Il C’era una volta di Sergio Leone

05/09/2020

C’era una volta. Così cominciano le fiabe. Con queste quattro parole si intitolano i due capolavori di Sergio Leone che raccontano il West e l’America con lo sguardo della nostalgia, reinventati nella struggente elegia di un mondo immaginato dal Cinema. Così si intitola la bella Mostra al Museo dell’Ara Pacis da poco conclusa e fortunatamente prorogata per tutta l’estate, importantissima per conoscere e approfondire questa monumentale figura: C’era una volta Sergio Leone. Perché se Leone inventò un nuovo modo di fare Cinema allo stesso tempo era immerso in quell’amore per le cose perdute che rinascono nei sogni, così come i sogni le dipingono. La sua era una “ricerca del tempo perduto” sublimata dal Cinema.
Per Leone il Cinema è fiaba e nei suoi film il C’era una volta si confonde subito con la Storia del mondo osservato dalla settima arte. Il desiderio di raccontare i miti popolari (il West, la Rivoluzione, l’America) utilizzando la memoria stessa del Cinema è reso possibile da un immenso bagaglio culturale che parte per contrapposizione dalla lezione neorealista. Per capire Leone occorre dunque partire dalla sua formazione e dai Maestri studiati nei minimi dettagli, che ha citato trasformandoli in qualcosa di nuovo e personale. Le sue opere si nutrono dei film che ha amato e contengono un insieme complesso di citazioni che Leone ha la capacità di reinventare in un nuovo linguaggio cinematografico. Dal “padre spirituale” John Ford a tutti gli autori del western classico, a Dmytriyk e Fritz Lang, tutti studiati e amati per poi farne propri tecniche e linguaggio.

Ed è da qui che la Mostra parte, con abbondanza di curiosità. Sapevate, per esempio, che uno dei Seminaristi che si riparano sotto la pioggia a fianco di Lamberto Maggiorani in Ladri di Biciclette è Leone stesso, all’epoca in cui lavorò con De Sica? Particolarmente interessante la Sala che accosta quadri ed opere letterarie alle sequenze dei suoi film: la fucilazione sotto la pioggia di Giù la testa che trae ispirazione dalla fucilazione del 3 maggio di Goya e poi ancora scenografie ispirate a De Chirico e Hopper, Clint Eastwood e Eli Wallach simili a Don Chisciotte e Sancho Panza.
“L’America della mia infanzia non era solo Hollywood, c’erano anche Dos Passos, Hemingway, Scott Fitgerald, Chandler” diceva. Affascinato dai classici ha creato un nuovo West dove convivono Kurosawa e Goldoni, i personaggi di Cervantes, di Omero e dei fumetti usciti negli anni della sua formazione.
Curiosità anche sul passato cinematografico dei genitori. Nasce sul set l’amore tra Vincenzo Leone, in arte Roberto Roberti (ricordiamo che Sergio Leone firmò Per un Pugno di Dollari col nome di Bob Robertson), autore di feuilleton, e Edvige Valcarenghi, in arte Bice Waleran: diretta dal marito Edvige interpreta il ruolo di una principessa indiana nel primo western italiano “La Vampira Indiana” (1913, oggi andato perduto), uscito tre anni dopo la Prima di La Fanciulla del West di Puccini.

Viscontiano nella ricerca minuziosa e antiverista nelle scenografie, Leone mescola volutamente epoche diverse creando anacronismi evidenti. Ha sperimentato tutte le possibilità dell’inquadratura. I dialoghi dei suoi film sono immortali come i suoi silenzi.
La Mostra a lui dedicata non vive solo di immagini (locandine, bozzetti, i costumi indossati dai protagonisti, il pannello di Coney Island da cui De Niro attraversa il suo passaggio nel tempo in C’era una volta in America) ma anche di suoni, come il corridoio in cui ci si immerge tra gli echi delle sue citazioni memorabili. E le musiche di Ennio Morricone, indissolubile connubio evocativo per il magico potere della nostalgia. Visitare la Mostra nei suoi ultimi giorni, a breve distanza dalla scomparsa del Maestro, vederne gli spartiti e il pianoforte, lascia un ulteriore struggimento. 

Gabriella Aguzzi