Pare parecchio Parigi, il nuovo Pieraccioni

19/01/2024

“Mi hanno detto: è un bel film, non sembra neanche tuo” scherza Leonardo Pieraccioni, ma, di fatto, ha voluto realizzare un film diverso, che andasse più sull’agrodolce e facesse leva sui sentimenti. “Di film comici ne abbiamo fatti tanti, cercavo un soggetto dove la comicità non facesse la parte del leone, non solo con quegli accordi che già conosciamo. Sono attaccato al giullarismo, vorrei si potesse ridere di noi e ho paura del sentimentalismo, di raccontare i rapporti. Ma i comici hanno tanti colori. Così ho tirato fuori dal cassetto questo soggetto che avevo da tempo e ho ritenuto che fosse il momento giusto per realizzarlo e penso che questo film, se non lo avessi fatto, mi sarebbe rimasto di traverso. Quando ho cominciato a far cinema ho raccontato le paturnie di un trentenne fuori corso con la vita, poi ho messo un punto di domanda al ‘saranno felici e contenti’ e al ‘sei stato un buon padre o potevi dare di più’ e adesso, alla soglia dei 60 anni ho raccontato la famiglia in maniera più analitica e anche se in 12 ore non si possono risolvere i problemi di una vita si possono sciogliere le acredini”.  

“Pare parecchio Parigi” infatti prende lo spunto da una storia vera. Liberamente ispirato ai fratelli Bugli che nel 1982 partirono con il padre malato in roulotte e gli fecero credere di essere arrivati a Parigi, viaggiando senza uscire quasi mai dal loro podere. Pieraccioni dedica il suo film a loro e  tutti i sognatori. E  racconta di tre fratelli (lo stesso Pieraccioni e le attrici Chiara Francini, Giulia Bevilacqua)  che non si parlano da cinque anni e che, per esaudire il desiderio, ormai rimpianto, di un vecchio e malatissimo padre (Nino Frassica) che non ha mai visto Parigi, fingeranno di partire con lui da Firenze a bordo di un camper. Il viaggio non viaggio diventerà una paradossale, avventurosa e irresistibile occasione per tentare di far riavvicinare i fratelli e cercare di riconciliarsi con il padre.

Pieraccioni, che ha conosciuto un successo folgorante con Il Ciclone, è preoccupato dal calo di pubblico nelle sale?

“Certo è importante avere la sala piena ma io ho sempre fatto i film che mi sarebbe piaciuto vedere e confesso che quando Il Ciclone ha fatto quel che ha fatto mi sono anche impaurito. Mi sono chiesto: sono stato davvero io o è stato il caso? Mi è capitato di fare uno spettacolo davanti a solo sei spettatori e si era creata un’energia incredibile. Quindi smetterò di far cinema solo quando mi diranno di smettere.”

E del politically correct dilagante cosa pensa?

“E’ una cosa talmente folcloristica che passerà. Figuriamoci che il montatore si era preoccupato se tenere la scena in cui il mio personaggio dà uno scappellotto alla sorella e io non capivo il perché. Lo scappellotto è quello che in quel momento li unisce. Purtroppo l’asticella si è veramente alzata. Ma sono solo bischerate”. 

 

Gabriella Aguzzi