Cinema e Società

15/10/2020

“Cinema e Società” di Riccardo Rosati non è un saggio. È una raccolta di recensioni e saggi brevi legati dal filo comune di parlare di film attraverso i quali si analizza la società. Il Rosati ci risparmia “pistolotti” e teorie, lascia che sia il lettore a trarre le proprie conclusioni: il titolo è dunque un invito a leggere le pellicole attraverso un’ottica specifica, ma non ci impone una prospettiva interpretativa.
Scorrono così i racconti di film eterogenei quali “Scipione detto anche l’Africano” di Luigi Magni e “Voglio la testa di Garcia” di Peckinpah, “L’uomo senza sonno” di Brad Anderson e “A serious man” dei Coen, “Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio” di Isotta Toso e “The iron lady” di Phyllidda Lloyd, il “Pinocchio” di Enzo D’Alò e “Don John” di Joseph Gordon-Levitt, “La grande bellezza” e “Lovelace”, “Amore cucina e curry” e “In fondo al bosco”. E (se conoscete il Rosati, potete aggiungere “naturalmente”) un’ampia parte di recensioni è dedicata al cinema orientale, ma anche qui spaziando tra epoche, generi e autori: “Madadayo” (Kurosawa)e “Getting any?” (Kitano), “Rainy dog” (Takashi Miike, che fa un po’ la parte del leone nelle scelte) ed “Exiled” (Johnnie To), “Lettere di uno sconosciuto” (Zhang Yimou) e “Little sister”( Koreeda)….
Sono titoli che non fanno subito pensare a film che dissertano di condizioni sociali, dall’impronta politica. Ma la Società (la cultura, l’ambiente, le condizioni economiche, la religione, i media….) condiziona il cinema, che a sua volta la rappresenta. Il fatto stesso di non scegliere di parlare di film “ovvi”, come per esempio potrebbero essere le pellicole neorealiste o le neo-neorealiste che parlano di periferie e disagio, ma di spaziare su aspetti, luoghi ed epoche diversificati, è una sorta di presa di posizione estetica e politica. E ancora più illuminanti sono i cinque brevi saggi che concludono la pregevole raccolta del Rosati. Qui si analizzano in maniera più approfondita alcuni titoli e autori. Il primo è Lost in translation. Qui la critica è inizialmente piuttosto dura: il film “dovrebbe” analizzare i rapporti tra due società differenti, l’americana e la giapponese, ma la seconda è ridotta a stereotipo, con il classico snobismo nordamericano che guarda con ironica superiorità qualunque cosa diversa da loro. Ma poi il tiro viene corretto dalla considerazione che la pellicola intende mettere in scena il punto di vista del turista qualunque, pronto a considerare strambo tutto ciò che ai sui occhi appare insolito. Quindi, se il film avesse pretese sociologiche, sarebbe un fiasco; ma è invece ben riuscito come racconto di due solitudini. Il secondo titolo è una chicca per intenditori, “Yukoku” (lett. Patriottismo), l’unica opera cinematografica di Yukio Mishima. La tesi sostenuta dal Rosati è che una lettura delle opere e della vita di Mishima in chiave strettamente politica, è limitante: ciò che più conta per l’autore è il “gesto estetico”, “volto a ridare ordine e morale al Giappone occidentale”. Opera di stampo teatrale, è un lento ed estetizzante cammino verso la morte, che forse ci rivela più del suo autore e della propria visione della società, che della società stessa: la lettura del saggio-recensione è veramente interessante, tanto per il cinefilo quanto per il cultore del grande autore giapponese. Il terzo saggio invece non analizza un singolo titolo, ma l’intera opera di Shohei Imamura, regista sempre attento alle questioni sociopolitiche. Le sue opere più celebri in occidente, grazie alla Palma d’oro vinta a Cannes nell’83 e nel 97, sono La ballata di Narayama e L’anguilla, ma ovviamente il Rosati ne analizza l’intera opera, improntata a una spiccata visionarietà, in cui sogno e realtà vengono spesso a combinarsi, e in cui si affrontano temi scomodi che riguardano la società giapponese, come ad esempio la Seconda Guerra Mondiale col suo tragico epilogo. Segue poi un approfondimento sul cinema dello “scandaloso” Nagisa Oshima ( Notte e nebbia nel Giappone, La cerimonia, Ecco l’impero dei sensi, Furyo, Tabù, per citare i titoli più celebri). Sorprendente (per chi non conosce l’autore…) è la scelta del tema dell’ultimo saggio, le serie di fumetti sportivi (spokon) di Ikki Kajiwara, “Tommy la stella dei Giants” e “Rocky Joe”. Buona lettura

Elena Aguzzi