Percepire l'invisibile

24/07/2023

Se è vero che “persona” è “maschera” tutti possiamo fare gli attori. I protagonisti di “Percepire l’invisibile” non chiedono il permesso e non si sentono “personaggi in cerca d’autore”. Prendono loro ago e filo per cucire il proprio abito di scena. Il silenzio e il deserto della pandemia sembrano un’allucinazione, ma se hai un disagio sono un rombo nelle membrane e nelle chiocciole dell’orecchio, e lì va a morire come un tramonto il grido di aiuto. Per Stefania, Giulio, Gabriele, Anna Maria e tanti altri il Laboratorio del Centro diurno del dipartimento per i malati di mente era come il Tempio di Vesta, una nicchia baluginante dove nell’apparentemente piccolo sta lo spazio e c’è posto. Fuori per un malato mentale di posto non ce n’è. La prima dimostrazione che questi Ultimi ci consegnano è che il cinema è terapia, che la cinepresa è un missile a lungo raggio che colpisce le emozioni belligeranti. È alimento e la parola “alimento” ha lo stesso etimo di “anima”. Sigillata la porta del centro diurno gli ospiti abituali hanno una vertigine: cos’altro c’è che possa restituire un sogno, il sogno di tirare fuori e dipanare i filamenti della propria vita da tutti ripudiata? C’è che si può trovarne un’altra di porta, magari scavare una grotta, grattando proprio con una cinepresa. E allora scartabellano il granito dell’indifferenza per far zampillare altra linfa: i ragazzi di via Antonino di Giorgio a Roma senza nessuna grisaglia fanno gli attori, gli sceneggiatori e tutta la manovalanza per realizzare un film la cui gestazione è durata due anni a cavallo del Covid. La voglia di rivalsa va alla pariglia con il dolore, mordenti di tutto il pezzo. Ne viene fuori un mediocortometraggio di 46 minuti, che “incista” un cortometraggio, il quale ci permette di seguire la gestazione. Certo la bacchetta magica della regia rimane salda nelle mani del mago Tino Franco, regista che ci ha abituato a lavori di altro tenore, pur sempre con la cifra della delicatezza, ma che con l’anima tracimante ha assecondato il progetto. Non si è trattato tout court di spennellare sentimenti, tutte le verniciature sono l’esito di ragionamenti e raffronti, per non essere mai più come gli elefanti con la spina dorsale curva. Vittime di pregiudizio si offrono al “giudizio” dando in pasto a plotoni di spettatori le loro briciole, con le quali hanno realizzato un film dall’estetica potente, come può essere l’arte povera. Nell’intarsio delle interviste si confessano, quell’angolo buio ricavato per il dialogo è “una stanza tutta per sé” per dare sfogo al dolore che è macchia di petrolio, ma anche il brio di una creazione. È questo il film sulla leggerezza dell’essere, qualunque monocolo si voglia adottare per vagliarlo. Perché la critica per un tale prodotto è tanto ingorda quanto scettica. È eloquente l’immagine di Francesco che l’invisibilità ha ghigliottinato e ora è un mentecatto in pigiama, un essere che ha cittadinanza solo nella notte, e per lui la notte è ovunque. I ragazzi del centro diurno sono soprattutto persone con una psicologia compromessa, che la società appena lascia scivolare nella sua corrente. Ma chiunque può precipitare nel buco nero dell’invisibilità, e a cascata nell’inudibilità. Si è diafani e afoni insieme, magari per via della tagliola del licenziamento, come accade a Francesco. È perdere pezzi che ci fa diventare invisibili. Non si rinasce con una nuova vita, ma bisogna rincollare quei pezzi, sembra dirci Francesco, e il mordente (facciamo posto alla retorica) è l’amore. Solo l’amore della donna, del padre, dell’amico, del ragazzo del centro diurno può permettere di realizzare il kintsugi. 

Per i ragazzi vedere il proprio prodotto proiettato al cinema Farnese appena riaperto ha avuto l’enfasi della presa della Bastiglia, ancora più di un sogno ad occhi aperti, perché è per una rivoluzione, più che per i sogni, che si piangono lacrime di vittoria. I ragazzi ce l’hanno fatta. Alla fine non ti viene da battere le mani, ma di stringere il pugno: con la visione hai davvero afferrato qualcosa. 

Federica Tudini