L'ossimoro artistico di Zeffirelli

26/06/2019

Si faceva chiamare volentieri “Maestro” e Franco Zeffirelli, effettivamente, lo era. Unico regista italiano insignito del titolo di “Cavaliere dell’Impero britannico” (conseguito nel novembre 2004), Zeffirelli ci ha lasciato, la scorsa settimana, ad “appena” 96 anni. Già, appena. Perché, forse, ancora tanto aveva da offrire al suo pubblico. “La Bisbetica Domata”, “Gesù di Nazareth”, “Romeo e Giulietta” e ”Fratello Sole, Sorella Luna” sono solo alcuni dei capolavori di un artista che, da buon fiorentino, si vantava di essere cresciuto nella bottega di Luchino Visconti, consacrandosi come un rigoglioso frutto di un’epoca che non c’è più.
Ritenuto da alcuni critici con scetticismo “un calligrafo, uno scenografo vestito da regista”, Zeffirelli ha sconfitto gli stereotipi con classe ed eleganza, restituendo alla penna di William Shakespeare la voce poetica che meritava, in un gioco di immagini e fotografia senza eguali.
Dall’animo anticonformista, Franco Zeffirelli non ha mai mancato di esporsi, assumendo posizione di fronte a qualsiasi cosa, fronteggiando le correnti dominanti con astuta arroganza, non risparmiandosi nei giudizi sportivi, politici e sociali.
Si ritenne, per molto tempo, uno straniero in Italia, professando quella fede cattolica che affondava le radici nella figura di Giorgio La Pira, suo istitutore nel convento di San Marco.
A parte brevi parentesi teatrali, con rappresentazioni dell’Aida alla Scala di Milano, il cinema di Zeffirelli si è fregiato di quadri classici come “Il giovane Toscanini”, un modernissimo ”Amleto”, ”Jane Eyre” e “Un tè con Mussolini”.
Negli ultimi anni, circondato dall’affetto di pochi amici e dei suoi due figli adottivi, ha regalato a Firenze l’ennesimo ritratto: la Fondazione per le Arti e lo Spettacolo che ha trovato casa in un ex tribunale della città. Ha affidato la sua visione del mondo ad un’autobiografia scritta nel 2008 e incentrata su tematiche di estetica e di bellezza, coltivando il sogno di un’Italia eternamente rinascimentale dove il “passatismo” non fosse, finalmente, confuso con la spocchia di grandezza.
In una recente intervista ha confessato: “Rimpiango di non essere riuscito a realizzare il mio film ‘I Fiorentini’. Un grande progetto che comincia con la morte di Lorenzo il Magnifico e il rientro a Firenze di Michelangelo e Leonardo. Una grande pennellata sulla creazione del Davide e della Monna Lisa e di un ipotetico rapporto di invidia ma allo stesso tempo di rispetto tra questi due ‘mostri sacri'”.
Invidia e rispetto, il testamento culturale e l’ossimoro artistico di Franco Zeffirelli.

Per gentile concessione di Odysseo

Articoli Correlati: L'ultima, suprema Traviata di Zeffirelli

Michele Di Corato