
Blanche Du Bois: fragile, eterea, provata dalla vita che di vita se ne inventa un’altra, che cerca la gentilezza e nell’intimità con gli estranei quella luce che si era spenta, restando solo un pallido lume. Stanley Kowalski, rozzo, primordiale, violento, istintivo, irritato dalla leziosità e dalle menzogne di quella cognata che ha fatto irruzione nella sua vita chiamandolo scimmione. Stella, ingenua, sciocca, cieca, dibattuta tra l’amore per il marito e la protezione per quella sorella perduta. E infine Mitch, l’ospite, così come c’era un ospite nello Zoo di vetro, a rompere gli equilibri, ad accendere speranze smarrite, mite, semplice eppure anche a modo suo crudele, come è crudele il mondo.
La messa in scena del capolavoro di Tennessee Williams allestita alla Sala Blu del Teatro Parenti di Milano fino al 7 dicembre (non perdetelo, “Un tram che si chiama desiderio” resta in Cartellone quasi un mese) lascia parlare questi 4 personaggi, chiusi nel soffocante appartamento in cui il dramma cresce assieme alla tensione palpabile. Gli altri sono tagliati fuori, così come quel tram che si chiama desiderio che sferraglia lungo le strade di New Orleans, e solo loro sono lì, col loro buio e la loro tragedia.
E’ una scelta registica coraggiosa e suggestiva quella di Luigi Siracusa, che firma anche scene e costumi, racchiuderli tra le persiane di quel microcosmo che escludono il mondo esterno. Eppure non tradisce l’Autore, che nel suo stesso testo dava indicazioni registiche precise e realistiche, descrivendo dettagliatamente l’appartamento, perché se ne respira l’afflato, pur in questa versione simbolica. Così le persiane si aprono e chiudono, tagliano con luci ed ombre i diversi momenti scenici, immergendoli in intensi e mutevoli colori. In mezzo Blanche - un’intensa e tormentata Sara Bertalà che ne attraversa il vaneggiare, le trepidazioni e gli umori - nell’abito candido, creatura leggera e ferita. Le si contrappone, in tutta la sua irruente fisicità, Stanley – un bravissimo Stefano Annoni che domina la scena con calore ed esplosioni di rabbia – dirompente nell’odio che la trascina verso la follia. La regia gira attorno a loro come una macchina da presa, come Blanche ruota su se stessa in una danza solitaria. Anche quando nella narrazione sono assenti i personaggi in alcuni momenti restano sulla scena, come a percepire ciò si dice di loro e le emozioni che su di loro si ripercuotono. E la scena finale si risolve in un ripetersi di voci nella mente ormai smarrita di Blanche.
E’ uno spettacolo molto fisico, potente. Che riporta in scena tutte le ambiguità malsane che Williams non aveva avuto timore di scrivere e che nel film di Elia Kazan con quel meraviglioso Marlon Brando erano state forzatamente censurate (era l’anno 1951!). Con meritatissimi applausi ai quattro interpreti, i citati Annoni e Bertalà, Silvia Giulia Mendola e Pietro Micci. Se abbiamo visto Stefano Annoni, sempre sui palcoscenici del Parenti, solo due settimane fa in un ruolo ingenuo e tenero in La Reginetta di Leenane (trovate la recensione sulle nostre pagine) qui lo ritroviamo completamente trasformato, dirompente, sfrontato e spregevole.