Baby Driver

20/09/2017

di Edgar Wright
con: Ansel Elgort, Kevin Spacey, Lily James, Jamie Foxx, Flea, Eiza Gonzįles, Jon Bernthal, Jon Hamm, Sky Ferreira

Si è letto da più parti che il soggetto di Baby Driver si rifarebbe a Driver l'imprendibile, diretto da Walter Hill nel 1978 (di cui era già una sorta di rifacimento non dichiarato Drive, di Nicolas Winding-Refn). In effetti, i due film hanno un punto in comune: il personaggio principale, un guidatore abilissimo e di poche parole di cui si servono le bande di rapinatori per fuggire dopo un colpo.  In questo caso però Baby è un ragazzo che ha subito un trauma da piccolo e che viene considerato ritardato perché non parla e gira sempre ascoltando musica con un walkman. Costretto a lavorare per un boss, vorrebbe fuggire con la cameriera di cui è innamorato. La speranza è che chi vedrà Baby Driver e non ha ancora visto Driver poi corra a recuperare il capolavoro dei tardi anni Settanta. Sarebbe quantomeno un modo per rendere utile la visione del film di Edgar Wright. Ultimo arrivato tra gli autori che riprendono generi, situazioni, modelli visivi e quant'altro dal cinema del passato, giocando con gli anacronismi, rimodernandoli e, chi più chi meno, banalizzandoli irrimediabilmente, il regista inglese aveva già suscitato non poche perplessità con l'esordio pseudo-horror L'alba dei morti dementi (Shaun of the Dead, 2004). Per alcuni invece si era trattato di un'autentica rivelazione, confermata dai due titoli successivi. Tanto che Wright è stato addirittura chiamato a far parte della giuria del concorso principale all'ultimo Festival di Venezia (a quanti giovani registi con tre/quattro film all'attivo è capitato in passato?). Resta il fatto che, a dispetto di tanta considerazione, Baby Driver pare ancora più maldestro e, al contempo, presuntuoso dei precedenti. Vorrebbe essere un mix di action, commedia romantica e musical. Però è ben girato come può essere ben girato un qualsiasi spot pubblicitario e trasuda autocompiacimento, che si traduce in una mancanza di tensione creativa ed espressiva. Cosicché delle strutture a cui si riferisce rimane soltanto una traccia, con personaggi irritanti e ripetitivi e idee di sceneggiatura che Wright spaccia per plausibili, ad esempio che un bambino a cui è morta la madre in un terribile incidente d'auto diventi da grande un autista provetto. Lo spettatore che spera nelle scene d'inseguimento ne trova poche e nemmeno di particolare efficacia, mentre la storia d'amore risulta appiccicata e prevedibile. Quanto al musical, può essere considerato tale un film solo perché ogni cinque minuti parte un pezzo rock? (che a questo punto anche Dèmoni lo era). Purtroppo pure le virate umoristiche, che in Shaun of the Dead almeno in parte funzionavano, qui lasciano il tempo che trovano: il tono blandamente scanzonato di alcuni momenti non risalta per il semplice motivo che la parte seria, da autentico film d'azione, è priva di spessore e vive di stereotipi talmente forzati da sfiorare il caricaturale. Unici pregi di Baby Driver sono la discreta sequenza dello scontro tra il protagonista e il rapinatore vendicativo Buddy e la notevole fotografia di Bill Pope (Matrix, Spider-Man 2), che in alcune inquadrature cerca con ammirevole spirito filologico (ma senza riuscirvi) di replicare i magistrali effetti luminosi ottenuti da Philip Lathrop in Driver. Simboli di un glorioso cinema di genere (e di ricerca) che qualcuno pensa di poter clonare e che invece ormai è stato spolpato. Per cui dobbiamo accontentarci degli scarti.

Voto: 5

Roberto Frini

Il film è incalzante, con un ritmo ben sostenuto dalle musiche di Steven Price, sintoniche e in perfetta armonia con la sceneggiatura ben ritmata di Edgard Wright, che ne ha diretto anche la regia. La scelta delle musiche è una componente determinante nella narrazione e nella sequenza delle immagini. E già questo può dirsi un elemento relativamente nuovo.
L’action driver nel film è il protagonista assoluto, con una sorta di richiamo nostalgico allo straordinario e insuperabile “The Driver” (1978) scritto e diretto da Walter Hill, con un superbo Ryan O'Neal; come adesso il “Driver” (2017) scritto e diretto da Edgard Wrigth che certamente avrà tratto ispirazione dall’insuperabile Hill. Tutto condito con elementi divertenti ed umoristici, come oramai prassi dello stile hollywoodiano degli action movie.
Non mancano poi tutti gli ingredienti essenziali di un buon genere umoristico-emozionale: amore, sesso, tradimento, paura, ansia, coraggio, avventura, ironia, sarcasmo … elementi sparsi nella narrazione con intelligenza narrativa. 
Il protagonista della storia, il bravissimo Ansel Elgort, il genio della fuga in auto, è sempre con gli auricolari attaccati alle orecchie ad ascoltare musica … e lo spettatore che andrà al cinema scoprirà perché … la musica è il vero carburante dell’ispirazione geniale di Baby Driver. Il cattivo di turno è il sempre più bravo Kevin Spacey, che arruola criminali senza scrupoli e disposti a tutto per arricchirsi. Tutto sembra filare liscio nella banda di Doc (Spacey), tranne quando l’amore entra in gioco … e quando l’amore prende il sopravvento rompe tutti gli equilibri apparentemente stabili che divengono precari di fonte alla forza della passione. Come precari appariranno allo spettatore i legami della banda degli uomini di Spacey.
Ed è a questo punto che inizia un’altra storia che non possiamo certo scrivere qui. Ma di certo l’azione, la suspense, l’imprevedibilità, la sorpresa, le emozioni non mancano per lo spettatore esigente … per lo spettatore che ama il genere action nell’accezione anni ’70-‘80 … e anche per questo il film è certamente da vedere.

Voto: 7

Andrea Giostra