Queer

12/04/2025

di Luca Guadagnino
con: Daniel Craig, Drew Starkey, Jason Schwartzman, Lesley Manville

Una delle sfide impossibili a cui il cinema spesso non ha saputo resistere, precipuamente con risultati infausti, è quella di tradurre in immagini la narrativa e la poetica beat. E tra tutti gli autori, il più arduo da affrontare è sicuramente William S. Burroughs, tanto per la scrittura a dir poco spiazzante che per l’inevitabile sovrapposizione che viene a crearsi tra i suoi personaggi e la sua persona ( e col breve romanzo Queer la sovrapposizione è ancor più accentuata, tanto da potersi considerare semiautobiografico): il segreto per riuscire a trasporre un suo testo con un buon esito è sicuramente quello di tenere a freno la propria autorialità e mettersi a servizio delle sue visioni. Non lo ha fatto Cronemberg con Il pasto nudo, lo ha fatto oggi Luca Guadagnino appunto con Queer, di cui ha saputo restituire l’anima facendo proprio il contenuto, pur evitando il più possibile (seppure non completamente) di imporsi nello stile.

Appoggiandosi a un interprete di grande carisma, sensibilità e talento quali un Daniel Craig tornato ai suoi fasti attoriali pre James Bond, che rende con partecipazione e finezza la fragilità emotiva, la solitudine e la tristezza del suo Lee, omosessuale americano espatriato, dedito all’alcol, la droga e i bei ragazzi, che quando incontra Eugene si innamora, e pensa di poter creare una connessione telepatica con lui, Guadagnino riesce a mantenere per buona parte del film l’equilibrio tra una componente realistica e “sobria” (tra virgolette, poiché il protagonista non lo è mai e anche la regia si adegua al suo registro sopra le righe e vacillante), e una ricostruzione ambientale tanto accurata quanto poetica, con i piccoli momenti stranianti dati dalla bella colonna sonora “fuori epoca” e delle sequenze oniriche. Purtroppo questo equilibrio sfugge inevitabilmente di mano nella parte finale, dove si immerge in un viaggio lisergico nel quale non riesce a trattenere il proprio morboso estetismo, mentre il lato romantico (e più sentito) si sfalda un po’, rischiando pure l’effetto noia.

Resta tuttavia una delle prove migliori e più intime del regista, e non pesa un certo narcisistico autocitazionismo quando, in una scena d’amore, sposta la macchina da presa verso la finestra, come già in Chiamami col tuo nome. 

Della prova eccellente di Craig (forse ragione principale per vedere la pellicola) abbiamo già detto, ma val la pena citare anche la rivelazione Drew Starkey, che riesce a rendere perfettamente l’inafferrabilità del suo Eugene, a volte freddo e sfuggente (ed eterosessuale), altre amante appassionato e compagno paziente.

Voto: 7

Elena Aguzzi