
“The End” rappresenta il miglior tentativo di cambiare, rovesciandolo, il paradigma stesso del cinema post-apocalittico: qui non ci sono eroi, non c’è nessuna lotta per la sopravvivenza, si lotta – semmai – per tacitare le proprie coscienze tormentate, per chiudere i conti con il lascito penoso di chi è stato tradito, e abbandonato ‘fuori’. Fuori da queste stanze tappezzate di quadri di pregio, da quest’atmosfera cristallizzata e immobilizzata in cui tutto – le memorie del Padre che il Figlio sta redigendo (e censurando), i pranzi raffinati consumati con bel garbo rimanda insolentemente a un mondo (fuori) che non c’è più.
Fuori sono rimasti una madre (con la minuscola) abbandonata all’Apocalisse, un figlio (sempre con la minuscola) tossico e problematico lasciato dietro di sé, compagni e amici, e aspiranti intrusi di questo piccolo ‘paradiso’: negati ed esclusi, quando non respinti, semplicemente perché non c’è posto per loro, nella casa e nei sentimenti residui degli ospiti del bunker.
Mentre le canzoni si susseguono, e i rimorsi sembrano affacciarsi, la non-vita del gruppo deve continuare, posticcia fino al Capodanno festeggiato con i fuochi d’artificio dentro le stesse caverne. Del ‘fuori’ rimane solo il grande plastico ferroviario, minuziosamente sviluppato e accudito da Figlio: lì, e lì soltanto, tra un Hollywood, un Apollo 11 e una funivia lillipuziani, c’è posto per il mondo che c’era e che rimane lontano – stravolto, distrutto – oltre le caverne surreali che ora sono il cortile di casa. È l’unico scorcio offerto su ciò che non è più.
Cantano, i protagonisti, ma le parole non nascondono la cappa di ipocrisia e di finzione che li avvolge: perché fingere è l’unico modo per proseguire, recitando una commedia medio-borghese che per loro è ormai una “Regola per Sopravvivere”, non a caso esattamente come nell’omonimo, splendido racconto di Richard Matheson, geniale scrittore di fantascienza.
Lontani dalle emozioni e dalle avventure digitali dei classici del genere, come “The day after tomorrow” o “The day after”, qui il ‘dopo’, il ‘domani’ non sono opzioni, c’è solo un’atmosfera soffocante e claustrofobica, congelata in un presente iterativo e ossessivo che neppure la vanità di spostare i quadri, o il dirompente arrivo dell’Estranea possono turbare. Tutto si ricompone, si rinormalizza, si quieta: in fondo sono statue parlanti, non più umani, perché ‘lo spettacolo deve continuare’.
Ecco così che il titolo del film è solo una provocazione: se la Fine del Mondo c’è stata, la fine di questa recita accartocciata su sé stessa non sarà, non può essere.
Innegabile, “The End” non è un film facile, anche perché la scelta del genere musical (assolutamente incongrua) un po’ disorienta. Ma è comunque un film da vedere, e non solo per le splendide interpretazioni di tutto il cast: anche per capire – e non ci vuole una catastrofe, bastano le prime pagine dei giornali – che questo microcosmo, questa ‘bolla’ che per due ore e mezza ci avvolge parla molto di noi.
Voto: 7,5
Davide Benedetto