
Siate preparati: raramente un film ha avuto il potere di commuovere, turbare e
scuotere come quello che Schnabel ha tratto dalla vera storia di Jean-Do Bauby.
Totalmente imprigionato nel proprio corpo in seguito d un ictus, il brillante
capo redattore di “Elle” si ritrova con la vita trasformata, ma gli sono rimasti
vivi, oltre all’occhio, l’immaginazione e i ricordi, ha conservato il senso
dell’umorismo e la poesia, e una forza d’animo tale da poter dettare un intero
libro con il solo battito della palpebra.
Ma quello che tocca il cuore non è
solo il dolore di questa storia; vi sono dettagli di rara poesia (la telefonata
del padre, la dichiarazione d’amore tradotta da un’altra donna, il ricordo di
una notte a Lourdes che coincide con la fine di una storia, la malinconia del
paese di Berck, un sogno che rimanda all’ineluttabilità del destino), un senso
di desolazione che dilaga e di oppressione che imprigiona unito alla leggerezza
del volo.
E Schnabel, da grande artista, sa raccontare una storia straziante
con stile originalissimo e magico, riesce a dare una lezione di grande Cinema
senza essere algido, ma partecipe. Magistrale la prima parte, tutta in
soggettiva, con un inizio al risveglio in ospedale che toglie il respiro. Con
visuale dalla prigione del letto le immagini passano ed escono di quadro, si
distorcono quando si avvicinano in asse con lo sguardo, si offuscano quando
sopraggiungono le lacrime. Si sente tutto il peso della sofferenza. Alle voci
esterne rispondono i pensieri del protagonista, la sua voce, non udita dagli
altri, li commenta costantemente. Poi la fantasia si libera e l’occhio di Bauby
rivede la propria vita – gli sbagli, gli amori, tutto ciò a cui avrebbe voluto
porre rimedio – scorre lungo sogni e fantasticherie. Schnabel dà sfogo al suo
gusto pittorico e alla sua fantasia visionaria, si stacca dal corpo di Bauby per
osservarlo (lo interpreta Mathieu Almaric, straordinario nel mostrare il
contrasto tra i suoi due volti, tanto carismatico nel passato quanto terribile
nell’immobilità) per rientravi poi con estrema sensibilità tra immagini che si
annebbiano incerte, rivive l’ultima corsa in auto guardando Parigi dal basso,
ritma il corso delle giornate sul ripetere cadenzato e incalzante delle lettere
dell’alfabeto codificate come sistema di dialogo, accende e sfuma i motivi di
una bellissima colonna sonora, serra il cuore con tocchi delicati e
pungenti. Un film difficile, straziante, poetico, triste, bellissimo.
Voto: 8
Gabriella Aguzzi