I Promessi Sposi di Verona

07/08/2026

Forse non tutti sanno che William Shakespeare scrisse una prima stesura di Giulietta e Romeo alla quale il Manzoni attinse a piene mani per i suoi Promessi Sposi. Vi proponiamo questo raro inedito nella traduzione di Gabriella Aguzzi che ne ha curato anche il ritrovamento

I Promessi Sposi di Verona, inedito di William Shakespeare

Atto I
Scena 1: Un bosco nei pressi di Verona, sulla sponda del fiume
SOLDATO 1: Altolà! Non un passo innanzi! Or non è molto, ho udito un balenare di ferree canne! Laggiù, in quella grigia boscaglia! 
SOLDATO 2: Deh, per la mia barba! O sono tocchi loro ad aver udito noi o sei tu il tocco, c'hai udito loro. E chi ha udito, infine? Io, invero, un bel nulla. 
SOLDATO 1: Taci! Gaglioffo tu e la tua barba! Che nella testa affonda le sue radici e della tua mente ormai non resta che un intrico di peli. Orbene! Laggiù! Mi udite? Siete briganti? Ché non troverete altro da sottrarre oltre il mio metallo, e quando l'avrete ben colto, saprete allora come sia affilato! 
SOLDATO 2:  Ubriaco della sua baldanza, costui ciancia coi rami e le sterpaglie. Ora resto indietro, così da veder bene. Riderò poi del suo ardire al vento in taverna. O alla corte del re. Mi cogliesse la peste se ricordo in qual giaciglio dormo
SOLDATO 1: Credi che non ti abbia udito, ridicolo ammasso di ferraglia? O credi tu ch’io sia stolto od abbia perso il senno? Sto solo cercando le parole da rivolgere al tremebondo chierico per incutergli timore allorquando si appropinquerà lungo la serpeggiante stradicciola che il bel fiume costeggia, così come il nostro signore Rodrigo ci ha comandato
SOLDATO 2: Oh stolto, o meglio stolto e sciocco dovrei dire. Tu stesso chiamasti il chierico tremebondo, chè la paura in lui è cosa risaputa, poiché fa parte della sua natura. Dunque perché adoprarsi al paventarlo, che alla nostra sola vista gli si rizzeranno in capo i capelli come aculei dell’istrice infuriato ed egli fuggirà come lepre all’appropinquarsi del guardiacaccia o come cerbiatto in vista della fiera ed al sol nome di Rodrigo tutti tremeranno i peli della sua canuta barba. Sarebbe opera più ardua spaventare una timida donzella che al mattino torna dal mercato, o un bimbo ancora in fasce. Ma ecco che si appropinqua il pavido religioso, nascondiamoci tosto
Entra Abbondio con un libro in mano. I Soldati gli si parano davanti
ABBONDIO: Ohimé che volete miei illustri signori, troppo illustri e indiscutibilmente signori, che così mi sbarrate il passo? Certo mi avrete scambiato per altra persona, ch’io altro scopo non ho che l’andarmene bel bello in compagnia di codesto libro
SOLDATO 1: E non avete forse lo scopo di maritare l’indomani la giovane Giulietta Capuleti, che bella è come l’aurora che indora il cielo mattutino, con il gaglioffo Romeo Montecchi?
ABBONDIO: Se questo aggrada lor signori…
SOLDATO 2: E non ci aggrada punto, o per meglio dire non aggrada il nostro Signore Rodrigo
ABBONDIO: Cielo e terra! E’ assai lungi dai miei pensieri recare offesa al vostro Signore Rodrigo, che è vostro signore quanto mio, e che io saluto e riverisco con la faccia sotto i suoi stivali e può anche muoversi nel mentre se ciò gli compiace
SOLDATO 1: E dunque codesto matrimonio non s’ha da compiere
ABBONDIO: Come lor signori gradiscono. Domani non si compirà alcun matrimonio
SOLDATO 2: Non avete inteso, vecchio caprone rimbambito? Avete forse la sterpaglia nelle orecchie? O vi fingete stolto? Le nozze non avranno da compiersi né domani né mai
SOLDATO 1: O vi mozzeremo il capo se ancora la faccenda non vi è chiara
ABBONDIO: Ma lor signori sono troppo giusti, troppo generosi. Tutto è chiaro e limpido come un lago senza fango, come un cielo d’estate sempre blu
SOLDATO 2: Ed ora andatevene per la vostra strada vecchio. E non abusate oltre della nostra clemenza (Abbondio si allontana in fretta) Che vi dicevo? Costui è assai simile ad un vaso di coccio e della stessa materia pare fatto. Basta un nonnulla per farlo andare in pezzi.

Scena 2. Nel palazzo di Rodrigo, davanti a un banchetto sontuosamente imbandito. Entrano Rodrigo, Attilio, Griso e Gentiluomini del seguito
RODRIGO: Il gallo del mattino ha cantato ed il sole ha salutato il giorno allargando le sue dorate braccia sui colli che cingono la nostra bella Verona. E ancora le campane del borgo non hanno suonato a festa. Ciò significa che non saranno celebrate alcune nozze. Spaventare l’innocuo celebrante, che detiene la spina dorsale di un mollusco, fu fin troppo facile, come il sottrarre un pupazzo dalle mani di un piagnucoloso infante. Ora non resta che introdurmi tra le coltri della bella Giulietta, che splendida è come la rosa che sboccia nella rugiada mattutina, e farla tosto mia
ATTILIO: Non sarà impresa altrettanto facile, cugino. Meno arduo sarebbe per voi indirizzare i vostri eserciti contro la potente Venezia e abbatterne le mura che far crollare il baluardo della sua virginale pudicizia
RODRIGO: Come osi, razza di barbagianni? Ebbene, io scommetto che all’alba del terzo giorno Giulietta sarà mia, o sia la peste a divorarmi!
ATTILIO: Ed io scommetto contro di voi, orsù serviteci da bere
Entra un Coppiere
RODRIGO: Che hai, verme? Hai forse ingurgitato tutto il nettare nel tuo gargarozzo? Riempimi la coppa prima che il mio stivale colpisca il tuo grasso deretano. Oh, così mi piace! Io bevo a tutte le fanciulle che popolano le nostra bella Verona, le belle, le brutte ed anche le guercie e le storpie, io bevo in nome del piacere, e chi non beve con me peste lo colga!
ATTILIO: Bevo! E sia sigillato il nostro patto. (Bevono)
I servi portano un’anatra arrostita
RODRIGO: Oh che bel papero! Che si mormora in Verona?
SERVO: Romeo Montecchi, irato al pari del demonio, sta venendo alla volta del vostro palazzo, mio Signore, e parea avere il fuoco alle caviglie ed essere inseguito da mille diavoli da come correva. Egli reca con sé quattro ben pasciuti capponi, ignoro se per farvene dono o per minaccia, o se per la rabbia afferrò con sé le povere creature, questo solo a lui stesso si dovrebbe chiedere.
RODRIGO: (ride) Può forse avere il re della foresta avere paura di una pulce? Sbarrate la strada allo stolto e sia tosto messo ai ferri e sbattuto nelle segrete dove marcirà. E mozzate la lingua al servitore che col suo favellare mi ha distolto il gusto di codesto banchetto. (Entra Frate Cristoforo in veste di mendicante) Chi ha osato fare entrare questo mendico?
GRISO: E’ solo un frate del vicino convento, mio Signore. Reca con sé delle noci
RODRIGO: Già le comprai giorni or sono da Frate Galdino. Quanto ancora si vuole abusare della mia generosità? Olà, Griso! Gettate il canuto frate nelle segrete, dove avrà compagnia a lui pari
ATTILIO: Siate cauto, cugino. Così facendo violate le leggi dell’ospitalità e attirate sul vostro capo la maledizione. La peste non tarderà a colpirvi
RODRIGO: La peste! Ah! Tutte fandonie
ATTILIO: Più saggio sarebbe dare ascolto al frate
RODRIGO: E sia! Che vuoi, vile ammasso di cenci? Cosa ti ha ridotto a tal segno, uomo, che strisci  elemosinando al pari di un verme? Parla, ordunque, te l’ordino!
CRISTOFORO: Non uomo, uomo già fui. Fu l’arroganza a fare di me la povera cosa che vedete ora, e mi aggiro ramingo vestito solo di codesto saio per espiare le mie colpe. La stessa arroganza che vi sta spingendo troppo oltre…
RODRIGO: Bada a come parli, impudente frate, e non sii tu a spingerti troppo oltre, che già del baratro stai sul bordo. Troppo stai abusando della mia tolleranza. Non sfidare la mia pazienza o non avrò rispetto per tua barba bianca né per i mill’anni che pesano sulle tue esili spalle. Ma la tua storia mi incuriosisce, dunque ti risparmierò. Racconta, la tua vicenda allieterà la mia cena, tediato sono dai canti dei miei giullari
CRISTOFORO: Vi fu un tempo in cui anch’io ero Signore di una ridente città e ben vestito e mi pascevo di sontuosi bacchetti e avevo stuoli di servitori al mio seguito
RODRIGO: Stento a crederlo. Devi aver fatto un gran brutto capitombolo
CRISTOFORO: Poi incontrai un altro cavaliere, come me adorno di spada e pennacchio, e cedere non mi volle il passo. Così io estrassi dall’elsa la mia arma e lo inforcai come fosse un tordo sullo spiedo, lordandomi le mani del suo sangue vermiglio
RODRIGO: E bene facesti, così non ti contraddisse per la seconda volta
CRISTOFORO: Già, già, ebbi un bel coraggio….NO! Feci male! E così pentitomi mi feci frate e votai me stesso alla povertà
RODRIGO: Eppur non vedo come questa tua storia dovrebbe riguardarmi. Gettate una moneta al frate e indi gettate lui stesso sul letame
CRISTOFORO: Sono qui per un avvertimento
RODRIGO: E di cosa mai volete avvertirmi, vecchio? Gli eserciti di Venezia sono forse alle porte?
CRISTOFORO: Abbiate clemenza. Non spezzate il sogno di due giovani innamorati. O verrà un giorno…
RODRIGO: Osi minacciare, vegliardo? Sappi che nessun uomo potrà nuocermi, me lo predisse una fattucchiera che conta ancora più anni di quanti pesano sul tuo stolto capo
CRISTOFORO: Se uomo non vi nuocerà, né donna, vi nuocerà un’altra forza a cui sarà vano opporsi
RODRIGO: Suvvia, mi avete tediato con le vostre favole. Dove sono le mie guardie? Date questo verboso frate in pasto ai cani e portate al mio cospetto Giulietta, che bella è come l’arcobaleno dopo giornata di tempesta
GRISO: Non la si trova, mio Signore. La abbiamo cercata per ogni dove
CRISTOFORO (mentre viene trascinato via): Giammai la troverete. Predisposi per nasconderla in luogo sicuro
RODRIGO: Sei biforcuto come serpe che striscia, frate. Ti appelli alla mia clemenza e nel frattempo trami alle mie spalle. Mettetelo ai ceppi, che abbia a morire di stenti, i miei segugi gli darebbero una morte troppo rapida. E portate Romeo al mio cospetto, voglio vedere cosa ha da dire questo ribaldo giovanotto
CRISTOFORO: Romeo fu più saggio di voi e diede ascolto al mio consiglio. Anziché venire a fronteggiarvi rivolse altrove la sua focosa baldanza. La travagliata Milano, in preda alle rivolte del pane, è luogo propizio perché possa dar sfogo ai suoi bollenti spiriti. Così deviò il suo percorso e mai giunse alle porte del vostro maniero
RODRIGO: Tuoni e fulmini! Sono stato gabbato e reso zimbello da un vecchio! Ah ma la mia ira si abbatterà su di voi e sulla fanciulla che crede di sfuggire alla mia bramosia parimenti al pesce che si dibatte nella rete dello scaltro pescatore. Se ella non sarà mia di nessun altro sarà, così io giuro sul ferro della mia spada

Atto II
Scena I: Il giardino di un Convento
Entra Giulietta torcendosi le mani
GIULIETTA: Addio monti sorgenti dall’acque ed elevati al cielo, cime ineguali note a chi è cresciuto tra voi, più care mi siete della vista, dello spazio, della libertà, del vento che scherzoso mi accarezza in viso nelle sere primaverili, del canto dell’allodola e della rosa che sboccia sullo stelo. Ma pur tuttavia meno care mi siete del giovane Romeo, che splendido è come raggio di sole, e più amato di ogni altra cosa sulla terra. Eppure seguendo il consiglio del buon frate mi ebbi a separare da lui, e trovare rifugio tra le alte mure di codesto convento. Poiché frate Cristoforo, che tanto saggio è quanto di buon cuore, e astuto più ancora che saggio, e ardimentoso più ancora che astuto, mettendo a repentaglio la sua stessa vita qui mi condusse, nascondendomi agli occhi dell’odiato Rodrigo e del mondo. Tutta ero già vestita a festa, intrecciando sul mio capo una corona come usano fare le regine, e pronta a convolare a nozze, quando seppi della bramosia immonda di Rodrigo, signore di Verona, a cui una poveretta come me non poteva opporsi, ch’egli, ebbro del suo potere, comanda pure al giorno ed alla notte come fossero suoi sudditi, e tutta ne fui scossa come fuscello nella bufera. Ma il buon frate giunse in mio soccorso e il saperlo ora nelle segrete di Rodrigo, in attesa di morte certa, tutto mi sanguina il cuore, ma tant’è, io sono al sicuro. Il mio amato Romeo scalò il mio balcone per un ultimo bacio, quindi partì alla volta di Milano, come Mercurio alato. E io qui sono e colgo primizie dell’orto al pari delle altre novizie. Nessuno qui potrà nuocermi, che null’altro scorge la mia vista che innocue monachelle, ma seppure il destino dovesse essermi avverso il buon frate, che è anche previdente oltre che saggio, astuto e ardimentoso, anche a questo trovò provvedimento e mi affidò una pozione avuta da uno speziale che mi farà giacere in un sonno profondo e solo il bacio di vero amore potrà ridestare, dovessero pure trascorrere cent’anni. E in sonno aspetterò fiduciosa che l’amato Romeo giunga a ridestarmi. Ma vaneggio. Nessuno qui oserà farmi del male e motivo non avrò di ricorrere alla negra mistura.
Esce. Entrano Egidio e Gertrude, travestita da Monaca 
GERTRUDE: Mio amato Egidio, sotto queste vesti di Monaca sono fuggita al volere della mia famiglia che destinata mi aveva ad un fetido conte dal ventre prominente e tra le altre Monache mi confondo per non amare che voi, a cui mi promisi fanciulla, per non esser d’altri che vostra, benché siate un rude giardiniere
EGIDIO: Siete scaltra oltre che bella, mia amata Gertrude. E ancora più bella vi rende questo costume di cui pure vorrei tosto sciogliere i nodi
GERTRUDE: Diamo tempo al tempo. In amore, come in ogni cosa, la fretta non è buona consigliera
EGIDIO: Ma io fretta ho, che il mio Signore Rodrigo mi diede un ordine da assolvere e se io torno a mani vuote costui per capriccio mi mozzerà la testa, come già più volte gli vidi fare, sicché lo stuolo dei suoi gentiluomini si è di parecchio assottigliato e di ciò non può incolpare altri che se stesso
GERTRUDE: Oh non sia mai ch’io vi abbia a perdere! Io vi amo con tutta me stessa, benché non siate altro che uno stalliere e un servo
EGIDIO: Ed allora siatemi d’aiuto, mia diletta
GERTRUDE: Tutto ciò che mi chiederete e io risponderò. Sono prona ad ogni vostro volere, pur di giacere ancora un’ora tra le vostre lenzuola. Sono vostra serva e vostra amante, benché il vostro favellare non si addice ad un gentiluomo e neppure il vostro vestire.
EGIDIO: Allora qui traete la fanciulla con l’inganno, Giulietta che è sotto la vostra protezione, e che bella e radiosa è come la volta stellata
GERTRUDE: Oh me sventurata! Che mi chiedete mai! Giulietta è innocente come colomba oltre che come colomba bella
EGIDIO: Non vi chiedo di passarla a fil di spada, sarebbe uno spreco per tale bellezza. Vi chiedo solo di aiutarmi a condurla nel talamo di Rodrigo e non avrà da lamentarsi dopo che avrà assaggiato ben altra spada di cui si favella sia dotato. Nessuna donzella ha mai avuto a lamentarsene né tantomeno avrà da dolersene Giulietta, che bella è come il torrente che gorgheggia, che le donne tanto le preziose fanno prima quanto poi si adeguano e il peggio è che vi chiedano di impalmarle da tanto gusto ci han preso
GERTRUDE (a parte) Uomini! Qual peso è sottostare ai loro voleri, ma il mondo andrebbe sottosopra se avessimo l’ardire di comandare. Così ogni richiesta diviene ordine e l’amore si muta in silente disprezzo. Taci, dunque, Gertrude, altri tempi verranno (a Egidio) Che dovrò fare? Comanda
EGIDIO: Il fazzoletto che Romeo le donò in pegno del suo amore. Dovrai sottrarlo. E quando ella non avrà più lacrime per cercarlo dirai di averlo rinvenuto. Indi la condurrai ai confini del bosco dove sarò ad attenderla con un sacco per menarla al cospetto del mio Signore. Il luogo sarò così remoto ch’ella potrà invocare aiuto fino alla porta degli inferi ma non vi sarà alcuno ad udirla.
GERTRUDE: Un piano assai astuto e ben architettato, mi compiaccio con voi (a parte) Sventurata, sventurata, mille volte ed altre mille sventurata! Così vuole il mio fato, ch’io tradisca l’immacolata fanciulla, ma troppo cara mi è la vita del mio amato, benché appartenga al volgo, sicché debbo scegliere chi tradire, come dinnanzi ad un bivio ove entrambi i sentieri conducono ad un baratro. Dannato destino il mio!


Scena II: Una Taverna. In scena Bortolo e un Oste
BORTOLO: Olà oste, se oste sei e di tal nome non fai abusato uso, dunque se oste sei mescimi dell’altro vino, e lesto, che il mio cane storpio è più celere di te quando lo chiamo
OSTE: Con il trambusto che si ha a Milano in questi travagliati giorni essere lesti è cosa ardua. Tutti richiedono il mio vino e la mia botte si prosciuga
BORTOLO: E così il mio boccale
OSTE: E con cosa dovrei riempirlo mio signore? O avete inteso questa taverna come il miracoloso pozzo senza fondo, che più attingi più acqua produce?
BORTOLO: Acqua non voglio, vino chiedo. O devo menarti a calci fino a Como? Riempi, dunque
Entra Romeo
ROMEO: Cugino Bortolo! Che ci fate costì a Milano?
BORTOLO: Per la barba di Belzebù! Siete davvero voi? Romeo, cugino amato, compagno di lazzi e risa della lontana infanzia, se qui siete giunto per ristorarvi con buon vino sbagliato vi siete di taverna, pur tuttavia lieto sono di vedervi
ROMEO: Zitto, non pronunciate quel nome che qui sono sotto mentite spoglie. Chiamatemi piuttosto Tramaglino
BORTOLO: Qual buffo nome mai vi siete scelto. Avevo un somaro con tal nome
ROMEO: E forse somaro sono se in tale mischia ho finito col trovarmi, che i gendarmi avevo alle calcagna e questa è la ragione per cui rifugio cercai in tale sordida taverna
BORTOLO: Raccontate cugino, in quale frangente vi ha condotto il vostro sangue caldo, che i guai sempre siete stato uso cercare, allorquando, fanciulli, correvamo nei boschi
ROMEO: Non li cercai, ma loro cercarono me, che da sempre mi sono compagni. Come giunsi a Milano dopo giorni di cammino vidi su un uscio due candide pagnotte e poiché la fame mi torceva le viscere dopo interminabile digiuno non credetti a tale miracolo e le afferrai tosto
BORTOLO: Stolto cugino, meglio avreste fatto a prendere del vino
ROMEO: Come le ebbi raccolte si scatenò l’inferno. Una gentaglia armata di forconi mi veniva appresso, lanciando pietre e urlando, che parevano diavoli sputati dal più profondo degli abissi. E la cosa buffa fu che mi credettero il capo di quella marmaglia e dovetti fuggirmene come lepre onde evitare la forca, o destino peggiore
BORTOLO: Siete state incauto, cugino, ma ora bevete. Oste! Sedete e raccontatemi di voi, che da troppi lunghi anni modo non abbiamo avuto modo di incrociare i nostri cammini. Oste, per la barba di Mosé, dove vi siete cacciato? Dunque, cugino, avete alfine impalmato la dolce Giulietta, che bella è come le nostre montagne quando la luce del tramonto le indora?
ROMEO: No, ahimé, cugino Bortolo, più fratello che amico ma tuttavia cugino, e da qui ebbero inizio le mie molteplici sventure
BORTOLO: Vi ha ella forse reso becco, prima delle nozze? In tal frangente faceste bene a rendervene conto prima che fosse tardi
ROMEO: Taci, furfante! Becco non sono per la sua pudicizia che la mia amata preferirebbe giacere in un sepolcro piuttosto che con altro uomo. Candida è come la neve ma il perfido Rodrigo ostacolato ha la nostra unione con ogni sordido mezzo. 
BORTOLO: Suvvia, credevate di essere il solo ad ambire a tanta bellezza? Siete rozzo, cugino, benché vi ami di un affetto fraterno, e come la splendida Giulietta, che bella è come l’argentea luna, abbia posato gli occhi su di voi è un mistero come cercar di comprendere perché il mare sia infinito o  perché gli astri appaiano ogni notte
ROMEO: Ma ella mi ama e un futuro lieto ci attendeva, ma il prepotente signore di Verona alla nostra felicità si frappose, ponendo vieto alle nozze, che peraltro già erano allestite con dispendioso banchetto, un maiale sgozzato e quattro capponi, e vino assai più dolce di quello che si mesce in  codesta taverna. Furono poi arrostiti dei capretti…
BORTOLO: Ho inteso, cugino, non dilungatevi oltre, venite al punto
ROMEO: La contessa Capuleti, madre della mia adorata Giulietta che bella è come il carro di Febo, la contessa, dicevo, donna scaltra, trovò un raggiro perché si celebrassero ugualmente gli sponsali, in gran sotterfugio e senza banchetto. Bastava, ella disse, dichiararsi moglie e marito davanti al pavido chierico, ed era cosa fatta. Io accettai lo stratagemma senza indugio, ma la mia amata fu titubante
BORTOLO: Per il mio tacco! E per qual ragione?
ROMEO: Voleva, la poveretta, che tutto si svolgesse secondo i dettami delle leggi divine, che a violarle saremmo vissuti nel peccato. Sicché quando ci trovammo dinnanzi al vigliacco celebrante intento nella lettura di non so quale tomo, ella tentennò, colta da repentina balbuzie e, con una destrezza che mai avrei sospettato in tale gracile  ottuagenario, il vile scattò in piedi con la stessa celerità che ha il fulmine nell’abbattersi sull’albero, e tutta l’avvolse in un tappeto per poi precipitarsi in strada ad invocar soccorso che fin qui a Milano si saranno udite le sue grida
BORTOLO: Dunque il piano fallì e voi non avete ancora preso moglie. Rincuoratevi. Quando Rodrigo, signore di Verona, avrà soddisfatto le sue voglie ella tornerà da voi anche più esperta, che qualcosa nel suo letto avrà ben appreso, sicché tolto il capriccio tutto si risolve per il meglio, se non vi dispiace di mangiar gli avanzi di un banchetto, che è pur sempre preferibile al rimanere a bocca asciutta
ROMEO: Bada a come parli, ribaldo! Hai testé offeso la più pura delle creature. Rimangiati la tua ignominia, o te la caccerò giù per la gola con questo pugnale
BORTOLO: Ed io voglio provare se è più dura la tua testa o questo tavolo
ROMEO: Gaglioffo!
BORTOLO: Babbeo!
Entra un Lanzichenecco. L’Oste si ripara sotto la tavola
OSTE: Ohimé la guerra! Aiuto, aiuto! Oh Numi, soccorretemi!
LANZICHENECCO: E’ un ratto che ho veduto? Esci dal tuo rifugio, codardo, se non vuoi che ti infilzi sulla mia spada e ti arrostisca per colazione. La guerra non è ancora giunta dalla vicina Mantova, ove il Duca sta armando i suoi uomini, ma dalla guerra son fuggito e sono tormentato dall’arsura e questa è la tua accoglienza?
OSTE: Il vino è terminato mio Signore. E’ la gente come voi che ci priva di ogni sostentamento
LANZICHENECCO: Taci sciocco e corri nella tua cantina, dove avrai ben altro otre e portamelo per intero, ed altri tre per i miei compari. Nell’attesa mi disseterò dal boccale di costui (afferra il boccale di Bortolo)
BORTOLO: Altolà, impudente, ladro, farabutto
ROMEO: Sii prudente, cugino, che costui è un soldato e ha dalla sua ragione la forza nonché la spada
BORTOLO: E dovremmo piegarci a tale prepotenza? Se dunque volete il mio bicchiere venitevelo a prendere a forza
LANZICHENECCO: E sia! (lo infilza con la spada)
ROMEO: Cugino! Tanto stolto quanto coraggioso, tanto generoso quanto incauto
BORTOLO: Un graffio, una scalfittura, la puntura di una zanzara. Non è nulla, cugino, andate per la vostra strada
ROMEO: Ma voi sanguinate!
BORTOLO: La peste alle vostre famiglie! Per le porte dell’inferno, temo sia ben più della puntura di una zanzara
LANZICHENECCO: La peste è già per via. Tutti noi l’abbiamo addosso
ROMEO: Ma non sarà la peste ad uccidervi, fellone! Non ne avrà il tempo (lo infilza col suo pugnale)
LANZICHENECCO: Ohimé sono morto
BORTOLO: Che avete fatto, cugino, ora non avrete scampo, gli eserciti vi saranno addosso
ROMEO: Ti ho vendicato, compagno di tanti giochi di gioventù
BORTOLO: Io muoio, amico mio, fuggi lontano, fuggi oltre l’Adda, va’, che non abbiano a trovarti. Ah, la peste alle vostre famiglie! Io muoio, ma tu vai e ritrova Giulietta, che bella è come rosa che spalanca i suoi petali al primo sole del mattino. Io muoio, addio
ROMEO: Addio baldanzoso compagno, e un coro di angeli ti accompagni (fugge)

Atto III
Scena Prima. Davanti al Convento di Monza. Entrano Egidio e Griso da parti opposte
GRISO: Olà Egidio. Il mio Signore mi manda a chiedere novelle sul rapimento della giovane donzella. Si è tutto compiuto come di dovere?
EGIDIO: Tutto ed ancora meglio di come fu architettato, poiché la feci riparare a mezza via nel Castello di un Signore che è meglio non nominare tali sono le nefandezze che ha compiuto ed il suo nome non è per orecchie umane. Meglio sarebbe se si chiamasse Belzebù. E nel suo maniero sicura riposa
GRISO: E tutto progettasti da solo? Astuto sei come faina
EGIDIO: Mi aiutò nell’impresa la bella Gertrude, che poi fu quindi presa da rimorso ed ingerì un veleno e fu talmente incauta da non ingerirne la giusta razione sicché si procurò atroci dolori prima che la morte la cogliesse. Ascolta questi pochi precetti, Griso: non progettare mai un delitto con una femmina, esse non hanno la tempra per portarlo a termine senza che il pentimento sopraggiunga. Così io ora mi ritrovo con il talamo vuoto. Ma dov’è il mio guiderdone? 
GRISO: Avrete le vostre monete dopo che al cospetto del mio Signore Rodrigo sarà portata
EGIDIO: Ivi la farà condurre quel potente Signore il cui nome non pronuncio perché i capelli vi si rizzerebbero in campo e al solo udirlo i villici corrono per le campagne ululando di terrore e forse lo temono i diavoli stessi
GRISO: Avete ben adoperato. Ora mi congedo, il mio Signore mi aspetta (Esce)
EGIDIO: Orbene, eccomi ancora ad attendere la mia ricompensa e per intanto me ne sto a bocca asciutta per i capricci di costui


Scena Seconda: Nelle segrete del Castello dell’Innominato. Entra Giulietta
GIULIETTA: Ohimé infelice. Oh lunga, lunghissima notte. Dovrò forse invocare l’alba, quando all’alba sarò sposa a chi aborro quando sposa già mi sentivo del mio amato che mille volte sposai nel segreto del mio cuore. E allora non sorgere mai, sole. Getta questa dura pietra che è il mondo nel buio più completo, che alla tua luce io non debba mai vedere il mio amaro destino
Entra l’Innominato
INNOMINATO: Preparati a partire, donna. E non sciupare le tue fattezze con le lacrime, che Rodrigo ti vuole vedere bella. 
GIULIETTA (gettandosi ai suoi piedi): Siete voi il Signore di questo castello? Colui al cui nome anche gli alberi tremano come se la tempesta li avesse squarciati e di cui pertanto il nome non pronuncio
INNOMINATO (a parte): Vi è dell’ardire in questa fanciulla che non soltanto è bella ed il vederla così in lacrime tocca il mio cuore di pietra. Che mai accade in me, io che nessun sentimento mai provai se non di odio?
GIULIETTA: Mio signore, il cui nome non oso pronunciare o anche gli uccelli della notte si leverebbero in volo atterriti, abbiate pietà di una poveretta. Se un poco di clemenza ancora alberga nel vostro cuore fatemi tornare nelle braccia di colui che amo, il mio buon Romeo, il cui temperamento focoso in qualche guaio lo avrà certamente gettato. Fate ch’io lo riveda. 
INNOMINATO (a parte): Devo resistere a questa commozione che tutto mi invade o non sarei più degno del nome che porto. (a Giulietta) Meglio sarebbe per te non rivederlo, che da Milano passò dove la peste impazza
GIULIETTA: Oh me tapina! Romeo morto?
INNOMINATO: Non ancora, finché non lo raggiungono le guardie. Che di un delitto si è macchiato, e da stolto qual è maldestramente lo commise e lasciò tracce ovunque per cui ben dicesti quando affermasti che il cacciarsi nei guai è suo costume perché in un grosso guaio si gettò. Sicché ora la scommessa è se lo colgano prima i gendarmi ad impiccarlo o la peste a divorarlo. Dormi bene, donna, che Rodrigo ha da vederti riposata. Là in fondo sta una dura tavola ma a dormire sui cenci sarai avvezza (Esce)
GIULIETTA: Oh me infelice! Non rivedrò mai più dunque il mio Romeo? Por fine voglio a questa dura vita di affanni. Ov’è un pungolo, una lama, uno spillo, con cui mi possa trafiggere? Nulla. Solo queste mute pareti. Ho con me la pozione che il buon frate Cristoforo mi diede. Ecco lo stratagemma. Essa mi getterà in sonno simile alla morte e mi seppelliranno sicché dal sonno passerò alla morte in un battere di ciglia. Meglio giacere sotto metri di terra che nelle lenzuola del mio odiato nemico. Ecco dunque che io bevo, Romeo adorato, e tuo sia il mio ultimo pensiero.

Scena Terza. Una sala del Castello dell’Innominato sontuosamente arredata. Entrano l’Innominato e un Servo
SERVO: Non avete consumato la cena, mio Signore, il cui nome non oso pronunciare
INNOMINATO: Non avevo appetito. Sgombera la tavola, vecchio, prima che ti frusti e non porre domande sciocche: ben lo vedi che la cena è intonsa. (il servo esce). Nessuno deve avvedersi del mio turbamento. Perché mi tornano alla mente le parole della giovane Giulietta, che bella è come un tramonto d’estate? Io, il cui nome ha fatto tremare interi eserciti, tremo forse alle preghiere di una donna? 
Entra uno Spettro in catene
INNOMINATO: Chi sei tu, pallida creatura, che trascini cotanto peso? Sei tu vero o frutto della mia malata fantasia? Ben somigli al mio vecchio compare di misfatti che fu catturato qual brigante e gettato a morire in una cella. Tutte a lui addossai le colpe e mentre lui moriva prosperavo. Sei tu in cerca di vendetta? Sappi che non ti temo, spettro, e posso passarti a fil di spada
SPETTRO: Sappi che solo infilzeresti il vento e nulla vale combattere con l’ombre. Ascolta invece ciò che io ti dico. La mia stessa sorte ti attende, in ceppi ed in catene, se tosto non sarai a redimerti. 
INNOMINATO: Aspetta, spettro, dimmi ancora, non svanire come nebbia al primo sole. Parla di nuovo
SPETTRO: Non posso, devo ritirarmi tra le ombre dove sono condannato a trascinare queste pesanti catene per l’eternità. Ma questa notte riceverai la visita di tre spiriti. Ho parlato. (Lo Spettro esce)
INNOMINATO: Io che non ho tremato davanti a orde di uomini armati devo forse tremare davanti a una visione? Gli spiriti? Ah! Favole! Ma ecco il primo rintocco. Che lo Spettro abbia detto il vero? Mi si pone dinnanzi una figura e ha il corpo irrorato di sangue
Entra uno spettro
SECONDO SPETTRO: Pentiti
INNOMINATO: Chi sei, spettro? Palesati, te l’ordino!
SECONDO SPETTRO: Non mi riconosci, dunque? Sono il primo uomo che hai ucciso. Tu stesso mi infilzasti a fil di lama. Non rammenti?
INNOMINATO: Ben ricordo. Nel morire mi chiedesti sepoltura ma io ti feci gettar nell’Adige a farti mangiar dai pesci
SECONDO SPETTRO: Sono qui a rammentarti la tua fine, se non ti ravvedi.
INNOMINATO: Che vedo? Un altro spettro sorge alle tue spalle, e un terzo spettro. Ed altri spettri sorgono a mille, un intero esercito di spettri, alcuni hanno il capo mozzato, sono gli spettri degli uomini che ho ucciso e ognuno mi rammenta le mie colpe. Oh infinita notte!
SPETTRO: Pentiti. (svanisce)
INNOMINATO: Cambierò! Vivrò la mia vita da uomo onesto e probo. Posso ancora riscattare le mie nefande azioni con un’opera di misericordia? Olà miei servi, accorrete!
Entra di corsa un servo
SERVO: Non istate bene, mio signore il cui nome non pronuncio per paura. Vi ho sentito gridare ma  certo parlavate con le ombre. Che ci fate costì per terra?
INNOMINATO: Presto, corri e portami la giovane prigioniera
SERVO: Non posso
INNOMINATO: Osi forse contraddirmi?
SERVO: Non posso non perché non voglia, mio signore, ma perché ella è morta
INNOMINATO: Ohimé troppo tardi è giunto il mio pentimento! Sia eretta una pira degna di una Regina! No, che dico, folle? Ella è talmente bella anche nella morte che neppure il fuoco oserà toccarla. Sia posta in una bara di cristallo e che tutti vedano dove la mia malvagità mi ha condotto e gridino l’ignominia di questo mio misfatto fino a spezzare la volta celeste. Era la più innocente delle creature e perì per mia colpa. Che il mio nome sia odiato nei secoli

Atto IV
Scena Prima. Nel Palazzo di Rodrigo. Entrano Rodrigo e Griso
RODRIGO: Griso, mio fedele servitore, il solo uomo in cui ripongo la mia fiducia, hai buone nuove?
GRISO: Il Duca di Mantova sta spiegando i suoi eserciti contro la vicina Milano
RODRIGO: Non questo ti chiedo, stolto, o vuoi assaggiare il mio stivale? Sono notizie che già può recarmi un araldo, per cui rinnovo la domanda. Hai buone nuove?
GRISO: Nuove ho invero, ma esse buone non sono, mio signore
RODRIGO: Parla dunque! Perché fai ritorno a mani vuote e non rechi con te la fanciulla?
GRISO: Queste sono per l’appunto le nuove. Ella fu portata al cospetto di quel Signore il cui nome non dico perché mi fa raccapricciare e al solo pronunciarlo i cavalli nitriscono imbizzarriti
RODRIGO: Ed era in buone mani, quel signore è mio vassallo e si macchiò delle più turpi azioni per cui gli è gioco tener prigioniera una giovane
GRISO: Non più, signore. Si mormora che si sia ravveduto e conduce vita facendo carità ai bisognosi e il suo maniero è divenuto ostello di malati e pellegrini e non avrei creduto a tale folle racconto se non lo avessi visto coi miei occhi. Come natura abbia operato in un uomo tale cangiamento è cosa sorprendente e ha del prodigio
RODRIGO: Oh quale panzana è mai questa! Dunque la giovane non alberga più presso di lui?
GRISO: No, poiché ella è morta mio signore
RODRIGO: Morta? Ho io quindi perduto la scommessa con il conte Attilio mio cugino?
GRISO: Temo sia così mio signore e questa era per l’appunto la triste nuova che mi accingevo a recarvi. Essendo scaduto il terzo giorno senza che siate riuscito a fare vostra la bellissima Giulietta avete perduto la scommessa e dunque la peste vi ha afferrato. Siete voi stato a Milano?
RODRIGO: Per certi affari miei. Perché questa domanda?
GRISO: Perché a Milano la peste dilaga, portata dai Lanzichenecchi come vento, e voi ne siete stato contagiato. Così ha da avverarsi la profezia. E’ cosa poca saggia scommettere posta sì alta.
RODRIGO: La peste? Il solo fastidio che reco è un foruncolo. Null’altro che un inane, fastidioso foruncolo
GRISO: Che presto si tramuterà in bubbone. Vorrei tanto essere lungi da voi quando ciò accade
RODRIGO: Oh sventura! Soccorrimi, Griso, non mi abbandonare
GRISO: Non ci tengo punto, e celere all’uscita mi avvio. Non prima di avervi derubato delle vostre ricchezze, ben inteso. A voi, da morto, non vi serviranno 
RODRIGO: Dammi un grappolo di stelle, si colgono così come le mosche
GRISO (a parte) Egli delira. La febbre si è già impossessata di lui e la sua mente vacilla. Meglio porre ali ai miei piedi e fuggire da questo luogo impestato. Chiamerò i portatori di cadaveri, che lo gettino nel recinto dei cani, e quando sarà quiete tornerò e mi farò signore di quello che fu il suo castello e delle terre su cui dominò. Oh qual bel pennacchio! Me lo porrò in capo, al signore Rodrigo più non importa esser colpito dal sole. Indosserò le sue vesti ricamate ed il suo manto purpureo. La sorte ti arride, Griso, e voi salutate il nuovo signore di Verona!


Scena Seconda. Una strada vicino al fiume Adda. Entrano Romeo e un Messaggero da parti opposte
MESSAGGERO: Sapevo che vi avrei trovato qui mio Signore. Ho da recarvi un messaggio del buon frate Cristoforo
ROMEO: Ma il buon frate langue nelle segrete del Signore Rodrigo
MESSAGGERO: Non più. Rodrigo fu colpito dalla peste e smarrì il senno. Lo trovarono in taverna armato di roncola e vestito in armatura che menava fendenti, fu quindi catturato e portato al Lazzaretto, dove certamente morì divorato dal male. Nel frattempo il suo fedele servitore Griso, ora non dovrei più dire fedele poiché lo tradì, si nominò signore di Verona ed aprì le prigioni in puro spregio solo per morire lui stesso non a molto poiché fu talmente stolto da indossare le vesti del malato ed ora Verona è senza signore e potete reclamare il titolo voi stesso, Romeo Montecchi, giacché siete di nobile stirpe
ROMEO: Questo è dunque il messaggio che siete giunto a recarmi e ciò mi allieta come canto di allodole e mi rallegra come sole mattutino. Ora non ho più ostacoli al mio amore con la dolce Giulietta, che bella è come gli astri ridenti del cielo, siano tosto preparate le nozze e si canti fino al mattino
MESSAGGERO: Ahimé il messaggio che vi recavo è di tutt’altra natura. Giulietta è morta, mio signore
ROMEO: Sventura! Il vostro messaggio mi rattrista come pioggia d’inverno e mi incupisce come il canto dell’upupa. Dov’è ella sepolta? Spenderò il resto dei giorni della mia inutile vita piangendo sul suo sepolcro.
MESSAGGERO: Non è ella sepolta ma posta in una bara di cristallo perché tutti vedano la sua bellezza
ROMEO: E dove è la bara, per la gola, ch’io possa piangervi tutte le mie lacrime!
MESSAGGERO: Fu portata a Milano, nel marmoreo tempio, perché ad onorarla fosse la più degna delle mie dimore, e lì posa la trasparente bara, tutta di fiori adorna. Questo il messaggio del frate. Or mi dileguo
ROMEO: Aspetta, buon uomo! Come morì la mia amata? Chi le tolse la vita, che perirà per la mia spada
MESSAGGERO: Fu la peste a rapirla. 
ROMEO: E io la peste sfiderò. Tornerò nella città dove la peste impazza in cerca della teca di cristallo e lì porrò l’ultimo mio bacio
MESSAGGERO: Voi siete folle. Volete voi stesso contrarre tal malanno? Rendetevi piuttosto signore di Verona e governatela con la saggezza che non fu del vostro predecessore
ROMEO: Che è un Re senza la sua Regina? La corona rigetto. Sposerò la morte se sposare non potrò più la mia promessa. Addio. 

Scena Terza. Milano, il Lazzaretto. Entra Frate Cristoforo travestito da viandante cieco
CRISTOFORO: Sotto queste mentite spoglie di viandante cieco nessuno avrà modo di riconoscermi. Annerirò il mio volto con vile fango e metterò ai piedi uno di quei sonagli che costumano indossare coloro che da peste furono colpiti. In tal guisa avrò modo di condurre Romeo dalla sua amata per un ultimo commiato. Ah tristi tempi! La maledizione che profetizzai si abbattè sul capo di Rodrigo che al mio ammonimento non diede ascolto, i due giovani promessi potevano così coronare il loro sogno e regnare su Verona, ma il destino fu loro avverso. Oh felicità, non sei che un miraggio che svanisce quando stolti allunghiamo le mani ad afferrarti e repentina ti dilegui lasciando attorno a te il più amaro dei deserti. Ma ecco che si appropinqua Romeo, egli non avrà a riconoscermi sotto il mio astuto travestimento
ROMEO: Buon uomo, che contate mill’anni, sapreste indicarmi la via che conduce alla più bella delle donne che giace in una bara di cristallo
CRISTOFORO: Se avete la compiacenza di donarmi una moneta
ROMEO: Una e anche più monete che nella tomba non mi serviranno, poiché la peste ho già indosso
CRISTOFORO: (a parte) Sventura! Il dolce Romeo colpito dal morbo che tutti ci rende uguali nella morte. Sicché il perfido Rodrigo e il valoroso Romeo similmente uniti saranno, che impossibile sarà riconoscere chi fu perfido e chi valoroso (raccoglie un teschio) Chi fu costui? Un uomo probo o un marrano? Nulla può dirsi ormai
ROMEO: Muoviti, vecchio, che poco tempo mi resta
CRISTOFORO: Per quanto i miei stanchi occhi me lo consentono, ti indicherò la via
ROMEO: Tempi amari quando si è costretti a farsi guidare da un cieco. Ma la mia mente vacilla e non sono più certo dei miei passi. E’ il morbo che dilaga e le forze mi mancano. Sorreggimi, vegliardo
CRISTOFORO: Per voi mi dolgo, ma il metter piede in questa travagliata città già fu fatale a molti. Guerre, carestie, pestilenze, razzie, viviamo in tempi sventurati
ROMEO: Già una volta vi misi piede ed indenne ne uscii, benché il vile Lanzichenecco che trafissi con il mio pugnale in punto di morte mi sputò in viso, sperando, l’infame, di condurmi con sé. Ma la mia proverbiale fortuna mi assisté, tuttavia sfidare la sorte una volta è da arditi, la seconda è da folli. Sicché il tempo della mia fortuna si esaurì e se scampato ero al destino nel fare ritorno nel luogo maledetto non fui dispensato della stessa clemenza.
CRISTOFORO: Doveva essere un impellente motivo ad avervi condotto fin quaggiù
ROMEO: Lo fu l’amore per la mia diletta. Un ultimo bacio le devo, del resto poco mi cale. Così scalai le mura di questa città così come solevo scalare il suo balcone
CRISTOFORO: Eccola laggiù, mirate il suo bel viso 
(si avvicinano alla bara in cui giace Giulietta)
ROMEO: Giulietta, alfine ti ho trovata! Begli occhi, astri di Febo, miratemi. No, ella più non sorride, non riecheggiano più i dolci colli della sua risata cristallina. Un bacio, e se non fummo sposi in vita lo saremo nella morte (la bacia)
Giulietta si risveglia
ROMEO: Qual prodigio è mai questo! Ella si desta!
GIULIETTA: Oh Romeo, sei tu il mio bel Romeo. Credea di dormire cent’anni con la pozione che mi diede il buon frate e che mai saresti giunto
ROMEO: Giunto sono, mia amata, ma dalla peste afflitto
GIULIETTA: Ohimé, tu mi baciasti
ROMEO: E col mio bacio ti uccisi, oh me infelice!
CRISTOFORO: (togliendosi il travestimento) Fu mia la colpa, e non me ne darò mai pace
GIULIETTA: Buon frate, avete altre pozioni, ma mortali, che sia rapido il nostro commiato e privo di tormenti
CRISTOFORO: Una terribile pozione distillai io stesso con le erbe e le radici del mio orto, essa vi darà la morte in un istante
GIULIETTA: E dunque perché indugi?
CRISTOFORO: Lasciate che pria io vi unisca in matrimonio affinché siate sposi e non più eterni promessi
ROMEO: Celebrate tosto le nozze, che io volea con ben altro sfarzo, e non in questo luogo di miseria 
CRISTOFORO: E sia! (rivolto al pubblico) E voi che ascolto avete dato a questi tristi casi abbiateli a narrare affinché la stessa volta del cielo si commuova e pianga tutte le sue stelle. Se invece fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s’è fatto apposta
Sipario

Gabriella Aguzzi