Morte di un commesso viaggiatore

28/04/2022

Morte di un commesso viaggiatore è la storia di un piccolo uomo e del suo sogno più grande di lui. Mischia verità e allucinazione. È una tragedia moderna che rivela il lato crudele del sogno americano. Willy vuole così tanto essere “benvoluto”, che spesso trascura il fatto di essere amato. Infatti, contrariamente a quel che pensa, la sua famiglia lo adora: sua moglie ha votato a lui la sua esistenza; suo figlio minore Happy lo imita fino al punto da avere i suoi stessi sogni (sbagliati); Biff invece nutre nei suoi confronti uno strano sentimento di odio/amore ma sicuramente vince l’amore. E Willy Loman è uno dei personaggi teatrali più tragici del ventesimo secolo. Nella sua mente c’è qualcosa di fratturato. Ci sono diversi momenti in cui si rende conto che la sua famiglia è più importante del denaro. Ad esempio, quando sua moglie gli dice che hanno quasi pagato la casa, afferma: “Lavori tutta la vita per pagare le rate del mutuo, e quando la casa è finalmente tua, non c’è più nessuno che ci vive.” Willy Loman sogna un futuro che non è in grado di raggiungere; perché vive in un paese che all’apparenza offre illimitate opportunità e lui va alla ricerca disperata del successo. Ma fallisce, e non riesce a perdonarsi. E fallisce per aver creduto eccessivamente nel sogno americano, che non lo ha ripagato, e questo gli ha fatto perdere autostima.
Adesso vive coltivando un’accecante idolatria per tre uomini di successo: suo padre, fabbricante e venditore di flauti; suo fratello Ben, andato a cercare fortuna in Alaska, e che adesso è diventato una specie di ossessione per lui; Dave Singleman, un vecchio commesso viaggiatore di 84 anni che Loman aveva conosciuto tanti anni prima, quando doveva decidere se cambiare lavoro, o continuare fare il venditore.

I sogni di Willy sono tutti sbagliati, e lentamente la sua vita va in disfacimento; come la casa in cui abita.   Il fatto di non essere riuscito ad avere la stessa fortuna di questi suoi tre miti, gli fa provare un forte senso di vergogna e di inadeguatezza. Da qui la necessità di riversare su suo figlio Biff, delle aspettative di successo troppo grandi e irrealizzabili per lui. Quest’altro fallimento non riesce proprio a perdonarselo. Anche perché pensa di avere una grossa responsabilità. Infatti, molti anni prima, durante un suo viaggio di lavoro a Boston, è accaduta una cosa, a cui continua a pensare come un’ossessione. Ora nella sua testa c’è troppo rumore: fughe di pensieri si accavallano e lo portano a confondere il presente, col passato e con il sogno. Comincia a combattere con la tentazione di fare un gesto estremo che gli faccia riconquistare la stima dei suoi figli e assicurare loro un futuro economicamente più sereno. Allora inforca il volante della sua auto, e si mette alla guida per l’ultimo viaggio. Il più remunerativo. Forse. 

Nella messa in scena al Teatro Franco Parenti di Milano Michele Placido offre di Willy Loman, l’uomo che porta su di sé i fallimenti di una vita, un’interpretazione magistrale, passando con pochi impercettibili tocchi dal presente al passato, dall’uomo piegato dalla vecchia e dal sogno spezzato all’uomo esuberante che nel sogno crede ancora. Entra ed esce dalla realtà amara fatta di frustrazioni e sconfitte alle allucinazioni nella testa del protagonista così come vi entra ed esce una regia perfetta dal taglio cinematografico, classica ed onirica al tempo stesso. Con un cast magnifico. In scena fino al 1 maggio e assolutamente da non perdere.

Morte di un commesso viaggiatore

di Arthur Miller

traduzione di Masolino D’Amico

con  Michele Placido, Alvia Reale, Fabio Mascagni, Michele Venitucci, Duccio Camerini 

regia Leo Muscato
scene Andrea Belli
, costumi Silvia Aymonino
, disegno luci Alessandro Verazzi
, musiche Daniele D’Angelo

Redazione