
Sono passati 40 anni dall’ultima Mostra a Milano dedicata a Edvard Munch, 80 dalla sua morte. La Mostra a Palazzo Reale illustra con più di 100 opere il grido interiore dell’artista. Se ancora non l’avete visitata affrettatevi: sono le ultime settimane in cui è allestita (fino al 26 gennaio) ed è un’esperienza potente.
La mostra ruota infatti attorno al grido interiore di Munch, la sua esplorazione a rendere visibili le esperienze emotive, il processo creativo che mescola quello che ricorda a quanto ha caricato di emozioni. La sua opera punta a rendere visibile l’invisibile e il suo interesse per le forze invisibili e le visioni interiori influenzerà i suoi lavori rendendolo un precursore dell’ Espressionismo e perfino del Futurismo.
Munch riempie fogli di annotazioni, aneddoti, lettere, scrive perfino una sceneggiatura per il teatro per il desiderio di comunicare il suo grido interiore. Le sue opere affrontano temi universali come la nascita, la morte, l’amore e il mistero esistenziale, molte raffigurano le difficoltà psicologiche umane, l’instabilità dell’amore erotico, il disagio prodotto dalle malattie fisiche e mentali e il vuoto lasciato dalla morte, altre cercano di immortalare le forze invisibili.
“Ho dipinto impressioni dell’infanzia, i colori sbiaditi di allora, i colori e le linee che avevo visto in uno stato emotivo” scrive. I suoi quadri sono il ricordo trasfigurato e mascherato di quanto accaduto o di quanto ha immaginato, ognuna di queste memorie è filtrata dalle emozioni che ha provato o che ricorda di aver provato o che ha inventato, riprodotte attraverso un uso non realistico del colore. Carichi dell’agonia che si prova nel guardare qualcuno morire e della lotta con la morte affrontata dai malati. Rappresentazioni di allucinazioni, ombre allungate dietro alle figure e rivoli di pittura che evocano l’immagine di corpi che si dissolvono. Una caccia ai fantasmi (realizza infatti la scenografia per la rappresentazione berlinese degli Spettri di Ibsen). Il suo lavoro si intreccia con le ricerche della psicanalisi che si stanno facendo avanti in quegli anni.
“La malattia, la follia e la morte erano gli angeli neri che si affacciavano sulla mia culla”. Gli angeli, che storicamente sono figure confortanti, nella sua memoria si tingono di nero perché sono associati a emozioni cariche di angoscia. Munch si libera della necessità di rimanere fedele ai colori della realtà grazie a quanto appreso dall’osservazione dei dipinti di Gauguin di cui resta affascinato a Parigi a 26 anni (il verde, il rosso, colori che traducono il sentimento, come la stanza verde della gelosia o i capelli rossi del vampiro). E si mescolano per rappresentare gli stati d’animo. Poiché, come scrive Munch stesso,“La verità è che vediamo con occhi diversi in momenti diversi, al mattino non vediamo allo stesso modo che alla sera”
Durante tutta la sua carriera ha esplorato l’effetto inquietante delle ombre nelle sue opere a suggerire presenze misteriose fuori campo. Così, in Sulla veranda, uno dei quadri che chiudono il percorso espositivo si coglie un’ entità sconosciuta, forse un autoritratto criptico per il suo doppio fatto d’ombra.
La Mostra sarà poi a Roma, a Palazzo Bonaparte, dall’11 febbraio al 2 giugno.