7 Film Sconvolgenti per San Valentino

14/02/2021

Cuori, sguardi, baci e frasi d’effetto da condividere sui social. L’amore è molto più di tutto questo. Un sentimento complesso e tortuoso, che fa parte dell’essenza stessa dell’essere umano. In quanto tale, è più che ovvio che il cinema sia riuscito a intercettarlo, anche se solitamente i titoli più apprezzati dal pubblico si limitano a raccontarne la dimensione affettiva, nei casi positivi, o luttuosa in seguito alla fine di una relazione, nei casi negativi. Tuttavia, ci sono autori che nel corso degli anni ne hanno sviscerato sfumature diverse, mettendo spesso in relazione la dimensione individuale del sentimento con una tematica sociale che andasse a ostacolare o ad arricchire la storia d’amore del film. Oppure, evidenziandone le conseguenze psicologiche più distorte e malsane. Di seguito elencheremo sette pellicole che hanno fatto fatica ad arrivare all’orecchio delle masse, ma che si distinguono per dei tratti completamente fuori dal coro.

Her – Spike Jonze, 2013
Cominciamo con semplicità. Questo è certamente un film che ha ottenuto un gran successo di pubblico. Considerate il suo primo posto in questa lista come una sala di benvenuto per ciò che verrà. Joaquin Phoenix è Theodore, un uomo triste e solitario che soffre per un recente divorzio con la compagna di una vita e scrive lettere sentimentali per conto di terzi. Già qui è evidente come Theodore diventi se stesso un’estensione di quei virtuali sistemi di programmazione ai quali deleghiamo le nostre più intime sensazioni. In una Los Angeles odierna, ma avanzata tecnologicamente, le persone hanno la possibilità di rimanere connessi con i computer domestici anche fuori dalla loro abitazione. Questo crea un legame particolare tra Theodore e l’intelligenza artificiale che gestisce tutti gli apparecchi della sua casa, Samantha. La fantascienza che permea la storia non è frutto di speculazioni lontane e fantasmagoriche, ma previsioni di un futuro prossimo in cui tutto ciò che accade è verosimile. Le relazioni umane sono alla stregua dell’inesistente. L’incapacità di cooptare i propri sentimenti a una dimensione di verità costringe il nostro protagonista a rifugiarsi in un amore fittizio ma tremendamente perfetto. La sua illusione lo culla, lo consola, ma inevitabilmente lo inganna. Simbolo di questo, la fantastica scena in cui Theodore si siede sconsolato di fronte a un enorme schermo luminoso che proietta l’immagine di un gufo rapace che sembra essere in procinto di artigliarlo. Va sottolineato l’ovvio: ovvero, quel gufo non potrà fare mai realmente del male al protagonista, in quanto si tratta solo di un ammasso di pixel luminescenti, intangibile come la storia d’amore tra Theodore e Samantha. La regia di Jonze e la colorazione usata per il film ci ricorda infatti che stiamo sempre e comunque parlando di qualcosa che anzitutto vuole comunicarci una storia di passione, anche per quel personaggio che non possiede un corpo. Ne sono un esempio perfetto le scene in totale campo nero, dove viene dato spazio solo al sonoro. Non vuole essere semplicemente una critica al mondo tecnologico e ai suoi risvolti, ma una riflessione su come questo possa influenzare il nostro modo di provare qualcosa, di avere coscienza di noi stessi, di superare il passato e della necessità di essere completi anche quando siamo soli. Nel bene e nel male.

Amour – Michael Haneke, 2012
Il film più “tenero” di quel folle di Haneke è probabilmente uno di quelli più pregni. Uno dei miei film romantici preferiti. Georges (Jean Louis Tritignant) e Anne (Emmanuelle Riva, meravigliosa) sono una coppia di ottantenni che vive immersa nella cultura e nella dignità della loro età. Una sera la loro vita viene sconvolta da un ictus della moglie, che diverrà dipendente in tutto e per tutto dal marito. La malattia come prova ultima dell’amore di una persona per un proprio caro. L’impedimento fisico e la conseguenza decadenza mentale diviene qui una valvola, da cui fuoriescono tutte le difficoltà che invadono un’esistenza altrimenti tranquilla. Inevitabilmente, questa nuova condizione mette alla prova i nostri tre protagonisti, come se volesse una dimostrazione del loro reciproco amore. Sì, ho scritto “tre”. La casa è necessariamente da annoverare tra i personaggi principali della pellicola. L’ambientazione è fondamentale, racchiude le riprese negli ambienti interni, che rimandano alla dimensione assolutamente intima della vita di Georges e Anne. Tutti gli eventi del film avvengono all’interno di quelle quattro mura, che divengono simbolo dell’esistenza stessa dei due anziani e ne dirigono i destini. Il silenzio che aleggia su molti momenti dell’opera ci lascia focalizzare sui due sposi, sulla loro reazione a una situazione intricata che però non può scalfire ciò che l’uno ha significato per la vita dell’altra. Haneke non lascia spazio a dialoghi inutili o dettagli di pura decorazione. Anzi, nasconde i particolarismi e suggerisce i significati puramente attraverso le immagini, visibili a un occhio accorto. La luce smorta che viaggia continuamente su toni spenti riempie di tristezza le immagini, accompagna il declino di Anne e la fatica amorevole di Georges, facendoci navigare tra le rughe dei volti di due attori sensazionali. Haneke condisce tutto con un gusto estetico e una cura della messa in scena semplicemente perfetta. Fino al finale devastante, crudo quanto dolce.

Love – Gaspar Noè, 2015
“Io penso che scandalizzare sia un diritto, essere scandalizzati un piacere, e chi rifiuta di essere scandalizzato è un moralista”, disse Pasolini. Storia normale, nulla di sconvolgente. Murphy è sposato con Omi, e riceve una telefonata dalla madre della sua storica ex compagna Electra, con cui la relazione finì in modo turbolento. La ragazza è scomparsa da giorni. Il film ripercorre con un flashback la travagliata storia d’amore tra Electra e Murphy. Ciò che fa alzare le antenne è la resa estetica di Gaspar Noè, uno dei registi più rivoluzionari del cinema contemporaneo. Elemento principale sono le luci intense che fanno piombare i personaggi nelle loro turbe e nel loro degrado. Il rosso e il verde si alternano, simboleggiando di volta in volta la passione, ma anche la violenza e il profondo malessere di ciò che accade in scena. L’amore qui ritrova la sua assoluta appartenenza alla dimensione carnale. I due protagonisti si lasciano andare ad esperienze sessuali spinte e fuori dal tradizionale contesto di una coppia monogama, abbandonandosi all’uso di droghe e annientandosi a vicenda, preda di smanie di possesso e scatti d’ira. Laddove aumenta a dismisura la passione, però, aumenta il rischio di farsi del male. Più in alto si vola, più rovinosa sarà la caduta. Eros e Thanatos. La cupezza e l’ossessione delle riprese è aumentata a dismisura dalla superba colonna sonora. Le scene di sesso sono totalmente esplicite e provocano stupore nello spettatore, disabituato a tanta sfrontatezza (emblematico il primo piano del pene di Murphy che eiacula in seguito a un rapporto con Electra). Il neo di Noè è forse quello di ricercare eccessivamente il vezzo artistico, facendo così percepire allo spettatore la sua presenza dietro la macchina da presa. Tuttavia, non si può ignorare l’assoluta efficacia e il devastante impatto delle sue scelte. Credo fermamente che questa sia un’opera perfetta per una coppia. La sessualità pornografica è resa con enorme stile e gusto cinematografico (aumentato dalle infinite citazioni all’interno della storia). Abbandonate sentimenti di imbarazzo e gelosia, cercate di immergervi nel messaggio del film, poi sfruttate al meglio il vostro San Valentino.

Il filo nascosto – Paul Thomas Anderson, 2017
L’amore come autodistruzione consapevole. Reynolds (un divino Daniel Day-Lewis) è uno dei più affermati stilisti di Londra. La sua arte è impeccabile, e l’unico modo per rimanere sempre al massimo dell’efficienza, per il protagonista, è inscriversi in una routine perfettamente programmata dove non c’è spazio per le deviazioni, gli imprevisti, o le manifestazioni di affetto. L’uomo è infatti contraddistinto da un carattere estremamente freddo, che isola e umilia chiunque gli stia attorno. Un giorno si innamora di Alma (Vicky Krieps), una cameriera che diventa sua musa e modella. Schiacciata dalle pressioni e l’atteggiamento glaciale di Reynolds, Alma medita vendetta mettendo un minimo quantitativo di funghi velenosi nel tè dello stilista. Durante la convalescenza, l’uomo si dimostrerà molto più caloroso e bisognoso d’affetto di quanto non sia normalmente, lasciandosi scivolare di dosso quell’aura maschile di assoluta invincibilità di cui si era vestito. Il film si mantiene su questo meraviglioso equilibrio (il “filo” del titolo) tra salute e malattia, tra necessità di creare artisticamente qualcosa di perfetto e di distruggersi fisicamente per dare spazio a quella dimensione più affettiva di una relazione. L’eleganza tecnica di Anderson non è certo una novità. Sin dai tempi di “Magnolia”, “The Master”, o “Vizio di forma”, ci ha abituato alla sua innata abilità di dipingere la realtà, piegandola alla necessità narrativa. Se, ad esempio, in “Vizio di forma” questo avveniva con la dimensione psichedelica, qui avviene con gli sguardi dei protagonisti, le luci in penombra, un montaggio spaziale e la tensione musicale, che delinea i diversi stati d’animo nei vari momenti della vita di Reynolds e Alma. Il contrasto tra pubblico e privato viene portato all’eccesso, e i due protagonisti danzano sul compromesso tra la perfezione lavorativa e l’intimità del sentimento, raggiungibile solo attraverso il dolore. Un’opera mastodontica che mette al centro il lato corrosivo dell’amore, che spesso visto da fuori (come facciamo noi spettatori) può sembrare dannoso, ma vissuto in prima persona diventa un piacevolissimo prezzo da pagare per vivere con la persona che si ama. Cinema allo stato puro, per forma e sostanza.

I’m a cyborg but that’s ok – Park Chan Wook, 2006
Young-Goon è una giovane paziente di un ospedale psichiatrico. È lì perché crede di essere un cyborg. La vediamo comunicare con apparecchi elettrici, mentre ordisce un piano in cui prevede di uccidere tutti i dottori della struttura per vendicare la nonna, a sua volta internata perché convinta di essere la madre di un gruppo di topi. Nell’ospedale incontrerà Park Il-Sun, con cui instaurerà un rapporto di reciproco aiuto. Nel labile confine tra delirio e lucidità, disturbo mentale alla base del film si impregna di disturbo sociale. Già dalla prima scena, in cui vediamo Young-Goon lavorare in una fabbrica di apparecchi elettrici, una fra tante alienate operaie che mettono insieme fili e circuiti. È sul luogo di lavoro che la giovane ha un crollo nervoso che ne provocherà la clausura in ospedale. Per leggere attentamente l’opera, è necessario che la si guardi come se i pazienti dell’ospedale fossimo noi. I disturbi che affliggono i personaggi nascono da una serie di paranoie e dogmi sociali che ci imprigionano e ci opprimono senza che ce ne rendiamo conto (in una società come quella coreana tutto questo è amplificato all’ennesima potenza). Le relazioni umane divengono dei rituali senza possibilità di fuga o espressione individuale. L’alienazione porta i soggetti della pellicola ad allontanarsi da tutto ciò che è vivo, e a ritenere profonde sensazioni umane come la paura, la compassione o il senso di colpa, nulla più che degli oggetti, trasferibili con il semplice tocco di una mano. Proprio come facciamo noi, quando riteniamo di poter seppellire i nostri sentimenti in nome di un sollievo immediato, e facendo questo imbottigliamo il disagio, che prima o poi ci chiederà il conto. Non è ovviamente un caso che la protagonista ritenga di essere una macchina. Il suo corpo diventa una mera estensione di quegli strumenti che hanno governato la sua vita e in cui lei ha riposto le proprie speranze di avere un’autentica libertà e un rapporto sincero (qualcuno potrebbe vederci una logica marxista). Il rapporto con Park, un giovane che ha paura di scomparire e che quindi passa le giornate a “rubare” le personalità e gli oggetti personali degli altri pazienti, si prefigge di rompere questo circolo vizioso. Parlando di cinema coreano, non si può escludere dall’equazione una messa in scena fuori di testa, un umorismo squinternato ma sottile, e un profondo gusto estetico che esalta il surreale nella monotona vita che ognuno di noi, paziente di un personalissimo ospedale psichiatrico, prosegue inerme.

Castaway on the Moon – Lee Hae Jun, 2009
Ancora Corea. Una storia d’amore che non prevede alcun contatto reale per gran parte della durata del film. Kim Seung-Geun è un inetto che tenta di suicidarsi da un ponte che sovrasta il fiume di Seul. Finisce, però, per naufragare su un isolotto fluviale senza possibilità di tornare (non sa nuotare e nessuno lo vede). Kim Jung-Yeon è una hikikomori che non esce da anni dalla sua stanza. L’unico contatto col mondo esterno avviene attraverso le finte relazioni virtuali con un mare di sconosciuti su un sito online. Oppure, tramite le fotografie che scatta alla luna dalla sua finestra. Nella testa della protagonista, la luna diventa meno desolata della Terra. La ragazza, a un certo punto, individuerà il naufrago sull’isola tramite la propria macchina fotografica, e i due cominceranno a comunicare senza realmente connettersi. Di nuovo alienazione sociale, di nuovo le storie di persone che cadono di fronte alle pressioni di un contesto arrivista e competitivo, piaga che affonda le unghie in molte vite dei popoli orientali. Per l’ennesima volta, la storia di due pesci fuor d’acqua, che incontrandosi danno vita a una loro piccola, personalissima, rivoluzione. La leggerezza e la solarità che contraddistinguono l’opera non devono ingannare: parliamo di un film estremamente tagliente. Mentre Kim Seung ritroverà i piaceri di una vita più raccolta, manuale, senza l’aiuto di strumentazioni alcune, lontana da quello stress tipico della società capitalista, Kim Jung dovrà mettere alla prova il proprio rifiuto di interagire col mondo. Spettacolari i segmenti in cui Kim Seung usa le carte di credito per raschiare via il guano dei gabbiani, urlando “Finalmente servite a qualcosa”, e quelli in cui Kim Jung esce brevemente di casa per lanciare messaggi in bottiglia verso l’isola in cui vive il nostro moderno Robinson Crusoe. Una pellicola piena di luce e simbolismo, che riflette sulla necessità di allontanarsi da una propria comfort zone per essere in grado di comprendere l’umanità in maniera più ampia e con una prospettiva più affidabile. In questo, il cinema coreano contemporaneo non ha eguali, privo di ogni didascalismo quando denuncia problematiche sociali sistemiche e senza scelte melense sul lato sentimentale.

Il Fantasma e la signora Muir – Joseph L. Mankiewicz, 1947
Chiudiamo con l’unico classico presente nella lista. Lucy Muir (Gene Tierney) vive con la cognata e la suocera dopo la morte del marito, ma sente il bisogno di abitare altrove con la figlia e la domestica. Acquista allora una casa infestata dal fantasma di un affascinante capitano di mare, Gregg (Rex Harrison). I due, che all’inizio mal si sopportano e raggiungono un quieto vivere solo in virtù di un patto, cominceranno a collaborare alla stesura della biografia del capitano. Il film possiede tutto il fascino del cinema di quegli anni. Il ruolo del fantasma viene qui ribaltato, non più spaventoso elemento di terrore, ma complice aspirante amoroso. Così come è innovativo il ruolo della protagonista: una donna che è certamente immersa nel suo tempo (pudica e attenta ai propri obblighi da vedova), ma indipendente e che lotta per ciò che desidera, senza attendere l’approvazione di nessuno. Le ombre giocano un ruolo fondamentale. Non soltanto come classica espressione di occulto e mistero, ma come proiezione dell’animo inquieto dei protagonisti. Il loro stagliarsi sulle pareti di casa ci suggerisce una dimensione ulteriore, che andrà a dispiegarsi solo nel finale del film, che a una prima occhiata potrà apparire conciliatorio, ma nasconde in realtà un infinito pessimismo esistenziale. L’opera è un magnifico lavoro sulla solitudine umana come condizione presente in ognuno di noi, che non può trovare raccordo nei rapporti con gli altri. La cognata e la suocera di Lucy agiscono pensando sempre di sapere ciò che è meglio per lei (appellandosi soltanto a convenzioni morali e di buon costume), mentre il personaggio di Fairley (George Sanders), che avvicina emotivamente la protagonista, finisce per svelare un lato nascosto della propria personalità. Inoltre, Mankiewicz elabora sensazionali stratagemmi per suggerire allo spettatore l’avanzare del tempo. Ad esempio, la trave di legno incastrata nella sabbia su cui è inciso il nome di Anna, la figlia di Lucy, continuamente sollecitata e offesa dalle onde del mare con l’avanzare degli anni. Forse affetto da una conclusione delle vicende smisuratamente moralista, ma alla fine degli anni Quaranta non ci si poteva aspettare risvolti troppo audaci, “Il Fantasma e la Signora Muir” risulta innovativo, se contestualizzato all’epoca in cui uscì. Questo vale per la resa scenica, quanto per il delineamento dei protagonisti e l’idea di amore autentico che sfugge alla condanna solitaria dell’uomo.

Edoardo Cappelli