Hollywood Vampires, e il funerale al rock diventa dimostrazione di vita
03/09/2026

Alice Cooper negli anni 70 era il re di un rock grandguinolesco in bilico tra hard e punk e il fondatore di un club per rockstar, The Hollywood Vampires, il cui motto era “bere alla morte”. Dotato di un talento più da teatrante che vocale, rispetto a Ozzy Osbourne, Ronnie James Dio o Bon Scott, era un po’ uscito dai radar sulla fine del secolo scorso e l’inizio del nuovo. Ma una decina di anni fa eccolo risorgere dalle proprie ceneri con un progetto che dapprima poteva sembrare una goliardata, ma che si è rivelato un successo: fondare una superband, gli Hollywood Vampires, votata a celebrare gli amici morti a suon di rock. E se dapprima ha raccolto, su disco, numerose ospitate di lusso, è nelle esibizioni dal vivo che ha costruito la propria credibilità, grazie alla eccezionale presenza scenica di Alice Cooper e al trio di chitarristi co-fondatori: il fido Tommy Henriksen , un assoluto numero uno come Joe Perry, e la super star Johnny Depp (talmente convinto e convincente nel ruolo di rocker da mettere in secondo piano quello di attore).

Il loro è uno spettacolo tutto da vedere, come quello che i milanesi han potuto godere il 1 settembre al Parco della Musica d Segrate. Un poderoso funerale a tutti i “dead drunk friends” che diventa un colorato spettacolo quasi circense grazie all’impagabile energia e maestria del maestro di cerimonie, Alice Cooper, che ci guida nell’oltretomba come a capo di un carrozzone magico: e la magia è data dal rock, quello vero, anni 70, vibrante di ritmo e chitarre. Tra i loro brani, ormai diventati a loro volta iconici, come I want my now, Raise the dead, My dead drunk friends, The boogieman surprise, spuntano le cover della Alice Cooper band ( I’m eighteen e School’s out) e degli Aerosmith (Livin on the edge, Bright light firght, Walk this way), e quelle degli amici assenti: Jim Carrol (la sua People who died è un momento clou dello spettacolo, con le immagini del lungo elenco di cari estinti che mette i brividi, anche perché destinato ad allungarsi di anno in anno), Lou Reed (Venus in furs), Jim Morrison (Roadhouse blues), John Entwistle degli Who (Baba O’Reilly), l’amato Jeff Beck, David Bowie (Heroes, un altro momento top) e Young e Scott (un’entusiasmante Highway to hell).

E alla fine la sensazione non è semplicemente quella d’aver trasformato delle esequie in una festa, come quando ci si ritrova poi tutti al pub a bere e cantare , ma di aver dimostrato che alla fine il rock è ancora vivo, è qui presente tra noi e ci rivitalizza tutti: Alice, con Perry e Depp e gli altri compagni di viaggio, non ci ha guidati in un rito funebre ma, al contrario, in un rito voodoo di resurrezione.
Elena Aguzzi