucia Annibali, sfigurata dall’acido.
Anche gli altri attori vengono scelti da Giordana con cura, soprattutto ben azzeccati Valerio Binasco e Bebo Storti, rispettivamente le figure viscide e sgradevoli del dirigente e del suo braccio destro sacerdote, la partecipazione di un’ Adriana Asti ancora in forma smagliante.
Il film sembra girato su due registri, quello dei fatti oggettivi e quello dell’emotività dei personaggi; tra i due sembra essere il secondo meglio funzionante ed efficace: i volti, i dialoghi sembrano avere un qualcosa di rivelatore, fuori dal comune, sottolineati dalla fotografia di Vincenzo Carpineta,  che avvolge di mistero i verdi paesaggi lombardi e gli interni dell’ospizio.
Un film che nel suo indiscusso intento di impegno civile e di denuncia messo in primo piano, si concede di tanto in tanto e perché no, qualche capriccio gotico.

Voto: 8

Carlo Lock