
Travolto dagli affetti e dagli effetti del suo divorzio, arrampicato tra i debiti e incastrato a mezz’età in una vita senza prospettive, Massimo Quinto si scopre in fin di vita e finisce così per catapultarsi – complice un incidente con lo scooter – nella Roma del primo secolo AC, nientemeno che alla corte di Giulio Cesare (di cui si trova accidentalmente a schivare gli attentati) e sodale di Cicerone.
Tra gag più o meno riuscite e un paio di idee non banali, la catarsi di Massimo si compirà in un altro tempo e in altre vesti, per restituirlo al suo tempo e – finalmente – ai suoi affetti.
Meno sgangherato delle aspettative, ma comunque platealmente ammiccante, questo Tu quoque di e con Maurizio Battista (co-firma la sceneggiatura) è un ‘volo di fagiano’: a tratti si solleva dal terra-terra e riesce ad azzeccare la battuta, la gag, la caratterizzazione; altrove ripiomba goffamente sulla carbonara de noantri, trapiantata nella Roma Primo Secolo, e apprezzatissima dai latini doc.
Questione più di sceneggiatura che di interpretazione, perché Battista sa anche sfoderare le corde giuste, vedi ad esempio il diverbio all’uscita di scuola con il figlio Edoardo, o i duetti con i vari creditori sotto casa. Ma quando le idee latitano, lo stereotipo del romanesco è in agguato e le trovate da guitto del protagonista non sempre funzionano, e zoppica anche lo spunto catartico della veggente da cui Cesare in persona lo accompagna, perché faccia i conti col suo passato. Così come i consigli per il perfetto divorzista, con cui indottrina il Cicerone avvocato, sciorinati quasi stancamente dal cahier de doleances del divorziato-vittima.
Nel film Maurizio Battista è una maschera dolente e amara, più che comica. Se ne esce con l’impressione che – a trovar le idee giuste – quel mascherone un po’ di traverso ne avrebbe di altre cose da dire. E infatti, quasi sorprendentemente, qualche tratto di poesia ci finisce dentro: come la scena danzante dell’assassinio (finalmente!) di Cesare, o il commiato – tornati al presente – di Edoardo dal padre, ormai morto; commiato che ci rivela, un po’ distrattamente, come in realtà il viaggio fantastico di Massimo nella ‘sua’ Roma antica sia stato qualcosa più di un sogno.
Che dire? Tutto sommato azzeccati le scenografie e i costumi, discrete le interpretazioni, ma, senz’altro, un’occasione sprecata, si poteva fare di più con qualche idea più coraggiosa.
Voto: 5,5
Davide Benedetto