
“L’amore che non muore” non è facilissimo da collocare, a metà strada tra l’amor criminale e il romanzo di formazione giovanile. Pesca poi, a piene mani e senza vergogna: da “Scarface” a “C’era una volta in America” (per tacer di un vago sentore de “Il tempo delle mele”…). Pesca e rielabora - à la française, beninteso – ridisegnando i connotati dei due ‘fatali’ protagonisti, due vite che si intrecciano per poi lasciarsi e poi, definitivamente, legarsi (spoiler).
Lui, Clotaire (François Civil), figlio del proletariato portuale (potrebbe essere Brest, Le Havre, Cherbourg), famiglia modesta, amore tanto, parole poche: si fa presto a diventare mascalzone prima, delinquente poi.
Lei, Jaqueline-Jackie (Adèle Exarchopoulos), orfana (di madre) della media borghesia di provincia, espulsa dalla scuola privata e catapultata nel liceo cittadino, si imbatte in un Clotaire scanzonato e provocatorio, che all’arrivo dello scuola bus la bersaglia – tra gli altri studenti – col suo sarcasmo grezzo. Ma è Jackie a segnare il punto, rimettendo in riga con le sue repliche sferzanti lo sfaccendato attaccabrighe. E tutta la storia comincia qui.
Ovviamente Clotaire è colpito: e dalla verve, e dal coraggio di Jackie. Ovviamente lei lo ha notato, e non le è indifferente. Ovviamente lui farà le umane e le divine cose per impressionarla (memorabile il furto dei flan dal camion frigo). Ovviamente i due ragazzi finiranno insieme.
Meno ovvio è il garbo della narrazione, che non nasconde il lato d’ombra di Clotaire, né la dipendenza di Jackie da questo amore, tanto sfrenato quanto romantico. Narrazione che però mantiene intatta la fragranza e la freschezza dei ‘giorni belli’, delle fughe di scuola per far l’amore nei campi, dei piccoli doni e delle grandi follie. Su tutto vigila – comprensivo e perciò impotente - il padre di lei (Alain Chabat): bellissima caratterizzazione: ironico, misurato, accogliente ma esasperato dalle sbandate di Jackie.
Infatti, più Clotaire s’infila – in cerca di riscatto - nel sottobosco criminale di provincia, più lei si attacca a lui, e si strugge. Ormai organico alla banda del quasi-padrino La Brosse (Benoit Poelvoorde), sempre più coinvolto nei ‘colpi’ via via più ambiziosi, e contagiato dal mood arrogante e sprezzante della gang, sarà proprio lui a pagare per tutti quando l’ultima impresa finisce nel sangue.
E alla via così, due vite che sembrano definitivamente divergere: lui, dieci anni di galera per un omicidio che non ha commesso; lei a rimbalzare da un impiego all’altro, senza ambizioni né futuro; due vite lontane, due vite che sembrano perdute – l’una senza l’altra. E invece…
Meriti ne ha, questo film, e non pochi.
In primis la naturalezza con cui sa unire la sobrietà di narrazione alla poesia dell’amore giovanile, dell’amore che dura: nella storia di Clotaire e Jackie non trovano posto la ‘magia’ di “C’era una volta in America”, né la disperazione rabbiosa di “Scarface”; c’è invece la realtà – ruvida, graffiante, a tratti comica – della provincia del Nord della Francia, con le sue miserie e le sue fortune.
Secondo poi, la bravura degli interpreti: versatili, credibili, misurati, mai una sbavatura: tutti, anche o forse soprattutto i comprimari. Del padre di Jackie s’è detto, ma anche il La Brosse capo banda, o la madre di Clotaire; perfino il marito-a-termine di Jackie. Non una sbavatura, non un eccesso, tanta naturalezza, appunto.
Terzo ma non ultimo, l’uso sapiente (sic) della fotografia. Anche qui senza prodezze o capricci, la cinepresa sa però ben usare la tavolozza dei toni e delle sfumature: così quando si colora di freddo blu per gli scontri notturni tra le gang, così quando, nel giallo-oro d’un estate di slanci, trasforma il balletto delle spighe al vento, in un sipario compiacente del campo di grano, in cui Clotaire e Jackie finalmente si concedono.
Menzion d’onore al finale (che non racconteremo): sobrio, a modo suo imprevedibile, affettuoso, lascia addosso un buon sapore di vita vissuta, e ben raccontata.
Da vedere, senz’altro.
N.B.
Il titolo originale, “L’amour ouf”, è quasi intraducibile (e la distribuzione italiana ha fatto tutto sommato un buon lavoro, re-intitolandolo): più o meno sta per ‘pazzesco’, ‘travolgente’, ‘trascinante’: più bello, però, semplicemente ‘ouf’. Opinione personale, s’intende.
Voto: 8,5
Davide Benedetto