
Sospeso tra folklore e modernità, tra vivere urbano frenetico e magia senza tempo, Don’t cry butterfly non ha quel che si dice una traccia narrativa chiara, lineare: d’altra parte l’unico modo per raccontare davvero il mistero, è lasciarlo tale, senza disvelamenti e rivelazioni. Così una macchia nel soffitto, un gocciolamento inarrestabile, un’ondulazione della realtà, che sole le donne del condominio possono vedere (e temere), si fa strada tra le crepe del soffitto e tra le maglie del racconto di un tradimento, di una donna ferita ma forte, di una famiglia vietnamita – non più tradizionale, ma urbana - in cui ciascuno è un’isola in cerca di un altrove.
Tam, la madre, cerca nei rituali propiziatori del Maestro (incenso e aromi bruciati a profusione, danze scampanellanti e, beninteso, generose offerte agli dèi) una possibilità di riavere a sé il marito, di ristabilire una relazione.
Ha, la figlia ventenne, cerca una salvezza nella borsa di studio che – forse – le permetterà di andare a Londra a studiare.
Infine, il marito, che conosciamo solo come Mr. Tahn: presenza taciturna e indifferente, che si muove già in un mondo silenzioso tutto suo, scivolando dentro e fuori senza farsi toccare dalle vicende familiari, vero deus ex-machina, e niente più.
Al di là dei dialoghi, tra le vicine prodighe di consigli a metà magici a metà vendicativi, e delle scaramucce verbali tra Ha e il giovane Trong (vicino, amico e confidente) che a tratti alleggeriscono il tono, su tutto incombe la progressiva invadenza, fino al parossismo finale, di un Qualcosa che gocciola, incrosta, ramifica di rughe e crepe il soffitto, fino a spezzare definitivamente la traccia ormai sfibrata del ménage familiare, e di Tam.
Quando non incarna i modelli e i generi classici del cinema occidentale (e spesso anche allora) il cinema asiatico - vietnamita, in questo caso – ha questo di bello: che non è affatto prevedibile. Così, in Don’t cry butterfly un significato razionale, didattico, educativo non c’è, non c’è il Viaggio dell’Eroe/Eroina, non c’è un happy ending. Succede, e basta.
Succede che la magia, il mistero, l’Alieno, davvero possa entrare da una banale infiltrazione, una semplice macchia gocciolante nel soffitto di una casa, nella nostra vita e in noi. Succede che, dopo, semplicemente se ne vada, scompaia, lasciando le nostre vite per sempre cambiate. Metafora? Forse. Ibridazione horror? Può darsi. Ma il modo in cui l’Alieno Di Casa viene guardato e trattato nel racconto, è senz’altro molto rivelatorio di un modo di concepire il mondo e le sue cosiddette regole di realtà, molto diverso – vivaddio – dal nostro. Ed è uno sguardo che non lascia indifferenti, che consegna domande senza obbligarci alle risposte.
Voto: 7,5
Davide Benedetto