Atypical

28/11/2019

Finalmente qualcosa di nuovo e di … atipico. Sotto la pioggia di telefilm criminalisti e criminogeni (“La casa di carta”, “Breaking bad”) o fantascientifici (“Stranger Things”, “Lost in space”), finalmente un po’ di normalità in casa Gardner… forse.
Perché i Gardner non sono una famiglia poi così normale: fulcro della vicenda – e spesso della stessa vita famigliare – è il figlio maggiore, Sam (Kleir Gilchrist), affetto dalla sindrome di Asperger, una forma relativamente leggera dello “spettro autistico”.
Sostenuto da un carattere deciso, e da una madre forte e incrollabile, appassionato di pinguini, affettuosamente appoggiato dalla scanzonatissima sorella Casey (Brigette Lundy-Paine), a suo modo travolto dal transfer  per la sua psicologa (Amy Okuda), poco per volta Sam emergerà dal suo sopore solitario, avventurandosi - tra alti e bassi - nel suo mondo adolescenziale e finendo per ribellarsi alle cure materne, genuine ma un po’ soffocanti.

Non è una serie edulcorata, non è un “volemose bene” generico e generoso: perché Sam i suoi problemi di relazione ce li ha davvero: anche se a tratti sembra il più razionale e forse il più equilibrato dei suoi familiari, se non dei suoi coetanei.
Gradualmente però, esce  da quel sé così ostico, si affaccia dal suo guscio protettivo, scoprendo amicizie e affetti, che ricambia a modo suo: disarmante, spigoloso, apparentemente insensibile, ma in realtà più attento di altri – perché meno frastornato dalle emozioni e dai luoghi comuni – a ciò che gli accede attorno.
E rapidamente diventa – e il gioco è quasi scoperto – lo specchio irrituale delle paranoie, degli equivoci e delle ipocrisie intorno a sé, smascherandole fragorosamente: apparentemente ingenuo, incongruo come il classico elefante tra le porcellane, non lascia scampo alla commedia degli equivoci che lo circonda (tradimenti, abbandoni, seduzioni … un bel campionario di varia umanità bugiarda), straccia il fondale cartonato ed esce di scena clamorosamente, lasciando madre, padre, amici, fidanzata, a fare i conti con se stessi.

Inizialmente sceneggiatura e regia giocano le carte molto bene, facendo abilmente di Sam una specie di Pandora ambulante (avete presente il famoso Vaso di…), che scoperchia con brusca innocenza (sic) altari e altarini: non nasconde le sue emozioni, non media, non ingentilisce, e se i conti non tornano, chiede conto e spiegazione, non finge di non vedere .E incassa malamente, proprio perché incapace di mediare e smussare, gli attacchi più o meno biechi che riceve dai suoi coetanei, ma comunque va avanti per la sua strada, trovando di volta in volta rifugio nei consigli (a volte esilaranti) del collega Zahid (Nik Dodani) o nella compagnia dei “suoi” pinguini, all’acquario.
Poi però la trama si logora, la vicenda si sfilaccia seguendo passioni e passioncelle: la tresca della madre Elsa, le ambigue amicizie femminili del padre Doug, gli innamoramenti etero (e non solo) della sorella Casey: e si scivola un po’ nella telenovela, nello stereotipo, di tanto in tanto ravvivato da qualche dialogo più riuscito, da qualche riflessione più originale di Sam (che è la voce narrante). Il tutto perde di freschezza, s’annacqua come un vinello frizzante troppo diluito (per esigenze di produzione).
Delle tre serie, uscite annualmente dal 2017, la prima senz’altro, ma anche la seconda, meritano d’esser viste (e pazienza poi per la terza, tocca subire).
Centrale è l’idea, semplice e disarmante (ma non originalissima, si pensi al personaggio di Raymond – uno stellare Dustin Hoffman – in “Rain man”, A.D. 1988 …) di ciò che l’altro da noi, il diverso, lo “strano”, il minus habens, può in realtà darci, di prezioso e impagabile: una diversa visione del mondo e delle relazioni, ripulita di pregiudizi e ipocrisie, un “visto da fuori” che smaschera e denuda le nostre fragili, fragilissime falsità. E ce ne vorrebbe di più.
Da vedere, meglio se con figli adolescenti.
Attenzione: prima (soprattutto) e seconda stagione da non perdere, per la terza beneficio del dubbio.

Davide Benedetto