Il Pinocchio di Garrone

18/12/2019

Un altro film su Pinocchio? E perché no? Ci prova con grande talento Matteo Garrone (il suo film uscirà il prossimo 19 dicembre), assistito da un cast eccezionale: Roberto Benigni, un credibilissimo e commovente Geppetto; Massimo Ceccherini,  una straordinaria Volpe che, però, ci lascia una zampa nella tagliola; Rocco Papaleo, il Gatto, degno compare eccellente della più astuta compagna; Marine Vacth, bellissima, dolcissima ed eterea come si conviene alla Fata Turchina, ma altrettanto brava e deliziosa è Alida Baldari Calabri con il suo personaggio della fata bambina; Gigi Proietti, meraviglioso Mangiafuoco che sembra uscito di sana pianta da un'illustrazione dell'epoca! Infine c'è lui, il piccolo protagonista, Federico Ielapi, bambino da sogno, intelligentissimo che ha avuto (a suo dire) "il grande onore di recitare con un Premio Oscar!", resistendo per amore e per passione, come solo i piccoli come lui sanno fare, alla tortura quotidiana di ore e ore di trucco estenuante, per mantenere in piedi la maschera di silicone che imita le venature del legno. Grandi e meritatissimi complimenti vanno ai tecnici dell'animazione e ai realizzatori dei pupazzi e degli animali fantastici. Con Collodi e Garrone viene da domandarsi: esiste un "Principio morale" nel mondo animale?

No, certo. Però esiste di sicuro il suo traslato umano e umanoide quando si vogliono rappresentare sia l'affetto incondizionato, sia la crudeltà assoluta. Ne manca uno vero, però, di questi potenti traslati: L'Amicizia. Come chiama il Burattino più famoso del mondo quei malfattori del Gatto e della Volpe? "Amici miei!". Così dice. Ma anche Lucignolo lo è. Quella di Pinocchio è, quindi, una ricerca disperata di amicizia sempre delusa che ritrova soltanto, da un lato, negli esseri inanimati di legno (i Burattini di Mangiafuoco), come dall'altro nei personaggi fantasmatici della Fata Turchina, della nutrice e domestica della sua casa fatata, La Lumaca. Animali che ti salvano, come tutti i diligenti servitori della Fata, dottori, cocchiere e picchi-falegnami compresi; il tonno liberato (manca però il cane Alidoro che nel libro gioca un po' la parte del leone con Pinocchio che lo salva e poi viene a sua volta salvato). Animali che ti perdono, come il Gatto e la Volpe e il grande squalo. "Animaliter plus", quindi, per incarnare i vizi e le virtù (scarse..) degli umani.

Amici antropomorfi veri di Pinocchio sono: l'Allevatore che lo remunera correttamente per il duro lavoro svolto; Mangiafuoco che si commuove di starnuti e  gli regala i famosi cinque zecchini d'oro in premio della bontà da lui dimostrata, che è poi il vero leitmotiv del ragazzino pestifero con un cuore d'oro che merita, quindi, in definitiva il premio di diventare un bambino vero; tutti i grandi poveri in generale del paesello di Geppetto che non si sorprendono, in fondo, di un burattino parlante, né del suo creatore che lo chiama "figlio mio!" e che si perde per il mondo alla ricerca disperata di quel suo bimbo di legno. Al contrario di Garrone, che qui si nutre esclusivamente di belle e intense immagini, fin troppi commentatori moderni tendono a dare di Pinocchio un'interpretazione sociologica (i tantissimi ritratti, tutti diversi e tutti sempre un po' negativi, che sono presenti nella personalità di ciascuno di noi italiani); o inquadrano il tutto psicologicamente mettendo in gioco le forze del cambiamento volitivo interno che da legno storto, con la sola forza della volontà, riscoprendo per la strada il "Buddha che è in ciascuno di noi",  ci conducono a raddrizzarlo per condurre poi una vita retta e di rispetto soprattutto nei confronti dei genitori.

Certo, Collodi forse sorriderebbe di questa così luminosa chiocciolona intellettuale incollata al suo capolavoro, che starebbe benissimo a far da coda alla sua deliziosa Lumaca, anche perché in effetti il suo messaggio cammina lentissimo e permane nei secoli senza diluirsi né scolorarsi nel tempo. Anzi, la modernità con la sua indotta atrofia della conoscenza ritroverebbe in Pinocchio una grande ancora di salvezza, se solo lo volesse e lo sapesse correttamente trasporre in questa triste epoca della Morte dei Lumi. E Garrone, che ne dice di questa sua ultima creatura? "Ho sempre molto amato entrare in un mondo magico! Della storia di Pinocchio, com'è giusto che sia, ho cercato di fare un film popolare, rivolto a tutte le classi sociali, sorprendendo e incantando il mio pubblico. Il libro relativo fa parte della grande letteratura ed è un testo per così dire divinatorio. Geppetto mi ha ispirato un percorso che non dimenticherò mai, adatto a tutte le età che vanno dai quattro agli ottanta anni. [..] Per quanto riguarda la mia riduzione cinematografica, ho operato una sorta di lavoro di giardinaggio potando un po' il testo e cambiandolo qua e là, per rendere più interessanti certe situazioni."

"Per la raffigurazione di Pinocchio mi sono rifatto fondamentalmente al lavoro e alle illustrazioni di Mazzanti, che ne è stato il primo disegnatore ai tempi di Collodi. Nel realizzare il mio film ho guardato in particolare ai quadri dei macchiaioli e imitato la loro semplicità cromatica". Secondo Benigni, Garrone fa cinema come uno scrittore scriverebbe un libro. "Qui, la figura del padre è sinonimo di creazione, con il suo amore immenso per il figlio. Invece, nella mia 'La vita è bella' era il padre a fare da Pinocchio per nutrire la speranza di sopravvivenza di entrambi. Nel libro e nel film, il Burattino fa piangere appena nato e ridere in seguito". Il tentativo riuscito di Garrone è far interpretare nel film a Benigni il personaggio di Geppetto pur rimanendo se stesso, anche se profondamente diverso per l'occasione, sfatando così il fatto che la sua regia fosse densa di immagini "dure" come quelle del passato. Anche Proietti aggiunge qualche suo aneddoto del backstage, ricordando l'incontro con il regista "che venne a casa mia e mi mostrò una foto di quando assomigliavo a Rasputin in altre situazioni che mi avevano visto come attore. Secondo me, Mangiafuoco avrebbe diritto a un film tutto suo: bellissimo il racconto di quando lui Re dei Burattini ne incontra uno senza fili!".

Ma la cosa più importante è il tema della povertà che pervade l'intero testo con le sue numerosissime occorrenze e che ti fa sembrare la vita un vero miracolo. E lo si vede soprattutto nelle primissime scene della taverna: una fantastica povertà che si trasforma in grande ricchezza grazie al dono stesso della vita. Pinocchio diviene così un racconto trasversale e universale. Perché, come ci suggerisce Garrone, "il racconto ha mille chiavi di lettura: è una grande storia d'amore tra padre e figlio; parla di un bimbo discolo che rifugge dall'ordine e che cade più volte per ingenuità e testardaggine nelle tentazioni. I personaggi sono  tipicamente italiani ma allo stesso tempo universali. E sono proprio quelle facce nostrane che hanno reso la storia raccontata nel film commovente e divertente. Io credo proprio che a Collodi sarebbe piaciuto tanto".

Per Benigni, il film va ben oltre i significati della storia. "È come un libro iniziatico, con tantissime metafore: bugie e conseguente allungamento del naso; incontri che danno la felicità in cambio di niente; se non studi diventi un somaro; e così via. Un libro classico che va ben oltre il suo Autore: quel Pinocchio che nasce e rimane puro pensando che nel mondo non ci sia il male. Ognuno si ricava dalla sua storia quello che più ama. Garrone è in grado di raccontare del cinema assai più di altri e io con lui potrei fare anche il tonno! Per ora, sono stato entusiasta di impersonare Geppetto". Dal punto di vista di Garrone, "il naso che si allunga è certo un'immagine iconica ma nel mio senso gli animali sono allegorie di qualcosa altro. Il vero problema è stato invece come renderli antropomorfi: il film è così il risultato di un grande lavoro di squadra e sono stato molto fortunato nel scegliere le persone giuste. La piccola Alida doveva fare Pinocchio, ma poi è stata scelta per il personaggio della fata giovane". Garrone in tal modo esalta e adatta il suo particolare regno animale alla favola di Collodi come farebbe un redivivo Hieronymus Bosch.

"Anche il paesaggio, però, è un grande interprete del mio film. Dai macchiaioli ho copiato il gusto per le case poverissime, un po' diroccate, ma ho avuto grandi difficoltà a rintracciare luoghi e paesaggi rimasti integri rispetto ai tempi di Collodi (impossibile oggi ritrovare la Toscana dell'Ottocento!), ma che per me rivestivano una grandissima importanza dovendo raccontare l'anima dei personaggi." Perché in fondo, Geppetto è il padre più famoso del mondo assieme a S. Giuseppe, entrambi falegnami, con quei loro figli che scappano di casa. Per stemperare le emozioni, in sede di conferenza stampa è Ceccherini a costruire di sana pianta un finto gossip su Papaleo che si sarebbe innamorato della immensa Lumaca. Con un amore, che come è giusto che sia, viaggia molto.. lentamente!

Le Foto dell'Incontro Stampa sono di Fabio Giagnoni

Qui La Recensione del Film

Maurizio Bonanni