L’arte rifugio e rivoluzione: la storia di Soraya Akhlaghi

30/09/2026

Sotto il cielo di Perugia, tra le opere in concorso della dodicesima edizione del PerSo Film Festival, una pellicola ha lasciato un segno nel pubblico e nella critica: A Fox Under a Pink Moon, co-diretto dal celebre documentarista Mehrdad Oskouei e dalla giovane artista, attrice e co-regista Soraya Akhlaghi. Si tratta di un progetto durato oltre cinque anni e frutto di un lavoro di animazione con più di 30.000 pose dipinte, già acclamato nella selezione ufficiale dell'IDFA di Amsterdam. Il film si apre con Soraya in Turchia, all'interno di uno studentato, prima del forzato rientro in Iran: da lì parte un lungo cammino fatto di tentativi di fuga, violenza, ostacoli politici ma anche di una ricerca viscerale di libertà attraverso l'espressione artistica.
Incontrandola a Perugia, la prima curiosità sorge spontanea su come sia nata un'alleanza artistica tra due generazioni differenti: Come hai incontrato Mehrdad Oskouei e com'è venuta l'idea di realizzare questo film insieme? «Io lo chiamo "zio"», ci racconta Soraya con uno sguardo che fonde dolcezza e determinazione. «Ci siamo incontrati per la prima volta in un laboratorio di ceramica e scultura: lui era andato lì per comprare una scultura e mi ha vista. Da quel momento ha iniziato a venire al laboratorio ogni settimana. Ho capito subito che era una persona molto professionale, ma in quel momento io pensavo soprattutto ai miei quadri. Gli chiesi: "Cosa pensi dei miei quadri?". E lui mi rispose che erano belli, ma aggiunse: "Soprattutto, dipingi con le tue emozioni"».
L'idea della pellicola è germogliata in modo organico, quasi inevitabile, durante la loro frequentazione. «L'idea è venuta mentre giravamo», spiega la co-regista. «All'inizio mi ha chiesto di riprendere me e mio marito fuori dall'Iran, e tutto è stato girato prima con il telefonino. Solo dopo abbiamo iniziato a girare in maniera più strutturata e professionale. Anche l'idea delle animazioni è nata durante la lavorazione: quando sono andata a fare l'over-sound in studio, il regista mi ha chiesto di dire ad alta voce cosa quelle immagini mi suscitavano nella testa». 
Osservando la pellicola, si nota come l'arte non sia soltanto un contorno visivo, ma la materia prima di cui è fatta la protagonista. Viene naturale chiederle: Come hai incanalato tutte queste emozioni nel personaggio e nell'opera? C'è una vera connessione tra le tue vicende personali e ciò che vediamo sullo schermo? «Se non riesci a esprimerti a parole, fai arte. Le mie emozioni servono per fare cultura», afferma Soraya con fermezza. «Ho espresso i miei sentimenti e la mia rabbia attraverso le pitture. Quando ero felice mi esprimevo con la danza e la chitarra, mentre la paura la incanalavo nel disegno. E quando ero triste, dipingevo un clown». 
Chi guarda il film non può fare a meno di notare la densità dei silenzi che attraversano i suoi occhi, una resilienza profonda che emerge in momenti simbolici fortissimi: quando si taglia i capelli, quando balla sfidando il contesto, o quando affronta i momenti di abbandono e la violenza. Il film mostra come, da esseri umani, affrontiamo difficoltà enormi, ma ci sia sempre un modo per attraversarle e trovare forza. All'interno di questo universo emotivo compaiono figure ricorrenti: la volpe, il clown, la luna rosa: A quale cultura o immaginario si ispirano questi simboli? «Non è qualcosa di relativo a una specifica cultura», risponde Soraya. «Le figure delle sculture incarnano la paura per i Talebani, mentre il clown sono io stessa da teenager. La volpe non è un semplice animale: è una divinità che mi guida, una dea, il simbolo che ti sta davanti e ti trasmette la forza necessaria per lottare nei momenti più bui. La luna rosa è il sogno, la speranza di fronte alla difficoltà costante di scappare da un posto opprimente. Tutti questi elementi, insieme al progetto del film, mi hanno dato la forza di andare avanti».
 La vicenda personale di Soraya s'intreccia inevitabilmente con il contesto sociale del suo Paese d'origine e con la condizione di tantissime altre giovani donne. Qual è il tuo pensiero sulle battaglie che le giovani stanno portando avanti in Iran? «Apprezzo tantissimo le battaglie dei giovani in Iran. Purtroppo noi non scegliamo la politica, ma è la politica che sceglie noi e condiziona le nostre esistenze». È per questo che il film travalica il racconto biografico per farsi messaggio collettivo: fortemente ispirato visivamente alla figura di Frida Kahlo, A Fox Under a Pink Moon è un'opera espressamente dedicata a tutte le donne iraniane e afghane, affinché possano trovare nell'arte e nella creatività lo strumento per resistere, per far sentire la propria voce e per continuare ad avere speranza.

Michela Manente