
“Ogni viaggio ha un sogno. Non ogni sogno ha una destinazione”. Con questa premessa si apre la strada de Il sogno dei minori, il documentario prodotto da Domino Film (con il supporto di Save the Children e della Capitaneria di porto), diretto dal regista Mohamed Kenawi e proiettato il 20 giugno scorso a Mezzolombardo (Trento) nell’ambito della Giornata Mondiale del Rifugiato. Da sempre attento alle dinamiche e alle urgenze dei temi sociali, Kenawi mette a frutto la propria visione internazionale per posare uno sguardo ravvicinato, non giudicante né retorico, su una delle realtà più fragili del nostro tempo: quella dei minori stranieri non accompagnati. Il film segue le vicende di tre ragazzi arrivati in Italia dall'Egitto e dalla Tunisia, tre giovani vite sospese in quel limbo delicatissimo in cui i traumi del passato si scontrano con la ricerca di una nuova identità e la necessità di farsi strada in un mondo adulto spesso indecifrabile. Il documentario mappa geograficamente ed emotivamente un percorso a tappe che accomuna migliaia di giovani migranti: il viaggio di Araby, Mustafa e Mohamed parte infatti dalle radici del continente africano, attraversa i perigli del Mar Mediterraneo, tocca il primo approdo a Lampedusa per poi dipanarsi lungo la penisola, fino a raggiungere i centri di accoglienza e le realtà urbane di Bolzano e Roma.
Fino al compimento dei 18 anni, la legge italiana prevede per i minorenni l'inserimento in comunità protette, dove vengono seguiti passo dopo passo nello studio, nell’alfabetizzazione e nel primo approccio al mondo lavorativo. Tuttavia, dietro la quotidianità scolastica e le routine istituzionali si nasconde un peso emotivo devastante. Molti di loro mantengono contatti costanti con le famiglie d’origine ma non possono dire loro la verità sulla durezza delle condizioni vissute, per non distruggere le speranze di chi è rimasto a casa o per non ammettere le enormi difficoltà dell’Occidente.
Il pregio stilistico ed etico di Kenawi sta nel dare voce a entrambe le prospettive che animano il sistema dell'accoglienza: c’è da un lato il punto di vista dei ragazzi e poi quello istituzionale. Inizialmente i tre protagonisti si mettono a nudo raccontando storie diverse che approderanno, inevitabilmente, a tre finali differenti. I loro racconti toccano picchi drammatici: dall’esperienza traumatica di un quasi annegamento in mare, fino alle cicatrici psicologiche più profonde, come la grave malattia mentale che colpisce il fratello gemello di uno di loro, Mustafa, che nonostante il dolore riesce a trovare lavoro e a restare accanto al fratello, ospitato in una comunità psichiatrica.
«Nel documentario - spiega il regista - c’è una forte componente di realismo, soprattutto nelle sequenze dedicate ai naufragi, ai soccorsi in mare e ai racconti di chi ha vissuto quei momenti. Raccontare la storia di questi ragazzi senza mostrare la durezza del viaggio significherebbe raccontarne solo una parte. L’attraversamento del Mediterraneo rappresenta un’esperienza che accomuna quasi tutti i minori stranieri non accompagnati, anche se ogni viaggio è diverso e presenta livelli differenti di rischio. Le immagini che compaiono nel film fanno riferimento all'esperienza realmente vissuta da uno dei protagonisti, che durante la traversata ha assistito alla morte di altre persone. È un trauma che porta ancora dentro di sé: ancora oggi fatica a guardare il mare, perché quel paesaggio gli riporta alla mente quei momenti. Ho ritenuto fosse importante non nascondere questa realtà. Non per scioccare lo spettatore, ma perché quel viaggio è parte integrante della loro storia. Comprendere ciò che hanno attraversato significa comprendere anche chi sono oggi».
Il film si dipana poi attraverso lo sguardo degli operatori: educatori, psicologi e tutor offrono il quadro di una burocrazia che spesso costringe il minore a subire continui esami (come quelli di natura sanitaria, vaccinali e per l’accertamento biologico dell’età) e a essere trattato alla stregua di un “caso” o di un bambino da parte dei servizi sociali, privandolo talvolta della propria dignità di individuo in crescita. In questo scenario difficile emerge come punto di riferimento la figura di Eraldo. Oltre a ricoprire il proprio ruolo formale, Eraldo si spoglia della freddezza burocratica per diventare una guida umana. Il suo compito si trasforma in una missione quotidiana, quella di provare a capire questi ragazzi, favorire il loro reale inserimento e, soprattutto, trasmettere loro il valore e la responsabilità di compiere le scelte giuste, proteggendoli dalle pericolose scorciatoie della strada, per esempio conducendoli nei luoghi della capitale più storici e culturali, al Colosseo come ai Fori imperiali.
La genesi stessa di questo progetto nasce da un incontro umano molto stretto, come racconta lo stesso Mohamed Kenawi: «In realtà ho conosciuto prima Eraldo, il responsabile del centro di accoglienza e uno dei quattro protagonisti del documentario. Mi aveva contattato chiedendomi un aiuto: essendo anch’io di origine egiziana, pensava che potessi instaurare un dialogo più diretto con alcuni ragazzi ospitati nel centro». Il lavoro all’interno della struttura si presentava tutt'altro che semplice. Eraldo cercava ogni giorno di trasmettere ai ragazzi l'importanza di rispettare le regole, imparare la lingua italiana, studiare e cogliere tutte le opportunità che il centro offriva. «Ma aveva a che fare con adolescenti che, come tutti gli adolescenti, vivono una fase delicata della vita - spiega il regista - spesso faticavano a comprendere fino in fondo le conseguenze delle proprie scelte e tendevano a ribellarsi alle regole».
C’era però una preoccupazione ancora più grande che tormentava il responsabile: molti di loro non erano realmente consapevoli che, una volta compiuti i diciotto anni, avrebbero dovuto lasciare il centro di accoglienza e affrontare la vita da soli, confrontandosi con una realtà completamente diversa. «Per questo - continua Kenawi - mi chiese di parlare con loro, cercando di spiegare cosa li avrebbe aspettati e quanto fosse importante prepararsi a quel passaggio. Quell'esperienza mi ha colpito profondamente. Ho iniziato ad approfondire non solo le loro storie personali, ma anche il fenomeno dei minori stranieri non accompagnati nel suo insieme. Più studiavo e più mi rendevo conto che esisteva una realtà poco conosciuta, ma estremamente complessa e umana. È stato proprio da questa consapevolezza che è nata l'idea di realizzare Il sogno dei minori».
Per dare forma al racconto, Mohamed Kenawi sceglie di “pedinare” i suoi protagonisti, catturandone i pensieri più intimi proprio nei luoghi della loro nuova vita in Italia. Una menzione particolare va alla scelta del doppiaggio per le testimonianze dei ragazzi: lungi dal voler alterare l’autenticità del racconto, questa soluzione registica si rivela un efficace espediente narrativo per rendere la fruizione immediata e fluida, trasformando le tre vicende particolari in storie universali. Le voci italiane sovrapposte ai volti dei giovani migranti creano un ponte empatico diretto con lo spettatore, ricordandoci che il desiderio di un futuro dignitoso non ha nazionalità, né lingua, ma appartiene intrinsecamente alla giovinezza.
Chiediamo infine al regista qual è il pubblico ideale del film e il messaggio che abbia voluto dare: «Credo che la mia storia personale abbia influenzato profondamente questo film. Sono egiziano di origine e vivo in Italia da molti anni. In qualche modo conosco entrambe le sponde del Mediterraneo: quella da cui questi ragazzi partono e quella che sperano di raggiungere. Questo mi ha permesso di comprendere non solo le ragioni che spingono molti di loro a partire, ma anche le difficoltà e le aspettative che incontrano una volta arrivati. Per questo il pubblico a cui mi rivolgo è molto ampio. Da una parte ci sono le persone che vivono nei Paesi di origine, dall'altra quelle che vivono nei Paesi di destinazione. Il mio intento non è convincere nessuno né alimentare un dibattito ideologico, ma offrire uno sguardo il più possibile autentico su una realtà complessa, lontana dagli slogan, dalle semplificazioni e dalle illusioni. Anche per questo il film è stato realizzato in tre versioni linguistiche: italiano, arabo e inglese. Le versioni in arabo e in inglese sono state trasmesse da Al Jazeera Documentary Channel e da Al Jazeera English, raggiungendo un pubblico internazionale. Mi auguro che la versione italiana possa avere la stessa opportunità di diffusione, contribuendo ad accendere una luce su un tema tanto delicato quanto poco conosciuto: quello dei minori stranieri non accompagnati e delle sfide che affrontano nel loro percorso di vita».
Il sogno dei minori si conferma un’opera necessaria che non fa sconti alla realtà ma che attraverso la cura antropologica e cinematografica di Kenawi, già sensibile al tema sui minori stranieri in Tam tam basket (2024), storia della squadra di Castel Volturno composta interamente da giovani provenienti da famiglie migranti, restituisce un volto a chi spesso viene ridotto a dati statistici, che, ad ogni modo non si possono ignorare: i minori stranieri non accompagnati sono 18.000, sono in maggioranza maschi, hanno per la maggior parte 17 e 16 anni e nella classifica il primo Paese di arrivo è l’Egitto.
Il film verrà proiettato il 31 agosto alle ore 20,30 al parco Buzzaccarini a Monselice (PD) durante la serata “La condizione dei minori stranieri non accompagnati”.