Il Trovatore

24/02/2020

Parte da un’idea insolita e ardita il regista Alvis Hermanis per la sua messa in scena del Trovatore. Facendo leva sul fatto che l’opera è tutta un’alternarsi tra passato e presente e densa di racconti, il regista di Riga decide di ambientarla all’interno di una pinacoteca e, col calar della sera, quando i visitatori lasciano le sale, è come se i quadri prendessero vita, o le ombre addensate nel museo, pregne delle storie che lì si sono raccontate. Dunque vediamo gli operatori del museo spogliarsi pian piano dei loro abiti ed indossare costumi fiammeggianti – è il rosso della passione, del sangue e dell’ “orrendo foco” della pira a dominare la scena – per immergersi nella cupa tragedia del Trovatore.
Un’idea un po’ forzata forse, benché affascinante. Non condividiamo il dissenso espresso con eccessiva ed inappropriata violenza da alcuni spettatori della Scala, tuttavia nutriamo alcune perplessità in merito a tale scelta registica. Fin tanto che, al levarsi del sipario, Ferrando racconta il truce episodio della zingara condotta al rogo e della di lei figlia che per vendetta rapisce il figlio del Conte Di Luna e lo getta nelle fiamme (“Abbietta zingara”), la soluzione ci può anche stare: si tratta di un racconto che fa da preambolo alla vicenda a cui stiamo per assistere e un Ferrando nei panni di guida turistica lo accettiamo. Ma rincresce ascoltare poco dopo l’accorato canto d’amore per il misterioso Trovatore (“Tacea la notte placida”) cantato da una Leonora in abiti da assistente museale, una scena che impoverisce e svilisce la magia impressa dalla musica di Verdi e che lo scorrimento dei quadri sullo sfondo non riesce a riportare. I quadri, per lo più celebri dipinti rinascimentali, dovrebbero infatti, nelle intenzioni del regista - che assieme a Uta Gruber-Ballehr è anche scenografo dello spettacolo – commentare la vicenda ma non sempre vi riescono e l’abbondanza di immagini a tema religioso, Madonne col Bambino e Deposizioni ogni qualvolta l’opera tratta il tema madre e figlio, suona inappropriata. Infine, dopo aver raggiunto il culmine tragico con “Di quella pira l’orrendo foco” in cui il tenore Francesco Meli dona al suo Manrico impeto tempestoso e coraggiosa baldanza, ecco che Leonora rinviene nuovamente nel museo che gli operai stanno smontando accatastando i quadri al centro della sala, come rovine. Il sogno è dunque finito? Non ancora, manca l’ultimo atto, il più bello ed intenso. E ancora dispiace vedere Leonora in abiti borghesi mentre al di fuori di invisibili mura di un’invisibile torre intreccia il proprio canto al canto del suo amato fatto prigioniero di cui gli giunge lontana la voce. Insomma, questo continuo dentro e fuori dall’opera convince poco, o comunque non pienamente.

Ciò detto, lo spettacolo in scena al Teatro alla Scala conserva tutta la potenza e la drammaticità dell’opera verdiana che la direzione di Nicola Luisotti e l’esecuzione degli interpreti restituisconi con vibrante passione. Affascinato dal dramma di Gutierrez, Verdi compose l’opera pur con alcuni contrasti col librettista Salvadore Cammarano nella visione dei personaggi, in particolare la zingara Azucena, personaggio tormentato, passionale e contradditorio. Azucena è dilaniata tra due sentimenti opposti, l’amore per colui che ormai considera un figlio, quasi a riparare e cancellare la morte atroce del vero figlio, e l’ossessione di vendicare l’uccisione della madre per la promessa a lei fatta. Sconvolta nella mente per tanto tormento, ma Verdi non la volle mai veramente pazza, piuttosto spossata e confusa. La sua rabbia e la sua veemenza lasciano spazio alla dolcezza quando è rinchiusa con Manrico in prigione e assieme attendono la condanna a morte (“Ai nostri monti ritorneremo”). Violeta Urmana ne sottolinea ogni sentimento, tra accenti di furore e di tenerezza. Per Verdi sarebbe stata Azucena la vera protagonista, ma l’opera finale ha forza proprio nel netto contrasto tra le due eroine, che si alternano sul palco ma mai si incontrano direttamente, se non nell’ultimo anno dove una si assopisce per risvegliarsi quando l’altra ha compiuto il sacrificio d’amore. Se Azucena è passionale e drammatica e si esprime in frasi brevi e ritmi frizzanti, Leonora (il soprano Liudmyla Monastyrska, duttile in ogni sfumatura vocale e nei passaggi emozionali) si estende nell’espressività lirica di giovane innamorata. Tra loro, mutando musicalità per la donna che gli sta accanto, Manrico, eroe impulsivo al quale lo straordinario Francesco Meli, recentemente ammirato in Tosca, dona un ritratto al contempo fiero e malinconico. E se Il Trovatore vive di contrasti al centro del dramma vi è quello tra Manrico e un Conte Di Luna carico d’odio e frustrazione (il Baritono Massimo Cavalletti), rivali in amore e fratelli inconsapevoli.

Gabriella Aguzzi