
“Daniel
Radcliffe è riuscito brillantemente a togliersi
il mantello di Harry Potter annunciandosi come
un attore teatrale di inaspettata profondità.
Rivela un potere drammatico ed un’elettrizzante
presenza scenica” scrive il Daily Telegraph.
Vedere per credere. Sul palcoscenico del Gielgud
Theatre la metamorfosi di Daniel Radcliffe da
Harry Potter ad Alan Strang, protagonista disturbato
da incubi morbosi nel controverso e per certi
versi sconvolgente “Equus” di Peter
Shaffer è davvero sorprendente. Il dramma,
del ’73, è noto per i suoi contenuti
forti e trae spunto da un raccapricciante episodio
realmente accaduto: l’accecamento di sei
cavalli da parte di un ragazzo. Shaffer abbandona
però da subito ogni altro riferimento alla
realtà per penetrare nella psiche malata
del ragazzo, un viaggio oscuro nei meandri di
una mente scossa da turbamenti religiosi e sessuali
in cui l’immagine del cavallo ricorre ossessivamente
e che comunica dolore allo psichiatra che vi affonda
lo sguardo e ne intacca le certezze. Le versioni
più celebri sono quella con Peter Firth
e Anthony Hopkins e quella con Tom Hulce e Anthony
Perkins che fu poi per breve tempo sostituito
da Richard Burton. Ora, nella regia della giovane
Thea Sharrock, Daniel Radcliffe è affiancato
da Richard Griffiths nel ruolo dello psichiatra
Martin Dysart e si stenta a credere che siano
Harry Potter e suo zio “babbano” gli
intensi ed emozionanti protagonisti di questo
spettacolo dalle tinte cupe e forti, giocato su
una scenografia scarna come un cerchio equestre.
Tuttavia, sarà perché viene ripreso
un testo comunque datato, sarà per l’impronta
registica (gli uomini con mascheroni da cavallo
ottengono un risultato piuttosto imbarazzante)
resta l’impressione che l’intensità
di un testo denso di troppi significati venga
bilanciata da scene shock studiate per assicurarsi
il grosso pubblico: l’autoflagellazione,
il finale del primo atto, il nudo integrale, l’esplosione
di violenza.