
Una messa in scena sontuosa per la musica solenne di Wagner. Prosegue così il progetto del Teatro alla Scala di riportare in scena l’intera Tetralogia, a 15 anni di distanza dal monumentale lavoro di Guy Cassier di cui già parlammo all’epoca. Così, dopo Das Rheingold andato in scena nello scorso autunno, ecco sul palcoscenico le emozioni di Die Walküre, in cui, maledetti l’anello e l’amore, si dibattono sentimenti umani tra figli di Dei e Dei troppo fragilmente umani, per dar seguito a giugno con Siegfrid, al febbraio del prossimo anno con Götterdämmerung ed infine a marzo 2026, in occasione dei 150 anni dalla prima esecuzione del 1876, all’intera Tetralogia del Ring des Nibelungen, che sarà ripresa per due cicli interi, ciascuno racchiuso nell’arco di una settimana, così come desiderava il suo autore Richard Wagner.
La regia di David McVicar immerge l’opera in colori cupi, viranti dal grigio al verde scuro e al blu notte, come se nella plumbea ombra della maledizione incombesse l’ineluttabilità di un destino inevitabile che su tutti si ripercuote. La vibrante direzione di Simone Young suscita l’ovazione, le succede, nelle rappresentazioni del 15, 20 e 23 febbraio Alexander Soddy. I due si alterneranno nei due cicli annunciati.
All’alzata del sipario (l’occhio di Wotan e la lancia trafitti da un fulmine) è già fremito. Al centro della scena la sacra quercia dove Siegmund troverà conficcata la magica spada e sullo sfondo una tempesta, quella tempesta che incomberà anche nel secondo e terzo atto, foriera già di quel crepuscolo degli Dei che fu predetto. Grate si aprono e chiudono per lasciare entrare orde di nemici e poi per lasciare soli in scena Siegmund (un accalorato Klaus Florian Vogt) e Sieglinde (una toccante Elza van den Heever). La musica passa dall’ardore della loro tragedia alla dolcezza dell’innamoramento che incute loro speranza, riunendo i due disperati come fratelli di sangue e come amanti.

Il secondo atto si sposta tra le mura del Walhalla, rappresentate da un dolmen. Qui ha spazio il lungo racconto che Wotan (un titanico Michael Volle) fa alla sua Valchiria prediletta, Brünnhilde (Camilla Nylund), una confessione che è anche un monologo interiore: Wotan ha visto la catastrofe, ma ogni sua scelta per evitarla gli lega ulteriormente le mani, è vittima delle sue stesse leggi (forse eccessiva la simbologia del mondo in catene che la regia ha voluto rappresentare). Wotan è un dio piegato, affranto, severo e inesorabile soprattutto contro se stesso e Michael Volle lo interpreta in tutta la sua tragicità. E’ lui a spezzare la spada di Siegmund contro la propria lancia, decretando la morte del proprio figlio, è lui a punire Brünnhilde rendendola umana per avergli disubbidito per amore, poiché lei aveva letto la sofferenza sotto il suo ordine. Wotan cinge Siegmund in un abbraccio mortale mentre viene trafitto dalla spada di Hunding, poi uccide Hunding con il solo suono della sua voce: “Vattene!”
Il terzo atto si apre con la celeberrima ed imponente Cavalcata delle Valchirie in fuga dalla collera di Wotan e si chiude con il momento sublime dell’addio di Wotan a Brünnhilde mentre l’addormenta con l’incantesimo del fuoco. Uno sfavillio di fiamme rompe i colori lividi in cui l’Opera era stata avvolta e la chiude solennemente.
Una regia grandiosa, monumentale (le scene sono dello stesso McVicar e di Hannah Postlethwaite) che pecca solo in alcune scelte come la rupe dal profilo umano che si disgiunge assieme alle due lune (dovrebbe essere quello della dea Erda) e soprattutto i discutibili uomini cavallo issati su una sorta di trampoli.