Black Mirror – Bandersnatch

08/01/2019

di David Slade
con: Fionn Whitehead, Craig Parkinson, Alice Lowe

È un brutto scivolone verso il basso, avvalorato dai grandi apprezzamenti ricevuti dalla critica, principalmente da quella critica estremamente di nicchia, che incensa il nuovo film, oserei chiamarlo spin-off, di casa Netflix.
Due parole per inquadrare il tutto: dopo la serie di successo Black Mirror, Netflix decide bene di farci un film sopra, con tempi di digeribilità abbastanza veloci, così veloci che un primo film si può vedere in 35 minuti. Dico primo film perché qualcuno ha avuto la bizzarra idea di lasciare allo spettatore la possibilità di scegliere un’azione piuttosto che un’altra. Esempio: Timmy si trova davanti ad una porta; scelta A: aprire; scelta B: passare ad altro.
Già queste poche righe mi metterebbero nella condizione favorevole di una feroce critica verso queste scelte, che definisco assurde, contro il film, o meglio, contro chi ha pensato alla struttura del film; ma andiamo oltre nella descrizione del quadro complessivo.
Black Mirror ha la fissa della deriva tecnologica, tema molto caro a chi si interessa di big data, machine learning o più comunemente informatica. Ha avuto un successo mostruoso con le quattro stagioni della serie tv con, devo ammettere, punti di originalità non indifferenti. Storie sostanzialmente ben impiantate, intreccio a più livelli molto interessanti e soprattutto mancanza di noia strutturale legata a temi sostanzialmente ostici per il grande pubblico (a chi interessano temi di futuri paralleli, prigionia delle connessioni internet oppure primi ministri ricattati da hacker?).
Il film è tutt’altro: un costrutto, complicato, narrazioni che prendono finali diversi in base alla scelta dell’utente; può piacere, come è successo, ma non a me, per i seguenti motivi.
Il primo: vedere un film è, citando Olmi, una esperienza che devo godermi. Di quel film, siccome è divenuto un fatto operativamente pratico, ed anche distraente, non ho goduto nulla. Non dico che l’esperienza debba essere passiva, ma non sono io che devo mandare avanti il canovaccio.
Il secondo: se sono io a scegliere il finale, qual è il vero messaggio del regista? Uno dei finali, quindi anche uno che potrei non aver scelto, oppure tutti insieme? Oppure nessuno? Il caos non mi è mai piaciuto se non è costruttivo.
Il terzo: sarà un prodotto embrionale, sarà l’apripista del filone, ma se questo è il capostipite di una lunga serie partiamo proprio male. La visione diventa sofisticata, uccide il ritmo, il fatto di dover scegliere può mettere in crisi lo spettatore (perché io non dovrei voler vedere tutte le scelte che il film mi offre?). C’è anche un fatto proprio fisico: ammesso e non concesso che il film mi piaccia, io ho curiosità di vedere più finali a disposizione, quindi quante ore di visione dovrei avere per vedermi un singolo prodotto? Passo settimane della mia vita sulla stessa trama?
Il quarto: il film è sostanzialmente un rimando indiretto ad Asimov, grande genio, e alla sua fantascienza romanzata sempre incentrata sull’ignoto, gli altri piani dimensionali e soprattutto sulle altre linee temporali. Fattore importante: Asimov era un genio, e per scrivere un libro ci metteva pure anni; siamo sicuri che tutti gli sceneggiatori di Netflix riescano a portare avanti la trama?
Il quinto: forse è capitata solo a me la sensazione di frustrazione nel vedere un finale precoce, limitato e\o banale, ma mi è capitato, credo nei primi 50 minuti di visione. Problema fondamentale: cosa faccio, io spettatore, nel momento in cui un finale non mi aggrada? Quanta percentuale c’è che mi rimetta a rivedere il film in cerca di soddisfazione? Azzardo un range: molto molto bassa. Inoltre, cosa succede quando, e può darsi proprio strutturalmente, direi quasi a cavallo tra fabula e intreccio, un finale è proprio breve per natura stessa? C’è di fondo una enorme forzatura sugli sceneggiatori: bisogna mandarlo avanti – per forza – almeno di tot. minuti perché altrimenti è troppo breve. Siamo proprio sicuri che questo giovi alla qualità del prodotto?
Il sesto: ma se scelgo un finale brutto, o anche bello, è merito mio che ho fatto la scelta giusta? Questa osservazione, anche il solo fatto di avere le condizioni tali per concepirla, mi fa pensare di essere in una gabbia di matti.

Per questi motivi trovo il film un colossale flop che sicuramente verrà osannato dalla critica per alcune caratteristiche fondamentali, ma che disprezzo in maniera assoluta, di seguito riportate:
la prima: siamo la società della velocità; bisogna avere tutto e subito, quindi di conseguenza i film che durano più di un’ora già son visti male.
La seconda: la conseguenza della prima caratteristica citata è la creazione di pubblico che non è capace a reggere film di spessore, sia tempistico che contenutistico. Un po’ come dire: ci stanno abituando ad avere gli spot pubblicitari, al posto dei film. 30-40 secondi e vedi che ti emoziono uguale.
La terza: figlia delle prime due caratteristiche (velocità x mancanza di attenzione) è sostanzialmente piattume sempre più verso il basso di contenuti. Volete una prova? Fate vedere un Fellini ad un ragazzo nato tra gli anni 2005-2010, oppure un buon Pasolini, o meglio ancora, un colpo dei soliti ignoti con Totò. Sono curioso di vedere la reazione.


Per questo, e per molto altro, vi invito ad andare a gustarvi altre pellicole, quelle perlomeno, senza il problema di decidere come sarà il film.     

Voto: 2

Francesco Cantù