Il grande Re Lear di Lavia

02/11/2025

La grande tragedia della vecchiaia e della pazzia torna sulla scena. Correva l’anno 1972 e un giovane Gabriele Lavia interpretava Edgar, che il pazzo lo faceva per finta, per salvarsi dalla congiura ordita dal fratello Edmund e salvare il padre Gloster, nella storica messa in scena di Giorgio Strehler. Oggi Lavia si confronta direttamente con Re Lear, dirigendolo e interpretando il ruolo proncipale, in quel Piccolo Teatro che di Strehler porta il nome. Lear, che pazzo diventa davvero, condannato dalla crudeltà delle figlie ad attraversare la tempesta della follia. Perché, scrive Shakespeare, “appena nati piangiamo per essere venuti su questo gran teatro di pazzi”.

Ed è in un teatro dismesso, popolato da sedie rovesciate e vecchi bauli, che Lavia inscena il suo Lear. Uno scantinato disordinato che raffigura anche il disordine mentale del vecchio Re. In un angolo un teatrino con cui gioca Cordelia, che riaffiora nei suoi ricordi tormentati. Qui gli attori entrano in scena e indossano vecchie pellicce, sempre più logore man mano che la tragedia logora i personaggi.

Una regia suggestiva, pervasa da grigie luci livide, che omaggia e cita quella di Strehler, senza ricalcarla. A partire dalla stessa traduzione che fu usata allora, di Angelo Dellagiacoma e Luigi Lunari. Gli abiti neri con stivali in pelle sotto le pellicce, la rapidità con cui si susseguono i cambi di scena, la recitazione di Luca Lazzareschi, un magistrale Gloster, che riecheggia quella di Renato De Carmine. E il telo che si gonfia e illumina di lampi durante la tempesta, non rimanda forse alla mente un’altra Tempesta, sempre del connubio Shakespeare-Strehler?

Quella di Lavia è una messa in scena potente, fisica, feroce, sensuale. La scena dell’accecamento di Gloster è violentissima, Edmund, il bastardo conteso in amore tra le due sorelle, è uno smagliante Ian Gualdani che concede al suo personaggio anche dei tocchi di ironia, le due figlie Goneril e Regan (l’ottima Federica Di Martino, moglie di Lavia nella vita, e Silvia Siravo) sono aspre e selvagge, Andrea Nicolini è un Matto mai caricato, la voce della coscienza di Lear, e Giuseppe Benvegna, erede del personaggio che fu interpretato da Lavia, ne attraversa con sensibilità le molteplici trasformazioni, da ingenua vittima dell’inganno a finto folle a misericordiosa guida del padre cieco dopo che “un uomo non può dire di aver toccato il fondo finché può ancora dire ho toccato il fondo” fino a vendicatore pronto a prendersi sulle spalle il carico di un travagliato Regno.

In questa tragedia parallela di padri traditi dai figli, Gabriele Lavia giganteggia nel ruolo di Lear, che invece si sgrava di un Regno troppo pesante sulle sue spalle, ma lo cede in cambio dell’adulazione di parole menzognere. Ne interpreta i testardi capricci della vecchiaia, l’ira di maledizioni troppo facilmente scagliate, la solitudine, la follia, la tempesta che gli attraversa il fisico e sconvolge la mente, il pentimento e il rimorso, con una voce ora rauca, ora tesa, ora sussurrante, maestosa o tremula, fino all’ultimo grido “Siete uomini o pietre?”. E se Amleto terminava con “il resto è silenzio” Re Lear chiede di urlare “fino a spezzare la volta del cielo”. 

Gabriella Aguzzi