Il cinema di soglia e del folklore anti-globalizzazione di Laura Samani

13/07/2024

Pragmatica e con una poetica visiva dei corpi, il cinema di Laura Samani offre sensazioni su trame ordite e sulla morale senza che diventi morale. Al Trieste ShorTS International Film Festival (28 giugno-6 luglio 2024) ha ricevuto il Premio Interprete del presente e le è stata dedicata la sezione Campolungo, lei che è vincitrice del David di Donatello come miglior regista esordiente nel 2022 per Piccolo corpo. La regista sta preparando il suo secondo film, con inizio delle riprese a settembre a Trieste, un racconto di formazione ambientato nella città mitteleuropea.

Il talk con la regista è stato tenuto da Massimo Causo e Beatrice Fiorentino al Teatro Miela di Trieste.

Ti sei formata alla scuola nazionale a Roma e hai già affrontato il passaggio dal corto al lungo.

Sono caparbia e quando inizio una cosa voglio farla bene. Ho fatto la triennale al DAMS a Pisa alla facoltà DISCO, Discipline dello spettacolo e della comunicazione. Sono triestina e prima ho studiato a Trieste. Alla Disco è stata una formazione accademico-teorico, un'infarinatura generale. A scuola la storia dell'arte è solo lo studio di pittura e scultura, non c'è l'audiovisivo. Un mio compagno di corso mi ha parlato dell'Accademia. Per entrare serviva un corto: è stata una fase lunga e dura. Non ero convinta che le cose da dire fossero rilevanti. Ho fatto i tre anni al Centro Sperimentale. A volte bisogna stare attenti a ciò che desideri in quanto può avverarsi!

La santa che dorme, 2016, è il corto di diploma del triennio 2013-2015, con una compartecipazione del maestro del corso Gianni Amelio. Si nota una maturità impressionante. Viene già indicato un riconoscimento esterno con una cifra autoriale chiara.

La santa che dorme è il risultato di tre anni di tentativi. Della Scuola nazionale mi porto dietro la rete: molte persone con cui lavoro le ho conosciute tra i banchi, anzi nel cortile del Centro Sperimentale. Questo corto è stato finanziato dai contribuenti, una grande responsabilità. Dovevo fare un film ma non per il pubblico. Non credo a questo. Chi è questo pubblico? Si fa per le persone con cui condividere qualcosa. Questo corto è il risultato di una serie di accidenti. Da studentessa non avevo la pratica. Siccome il terreno era accidentato ho girato le scene come dei quadri. L'audio è interamente ricostruito; non c'è niente in presa diretta perché il gruppo elettrogeno - il budget era basso - non era silenziato. Cosi siamo dovuti tornare io e il fonico di mix sei mesi dopo e registrare in location, in un'altra stagione. 

Hai una fiducia assoluta nella narrazione per immagini. Nell'assenza di parola, nel mare assoluto, nella scintilla compositiva come tuo desiderio di dire delle cose, che peso ha avuto ciò che sei, il territorio da dove vieni, la tua terra? 

Entriamo in una zona di psicoterapia! E' strana questa rarefazione. L'arte cinematografica è molto mediata: la ripresa è riscrittura, il montaggio è riscrittura; il regista decide la retta in un processo piramidale ma per sintesi. Sono la prima che arriva e l'ultima che se ne va, mi piace pensare, per dare coerenza al progetto. Chiara Dainese ha montato tutti i miei lavori. È una collettività che sta crescendo la nostra, l'idea di ricavare uno spazio e darlo a chi lo stai consegnando.  

Ci sono voluti tanti anni?

Per il lungometraggio cinque anni. In mezzo ci sono cose che accadono: l'unica maniera è trasformarsi con loro e arrivare ad una sintesi. Non mi interessa l'intrattenersi; mi piace che io in quella scatola ci ho messo questa cosa.

Lo spazio che lasci lo riempi con una costante del tuo cinema che è il tempo:  limite del tempo, il tempo sospeso, limbo, catalessi, che ritorna come.in corpo da rimettere in vita. Ti ci ritrovi?

Il cinema da manuale basico ti dice di indicare qual è il punto di vita da raccontare del personaggio. A me piace il momento in cui si attua una ribellione. Mi piace la dicotomia della soglia, mi emoziona la soglia espansa tra passato e futuro, il cinema come fragilità del non essere.

Michela Manente