
“Nostalgia” o, in sintesi: “Vedi Napoli e poi muori!”. Ovvero: “Quando un cold case ti cambia (e ti rovina) la vita”. Molto interessante questa riduzione cinematografica dell’omonimo romanzo di Ermanno Crea. Mario Martone ha l’abilità, da consumato artista quale è, di ricrearne alla perfezione le atmosfere inquietanti, secondo un canone neo-verista, da lui realizzato attraverso immagini ridondanti e ossessive di una Napoli degradata, dove lavoro e speranza sono stati esfiltrati per sfuggire a un’atmosfera sempre più cupa di delinquenza di quartiere e di quella camorrista organizzata dei “Malomm”, ras incontrastati dei traffici di strada, come droga, prostituzione, furti, rapine, estorsioni, omicidi e spaccio. Da ogni vicolo, palazzo, androne, poggio, balcone e finestrone del Quartiere Sanità appaiono fugacemente e senza sosta i profili di massicce “sentinelle”, che si allungano come ombre minacciose, perenni e onnipresenti, nei chiaroscuri di una città dolente: ne costituiscono la sostanza; la rappresentano nella sua debordante anima negativa. Una folla immanente di brutti ceffi sempre a guardia di qualcuno e di qualcosa, guardaspalle di boss invisibili che controllano ogni movimento nei bassi e nei vicoli, incoraggiando le famose stese (spari in aria a notte fonda per intimorire gli abitanti del quartiere e ricordare loro chi comanda) organizzate sul tipo mordi-e-fuggi da branchi di giovani affiliati, in sella a grosse moto che si muovono come sciami di giganteschi calabroni velenosi all’interno dei vicoli. Tutto, attorno a loro, è silenzio e omertà.
Il mondo di ieri, come quello di Felice che torna nella Napoli di oggi quaranta anni dopo averla lasciata da quindicenne per non farvi più ritorno, semplicemente non esiste più. Lo scopriamo in ogni modo, passo dopo passo, percorrendo con lo smarrito protagonista (che parla oramai solo uno strano italiano) le stradine strette e gli spazi angusti e degradati del Rione Sanità. Con quei palazzi della Napoli settecentesca profondamente feriti dall’incuria, dalla mancanza di mani amorevoli per rivitalizzarne l’intonaco ormai slabbrato e cadente; i muri crepati; le scale senza ascensori; i citofoni protetti da grate di fortuna o non funzionanti. Tutto ciò che appare sa di sporco, come una lebbra di malta che si infiltra dal basso, dalle fondazioni stesse degli edifici. Lo sguardo smarrito di Felice non abbandona mai l’obiettivo della macchina da presa, che lo insegue come una preda indifesa cui nessuno risponde mai a quella sua domanda muta e sgomenta: “Perché? Come è potuto accadere?”.
Perché la sua anziana madre ha lasciato la sua bella casa luminosa al terzo piano di cui si è appropriata un’altra famiglia napoletana, pagandola a un prezzo irrisorio e fuori mercato, per relegare l’anziana donna quasi cieca in un seminterrato buio e insalubre? Felice torna, avendo lasciato al Cairo una bellissima moglie medico ospedaliero, che lui ama e dalla quale è profondamente ricambiato: lei, che lo ha spinto a tornare per prendersi cura di una madre morente (bellissime e struggenti le immagini in cui il figlio lava e veste amorevolmente un’anziana semicieca e con difficoltà motorie) e, in modo del tutto inconsapevole, a fare i conti con una parte innominabile della sua tormentata adolescenza, rimossa e annegata nell’affaccendamento operoso dell’imprenditore edile di successo. Felice tornato ricco a Napoli dal suo vagabondaggio in Medio Oriente, ma nato in quei bassi e amico per la pelle e di malefatte del bandito Oreste “O’ Malomm”, boss e criminale nella realtà partenopea contemporanea, che fonde nel piombo l’esistenza di tanti giovani napoletani che ne accettano la regola primitiva di “o con me, o contro di me”.
Perpetuando con questo macabro rito di iniziazione quel dramma insolubile di chi per noia, emulazione, arricchimento rapido e vita comoda senza la “fatica” (o, meglio, sfruttando con l’estorsione e i ricatti il lavoro degli altri), sposa le ragioni del sodalizio e l’appartenenza malata a un gruppo criminale che dia un senso alla propria esistenza. E non importa se, a quel punto, la guerra è automaticamente dichiarata a tutti quelli che stanno fuori dal clan, perché l’obbedienza al capo è fonte di sicurezza e di guadagno. Ancora meno importa, a questa gioventù senza speranza, senza né Dio, Patria e Lavoro, se a fare le spese dei loro crimini violenti saranno i loro coetanei che vivono nella stessa città; o i preti impegnati a soccorrere il disagio esistenziale di adolescenti, giovani e adulti; o i commercianti taglieggiati; oppure, semplici cittadini vittime innocenti che hanno visto o sono stati testimoni involontari di qualcosa che non avrebbero dovuto vedere o sentire.
Ma qual è la genetica di questo virus antisociale endemico e mortale come l’Aids, privo di cure e di vaccino, che aggredisce da decenni la società napoletana e la spinge verso una decadenza inarrestabile? La colpa è di un sistema statuale che non può più garantire sicurezza e lavoro ai suoi cittadini, oppure è un combinato-disposto in cui c’entra eccome la globalizzazione e la conseguente destrutturazione del mondo dei piccoli lavori artigianali, che hanno garantito la sopravvivenza economica agli umili e instancabili lavoratori dei Bassi nella Napoli di quarant’anni fa? Per fortuna che, tra tutta questa disperazione, c’è l’ancoraggio nell’umano profondo di un giovane e coraggioso prete di parrocchia, don Luigi (un bravissimo Nello Mascia) che si prende cura dei più giovani per sottrarli all’attrazione mortale della luna nera camorrista, organizzando una palestra improvvisata di pugilato nella capiente ala della sagrestia, e una scuola di musica negli spazi consacrati della chiesa. Ed è don Luigi la bestia nera di “O’ Malomm”, al quale sottrae non poca giovane manovalanza preziosa, facendo peregrinazioni instancabili nelle case del quartiere per parlare e ascoltare i drammi delle famiglie più povere. Perché, allora, avere “Nostalgia” di tutto questo, tanto da voler restare a ogni costo, come accade a Felice? Il film stesso “è” la risposta.
Dal punto di vista della tecnica cinematografica, l’opera di Martone non ha nulla a che vedere con il genere thriller. Al contrario: in fondo tutto è scontato fin dall’inizio in questo stranissimo e originale rapporto vittima-carnefice: l’Assassino è l’intero sistema criminale della Piovra che soffoca Napoli e la sua Vittima è l’intera cittadinanza passiva e terrorizzata. I tempi della pellicola sono sempre molto lenti, alla Martone, che approfitta della fissità espressiva di Favino per farne un capolavoro di non-detti, perfettamente comunicati tuttavia attraverso gli sguardi rapidi, le parole avarissime, le strette di mano, le coreografie dei personaggi autentici tratti dalla strada e proiettati nel set a rappresentare se stessi.
Voto: 9
Maurizio Bonanni

«La coscienza sta nella nostalgia. Chi non si è perso non ne possiede»
Pier Paolo Pasolini
La fine si ricollega strettamente con l’origine e genera Nostalgia, tema affrontato da Mario Martone nella sua ultima pellicola presentata alla 75ª edizione del Festival di Cannes 2022. Dopo aver girato nel 2019 Il sindaco del rione Sanità e lo scorso anno Qui rido io, dedicato alla famiglia di artisti napoletani Scarpetta e al teatro, il regista torna nella sua città natale per concludere la “trilogia partenopea”. Felice (Pierfrancesco Favino), un imprenditore affermato, dopo molti anni di permanenza all’estero fa ritorno nel rione Sanità, nel ventre di Napoli, per assistere la madre anziana e malata. La città gli appare come era sempre stata, con la sua vitalità contraddittoria e i suoi riti, sebbene se ne fosse allontanato da quarant’anni scappando dalla mancanza di prospettive, se non la criminalità, e costruendosi una vita a Beirut e poi al Cairo.
Mario Martone ritorna a girare a Napoli, la Napoli vera non quella del Gran Tour, che nasconde dietro alle bellezze della città i problemi della disoccupazione, della malavita, del riscatto sociale. Felice ritrova alcune conoscenze, un amico di famiglia dimenticato, e conosce il prete don Luigi (Francesco Di Leva) che per combattere la camorra e togliere i ragazzi dalla strada ha aperto una scuola di pugilato in chiesa e un ritrovo per giovani in patronato. Oriundo tornato a casa, il protagonista si riappropria del dialetto dimenticato e si concede delle scorribande in motocicletta come faceva da giovane, in un ritrovato amore per la sua città che alterna scene del presente reale a scene del passato riaffiorante nella sua memoria quando in moto scorrazzava nel rione con gli amici. Felice risolve alcuni problemi familiari ma deve fare i conti con il suo passato, quel trascorso di cui nutre nostalgia e rimpianto per essere andato via, dopo il reato che aveva compiuto ancora minorenne. In particolare vorrebbe incontrare Oreste (Tommaso Ragno), su cui apprende a poco a poco la verità su chi sia diventato, senza tuttavia cedere alle minacce di quest’ultimo di andarsene.
La tensione rimane nel complesso latente e immersa nell’atmosfera dark delle riprese del protagonista che attraversa la città a piedi o sulla due ruote, sebbene ben accompagnata dalle musiche della colonna sonora elettronica soprattutto dei Tangerine Dreams. Tratto dall’omonimo romanzo di Ermanno Rea (2018), il tema principale del film è il ritorno a casa di Ulisse, ma differentemente dall’eroe greco Felice non scaccerà i Proci risultando alla fine da loro tragicamente sconfitto. Per chi parte c’è terra di ritorno?
Voto: 8
Michela Manente