The Beast

25/11/2024

di Bertrand Bonello
con: Leŕ Seydoux, George MaKa

“The beast” è un film francese, della più bell’acqua. Quindi lontano dai ritmi e dai dialoghi serrati a cui ci ha da tempo assuefatto la cinematografia hollywoodiana, e di riflesso la nostra, almeno in larga parte. L’azione (poca) e i dialoghi ‘gocciolano’ lentamente nel susseguirsi delle scene, maturano faticosamente tra le inquadrature ripetitive, statiche. 

Ma è la realtà, fuori dallo schermo, che è così; è la nostra vita che scorre lenta e poi frenetica, e qualunque racconto dinamizzato, accelerato, densificato, è una versione adulterata del mondo reale, delle persone vere. Il cinema francese, spesso, sceglie la via di un realismo che sembra ‘pigro’, a tratti indolente (quando non salta – rara avis – dichiaratamente in una sorta di realismo magico, come ne “Il favoloso mondo di Amelie”, favoloso, appunto), una sorta di rete a maglie larghe, all’apparenza un po’ sbrindellata, dove però quei vuoti narrativi, quella rarefazione, sono il ‘nostro’ spazio. 

Invece di saturarci, di occupare tutto il nostro spazio immaginifico, il cinema bianco-rosso-blu rinuncia alle ricette preconfezionate, alla pietanza fatta e rifinita (seppure da gourmet cinque stelle) invitano ‘noi’ a riempire quegli spazi, interpretando, immaginando, offrendoci pause e silenzi da arredare con le nostre riflessioni, emozioni, interpretazioni.

“The Beast” in questo non fa eccezione: la vicenda, centrata sugli incontri casuali e ricorsivi tra Gabrielle e Louis nell’arco di più tre secoli, ci racconta di un’attrazione istintiva, letteralmente innata, che porta i due a collidere, in maniera autodistruttiva, reiterando l’approccio da ogni lato: la seduzione, la complicità, lo stalking, la minaccia. La liberazione dal dolore e dall’ansia di incompletezza (la ‘bestia’ del titolo), che anima ciascuno dei due, passa però per una ipotetica “pulizia genetica”, una terapia futuribile che nel presente narrativo (in realtà un fumoso futuro remoto), sotto la guida impersonale di una voce sintetica, permette di ‘asportare’ le emozioni. 

Per Gabrielle e Louis, entrambi attratti da questa scelta estrema, entrambi ansiosi di sopire, governare, reprimere i propri sentimenti, i ricordi resteranno, ma freddi, distanti, come fotogrammi immobili della loro vita, e delle vite precedenti che si agitano in loro.

Diversa sarà però la scelta finale: l’uno sceglierà la rimozione, l’altra – prima renitente, poi inorridita – sceglierà di restare umana.

È quasi un film a tesi, in fondo, in cui l’enunciato – di base ingenuo, quasi ovvio – viene declinato in tre diverse ambientazioni, sia storiche (Ottocento, anni Duemila, futuro futuribile) che caratteriali, per restituirci lo stesso sguardo da angolazioni diverse.

Un po’ rigida, a tratti stilizzata se non stereotipata la caratterizzazione dei sei personaggi centrali, e anche limitato nelle scenografie e negli effetti speciali (di fatto assenti, elusi più o meno ingegnosamente), il film trova comunque sia momenti visivamente evocativi e coinvolgenti, come l’incendio nella fabbrica di bambole e la fuga sott’acqua; sia scene di grande tensione, quasi thriller, che ricordano un po’, per il loro stile distaccato, certi momenti del recente “Il mondo dietro di te”.

Nell’insieme “The Beast” chiede un po’ di pazienza, quel ‘lavoro’ in più da parte dello spettatore che è il segno distintivo del cinema francese, ma rimane comunque un film interessante e, a suo modo, memorabile, nel senso letterale.

Voto: 7

Davide Benedetto