Nanostorie di Tragica Origine

27/12/2021

1 - LA DEFINIZIONE DI FOLLIA


Jack il saggio, una sera, al pub, disse: “Sapete qual è la definizione di follia? Ripetere sempre la stessa cazzo di cosa.” “Come hai detto?” Chiese Ted l’umido, le cui zone sudoripare comprendevano anche mani e pinne nasali. E Jack disse: “Ripetere sempre la stessa cazzo di cosa.” Ted Anderson, un disincantato, disse: “E questa sarebbe la definizione di follia?”. E Jack il saggio disse: “Ripetere sempre la stessa cazzo di cosa, ripetere sempre la stessa cazzo di cosa, ripetere sempre la stessa cazzo di…” Andò avanti per due giorni, poi crollò, esausto, e venne ricoverato in un centro di igiene mentale. Due settimane più tardi, al pub, Ted l’umido disse: “Che fine triste per Jack il saggio! Tornerà mai in questo locale?” “No - disse Ted Anderson – È troppo intelligente per il mondo esterno.” “Chissà che voleva dire?” “Già, chissà?” “Sì, me lo domando spesso.” “L’intelligenza è un’arma a triplo taglio, lo dico sempre, io.” Affermò Ted. “Come?” Chiese Kirsten la finta bionda. “L’intelligenza è un’arma a triplo taglio, lo dico sempre, io.” “Scusa, puoi ripetere?” “L’intelligenza è un’arma a triplo taglio, lo dico sempre, io. L’intelligenza è un’arma a triplo taglio, lo dico sempre, io. L’intelligenza è un’arma a triplo taglio…”


FINE

2 - UN DESTINO AVVERSO E IL VALORE DELLA DEFICIENZA


Il destino gioca con le piccole cose. Sam la talpa, che vedeva al buio quanto vedeva alla luce, ovvero poco e niente, andava orgoglioso della sua BMW a trazione posteriore. Gran macchina, ma sulla neve non valeva niente. Quella sera nevicò e Sam la talpa, che non si era lasciato convincere dalla moglie a comprare lo stesso modello di BMW, dotato però di trazione integrale, perse il controllo della vettura, precipitò in un burrone e morì. Aveva 54 anni. La moglie di Sam sposò il suo migliore amico, Frank otto dita, così soprannominato perché aveva solo tre dita alla mano destra, e faticava ad afferrare con sicurezza un volante. Due anni prima, per prudenza e per rivaleggiare con Sam, aveva comprato la versione 4X4 della medesima macchina tedesca. Vissero una vita lunga e felice, molto lunga e molto felice. Il regalo di nozze di Sam la talpa fu morire, e, in effetti, Sam la talpa, morendo, rese felici due persone. Non capita a tutti. Ovvio: se vivi in montagna e prendi una BMW a trazione posteriore, di certo non vanti un’ottica prudenziale, nella tua forma mentis. La natura fa le sue selezioni, è inevitabile. Magari, un giorno, tutto il genere umano avrà otto dita, o almeno quelli che vivono in montagna, perché l’insicurezza ti preserva. Un po’ come essere deficienti e leggere Cèline. Esci di testa, leggendo Cèline con un minimo di cervello. Chi può saperlo? Forse, la natura vorrà un genere umano con otto dita e deficiente. Non è incredibile come tutto sembri un gioco ad incastro? Invece, ogni progresso ha un senso, specie quando è un regresso. Avete presente i pesci gatto? Stavano per diventare anfibi, ma poi sono rimasti pesci, solo con lunghe ed inutili pinne tubolari lungo i fianchi. Sembrano tentacoli, ma sono le protuberanze che sarebbero dovute diventare zampe. Invece, la natura ha detto: no, no, col cavolo che diventi anfibio. E così, il pesce gatto rimase in acqua.
Magari sarà il tema di un’altra storia, ma la nostra sull’evoluzione, per ora, è finita.


FINE

3 - IL VOLTO DELL’OSSESSIONE

I miei nonni paterni avevano un pessimo gusto, in fatto di piastrelle. In bagno, ad esempio, fecero mettere piastrelle blu piene di strane righe azzurre. Creavano disegni astratti, ma io, una sera, in quei disegni ci vidi una faccia orrenda, con la bocca spalancata e gli occhi a fessura verticale, come gli occhi di un rettile. “Beh, - pensai – succede a tutti, presto o tardi.” Il fatto è che, nei giorni successivi, quella faccia orribile cominciai a vederla ovunque. Nelle nuvole, nelle vene del legno, nelle crepe sui marciapiedi, nelle macchie di umido sulle pareti, nelle foglie secche, nelle pieghe delle lenzuola, cazzo, ovunque, e ovunque andassi, ne vedevo dieci, quindici, anche di più. A vent’anni mi hanno recuperato in un vicolo, sbronzo fradicio. A trenta sono entrato in una comunità di recupero, e che il cielo mi fulmini se non ci ho messo impegno! Oggi, ho raggiunto il mio record. Fra mezz’ora, saranno ventiquattro ore che non tocco alcol. Del resto, ne avevo abbastanza di vedere quella brutta faccia delle piastrelle sul fondo del bicchiere.

FINE


4 - IL FUMO DEL TEMPO

C’era ‘sto tizio che conoscevo, non una bella persona, che si era messo in testa di ricominciare a fumare. Solo che lui aveva smesso quando le Dunhill esistevano ancora, e voleva fumare di nuovo le Dunhill. Io gli dissi: “A parte il fatto che sono introvabili, adesso le fanno gli americani, e hanno il sapore delle sigarette americane, cioè ruvido, di legno bruciato, non più quel sapore di resina dolce, caratteristico delle sigarette inglesi.” Ma niente, lui voleva le Dunhill. Allora, partiamo, giriamo ogni tabaccaio di Milano, intendo tutti, e ci vollero tre giorni. Pernottammo in squallide bettole, su letti intrisi di non voglio sapere cosa, con l’odore ospedaliero dell’urina nell’aria, un inferno. Io gli dico: “Ma santo cielo, perché non ti fumi una Marlboro Light?” Lui mi tira giù tutti i santi del paradiso, quelle sigarette sono merda, lui vuole le Dunhill, dobbiamo andare a nord. A Zurigo, niente. A Ginevra, niente. A Monaco, niente. Ad Amsterdam, ben altro, ma niente Dunhill. Insomma, passa un mese, ne passano due, traversiamo le montagne scandinave, forgiate dai pesantissimi martelli degli Dei del nord, ci perdiamo in una foresta, pieno così di spiriti e semidei spaventosi. Poi ci ritroviamo da tutt’altra parte. Siamo a San Pietroburgo, e faccio per la trentesima volta il pieno. La macchina è un graffio unico crivellata di ammaccature. Vedo quegli antichi palazzi zaristi, accanto agli immensi edifici sovietici, qualcosa di surreale. Noi siamo lerci dalla testa ai piedi, i nostri vestiti sono lacerati, abbiamo finito i soldi, non ci laviamo da tre settimane, dormiamo in macchina, ci nutriamo delle pantegane morte che troviamo lungo le strade, ma quei palazzi, quelle piazze infinite… “e intorno ai fuochi delle guardie rosse accesi per scacciare i lupi, le vecchie coi rosari…” la canzone di Alice, la mia cantante preferita, bellissima, insolita, “e gli orinai messi sotto i letti, per la notte un film di Eisenstein sulla rivoluzione…” e, sono sincero, non capisco più niente, sono preso dal ricordo di quella canzone, e di Alice, e vago per la prospettiva Nevskij, dimentico di tutto, smarrito, perduto, dimentico della mia macchina, del tizio che stava con me. Forse per pietà, un poliziotto russo mi dice: “Vuole una Dunhill?” E io, senza quasi sentirlo: “No, no, grazie…” Gli rispondo, sono troppo perso dentro San Pietroburgo, sono parte integrante di quel mistero, la città sorta sull’abisso.

FINE

5 - PIETRANGELO E LA NEMESI DI RASPUTIN

Pietrangelo avrebbe sempre voluto fare lo storico, invece, causa un destino beffardo, si era ritrovato a scaricare casse dai camion. Un giorno, Pietrangelo seguì su YouTube un documentario che narrava l’indicibile storia di Rasputin, il monaco nero, il blasfemo guaritore, la rovina dei Romanov, l’eretico pazzo, il dissoluto seduttore di migliaia di nobildonne, la maledizione di tutte le Russie, e, probabilmente, qualche dote che qui non siamo autorizzati a menzionare.
Caso volle che Pietrangelo si trovasse a condividere due peculiarità, con Rasputin: gli occhi di un glaciale azzurro e la convinzione di poter guarire dal mal di schiena tutti gli scaricatori di camion come lui. Gli era occorso di aiutare un tizio che si era piegato a novanta, vittima del temibile colpo della strega, mentre portava una cassa dal peso impossibile. Lo aveva cinto sotto le braccia, gli aveva dato uno strattone verso l’alto e, così, dal nulla, il tizio dolorante non smise di provare dolore, ma dalla sua testa calva iniziarono a crescere capelli forti e lucidi, come appena trapiantati.
Da allora, Pietrangelo si convinse di essere la reincarnazione di Rasputin.
Girava per la fabbrica indossando una tonaca nera, gelando tutti con il suo sguardo magnetico, e aveva cominciato a pettinarsi la barba. La prima a cadere vittima del suo fascino fu la segretaria addetta alle consegne, che lo implorò di provvedere a farle un lifting al viso. L’intervento riuscì perfettamente, e dunque c’erano le prove che, in effetti, Pietrangelo fosse, se non la reincarnazione, almeno l’erede del diabolico Rasputin. Poi si prostrò ai suoi piedi un’operaia della manutenzione, poi la direttrice delle spedizioni, che non andava oltre una prima scarsa di reggiseno, poi la figlia del proprietario della fabbrica, poi la sorella, infine la moglie, che ottenne un paio di labbra ad anaconda e saggi consigli su come condurre l’impresa di famiglia. La voce che il monaco guaritore compisse prodigi nell’ambiente della sua amata creatura, (la fabbrica, non la moglie o la figlia), giunse all’orecchio del proprietario, che lo innalzò da scaricatore a dirigente. Il bilancio crebbe, la fabbrica si espanse.
L’ascesa di Pietrangelo fu tanto repentina quanto preoccupante. Gli altri dirigenti, capeggiati dal figlio maggiore del proprietario, cominciarono a tramare. Intanto, Pietrangelo Rasputin si mostrava uomo del popolo. Non smise mai di scaricare casse, e tuttavia giunse ad influenzare anche la classe politica della cittadina, gettandosi nei letti delle mogli e delle figlie di assessori e consiglieri.
Furono i suoi modi grezzi e brutali, durante le cene di rappresentanza, a renderlo simpatico presso altre famiglie abbienti. Le molte donzelle bene finalmente potevano bearsi nel contemplare i fidanzati, prima dall’aspetto immondo e ora lucidi sul torace scolpito, come divi della TV spazzatura. Bastava portarli al cospetto del demone di Pietroburgo.
Ad un certo punto, il figlio del sindaco sbottò e disse ai suoi amici ricconi: “Dobbiamo farlo fuori una volta e per sempre, o quel bifolco sarà la fine della nostra amata provincia!”
A spalleggiare i complottisti, arrivarono chirurghi estetici, parrucchieri e body coach, tutti appartenenti a caste che vivevano di creme antirughe, balsami ritempranti, oli vegetali e interventi al silicone. Però, nel paesino, dopo gli oscuri sortilegi di Pietrangelo, c’era pieno così di strafighe! Di uomini che avevano una certa, ma senza più la pancetta, muscolosi, e si gloriavano di folte chiome bianche da monarca assoluto. Per contrasto, chiunque si occupasse di rimedi contro l’età, doveva chiedere l’elemosina.
I congiurati, sotto la guida del figlio del primo cittadino, il quale vezzosamente si faceva chiamare ‘il principe’, decisero di intervenire. Con la scusa che al ‘principe’ stava crescendo il doppio mento, a soli quarantadue anni, attirarono il monaco scaricatore in una cantina e…
Pensate che io, nel 2003, ebbi l’occasione di passare da quelle parti e di incontrare il capo dei congiurati, ormai vecchio. Ero un giovane reporter, e gli chiesi di concedermi un’intervista. Purtroppo, seppur con estrema gentilezza, egli rifiutò. 
So benissimo che questo non è un finale, ma le precedenti e le seguenti sono storie in miniatura, e qui si stava facendo notte, a furia di scrivere.

Carlo Baroni