Sbocciano le rose selvatiche di Margarethe Von Trotta

05/02/2024

Quest’anno per il 35 TFF le registe tedesche hanno impreziosito di primizie di celluloide la rassegna Wild Roses donando un attento sguardo all’espressività al femminile, con tredici titoli scelti per il focus Germania. Primizia tra le primizie, la berlinese Margarethe von Trotta ha portato a Trieste, in Italia anticipato solo dalle proiezioni a Bari e a Palermo, Ingeborg Bachmann - Reise in die Wűnste (Ingeborg Bachmann - Viaggio nel deserto, CH - D - L - A - HKJ - I, 2023, 111') racconto 'parziale' sull’esistenza della scrittrice austriaca negli anni della relazione con lo scrittore svizzero Max Frisch. Nel suo cinema la von Trotta ha cavalcato il femminismo seguendo una variante antideologista, facendoci riscoprire figure uniche di donna, da Rosa Luxemburg a Hannah Arendt a Hildegard von Bingen. 

Incontrata a Trieste, la regista ci chiarisce la sua posizione.

È  un problema non affrontato quello della violenza psicologica negli ambienti colti, la resistenza negli ambienti intellettuali del maschilismo. Ho vissuto a Parigi e ho visto come le donne intellettuali non vogliono essere di piccolo spirito e subiscono una  violenza psicologica più forte.

Parliamo del Suo ultimo film, Ingeborg Bachmann - Reise in die Wűnste. Cosa le piace della Bachmann?

La poesia non è solo bellezza e non ho seguito la teoria dostoevskiana che la bellezza salverà il mondo. Ci sono delle poesie della Bachmann molto sofferte. Lei è bella ma soffre come un cane.

L’amore della Bachmann per l’Italia è un po’ il Suo amore per il nostro Paese?

La Bachamm abitava a Klagenfurt. Parlava italiano. Aveva un'amicizia con Hanz Henze che abitava a Ischia. Nel film volevo mostrare Napoli ma la produzione non aveva soldi. Nei primi anni 50 ha vissuto a Roma e ha registrato per la radio quando con la poesia non guadagnava. Max Frisch non amava l’Italia ma è rimasto in via Margutta, dove abitava Fellini, con la nuova compagna. Anche io, dopo il mio primo film in Italia, sono rimasta sette anni ma con l'era di Berlusconi sono andata a Parigi.

Cosa le piace del cinema italiano?

I film del dopoguerra, gli unici film forti: Visconti, Pasolini, Fellini, i film più forti del mondo. Poi per me Bergman, personalmente. Come ha detto Scorsese il neorealismo è stato il cinema più rilevante del mondo.

Negli anni Settanta fare la regista in Germania era difficile. Oggi com’è la situazione?

Oggi le registe sono di più ma questa battaglia  è  sempre individuale. Non era facile all'epoca fare soldi. Non ho fatto film carissimi. Dobbiamo fare una torta con pochi ingredienti.

Ci racconti del movimento del Nuovo cinema tedesco...

Siamo stati una banda. Il mio primo film l’ho girato in 16 millimetri. Alla Berlinale Wenders disse che il prossimo film lo avrei fatto in 35 millimetri. Siamo stati un gruppo, ci abbiamo provato. Ci siamo ritrovati tutti a Monaco, prima del crollo del muro. Poi molti sono andati a Berlino, altri in America. Ho fatto un film in Italia. Qui in Italia c’erano dei contratti per la sceneggiatura. Non sempre però un regista è anche sceneggiatore. In Germania ci scrivevamo i nostri film.

Ci parli dell'ultima generazione dei registi tedeschi e dello stato del cinema tedesco oggi.

Non si vede molto come una volta. Dopo la nostra nouvelle vague c’è stata quella del cinema della Polonia, della Cecoslovacchia o del Brasile. Erano momenti in cui un certo gruppo diventava importante. Il cinema degli anni ’60 e ’70 ha avuto attenzione, poi si è andati avanti con altro. Abbiamo avuto il nostro momento.

Si può fare un parallelismo tra Hannah Arendt e Ingeborg Bachmann?

La competizione tra gli scrittori e i filosofi c'è. La Bachmann ha fatto la tesi di dottorato su Heiddeger e lo ha distrutto. Le due si sono viste a New York. Hannah sperava che la Bachmann potesse tradurre le sue cose ma non avvenne. In Italia, come si vede nel film, la poetessa è stata tradotta da Ungaretti (nel film interpretato da Renato Carpentieri, ndr).

Il deserto può essere un simbolo?

La Bachmann trova il vuoto per rinascere. Max Frisch in Stiller parla del deserto, ne parla in questo romanzo. Aveva detto alla Bachmann: “Ti ci porto io”. Era una rivincita la sua decisione di andarci dopo la rottura. In quel viaggio era malata. E’ il suo primo vero deserto dove arriva debole. Un viaggio nel deserto dei sentimenti.

Quali sono le fonti del film?

Ho usato molta corrispondenza, le lettere come caleidoscopio. Avevo chiesto il permesso di leggere le lettere con Frisch ma l’editore Suhrkamp Verlag non mi ha dato il consenso. Allora ho scelto il libro di un giovane che è andato con lei nel deserto. Non dovevo avere l’obbligo di leggere tutto.

In quale deserto ha girato?

In Giordania, lo stesso di Lawrence d'Arabia con Omar Sharif.

Nel film viene ripetuto un verso della Bachmann.

È una citazione detta all'inizio e alla fine. All’inizio quando Frisch la conosce e la dice come ammirazione. Alla fine la dice per lasciarla. La stessa frase fantastica, geniale citata anche alla fine…

Come ha lavorato con Vichy Krieps, l’interprete principale?

Ho lavorato con brave attrici: Barbara Sukova, Vichy Krieps. Voglio fare un film con la Sukova e la Krieps. Una la madre e l’altra la figlia. La Krieps mi ha scritto quando è venuta a sapere che stavo per fare un film sulla Bachmann. Non sapeva che la avevo già in testa. Ne Il filo nascosto (Phantom  Thread di Paul Thomas Anderson, 2017) è stata la mia scoperta. Mi è piaciuto il sorriso che segue il suo sguardo severo, così, di un colpo… un sorriso bellissimo come il sole che si alza. Anche la Bachmann aveva quel sorriso. Durante un’intervista con degli uomini giornalisti lei parlava molto. Il giornalista indietreggia spaventato e lei sorride e risolve tutto… mi ha convinto.

Che atmosfera ha respirato alla 35esima edizione del Trieste Film Festival?

Di grande gentilezza ed entusiasmo. Ho fatto un film dieci anni fa per la RAI sul tema della violenza contro le donne girato anche a Trieste (Storie di donne. Mai per amore, ndr). Quando mi hanno proposto di venire al Festival non lo conoscevo ancora ma non ho esitato.

In una scena del film si vede il fuoco, una candela che finisce sul vestito della Bachmann. Che significato ha voluto attribuirgli?

È un segnale di pochi momenti: il fuoco come richiamo alla morte. Sappiamo come è  morta la Bachmann. 


Michela Manente