Monica Vitti, uno sguardo ironico, affettuoso e implacabile sul mondo

06/02/2022

Ho conosciuto Monica Vitti da ragazzo, come due intere generazioni di italiani: dai suoi film, dalle sue commedie più o meno scanzonate e ironiche.
Col senno di poi, è stata una folgorazione, ma ovviamente all’epoca non lo sapevo: e colpisce oggi, nell’età della ragione (o della maturità), rendersi conto di quanto profondo sia il segno che ha lasciato, non tanto nell’immaginario, personale o collettivo, quanto - e propriamente – nel modo di guardare a sé e al mondo, nella rappresentazione che un’intera società, o almeno due o tre generazioni di uomini e donne, danno della società in cui vivono e della vita.
Monica Vitti ha attraversato, ed ha fatto, il miglior cinema italiano: dalla quadrilogia con Antonioni (L’avventura, La notte, L’eclisse e Deserto rosso), al filone quasi sterminato di commedie ”all’italiana”, dalla metà degli anni Sessanta in poi.
Ha lavorato con una scuderia impressionante di registi, dallo stesso Antonioni a Salce, Vadim, Campanile, Monicelli, Scola, De Sica, Risi, De Palma, Comencini, Corbucci, oltre che, da ultimo, con il marito Roberto Russo. È stata, in buona sostanza, un pezzo rappresentativo del cinema italiano.
Eppure, è stata soprattutto se stessa: ironica, a tratti beffarda, ingenua, sensuale, maldestra, in un caleidoscopio di sfumature e con un mix di accenti, in una collezione di ruoli sempre diversi ma con un ‘tocco’ che era immediatamente riconoscibile, unico e inimitabile.

Sapevi cosa aspettarti, sapevi che era lei: ma non per questo si ripeteva, perché in ogni ruolo, ogni volta, portava alla luce una venatura diversa, giocando con sé stessa per offrire uno sguardo originale, una voce diversa.
Già, la voce: e chi se la scorda, quella voce roca e sensuale, apparentemente così difficile da adattare al registro drammatico come a quello comico, e invece per lei (e con lei) flessibile, duttile e sorprendentemente adattabile. Un marchio di fabbrica, quella voce.
Questa sua capacità (non da ultimo anche vocale) di rappresentare pezzo per pezzo, nello sguardo sulle donne, e sulle loro relazioni, ambizioni, desideri, una società che cambiava ad una velocità mai vista prima, finisce per essere una sua, personale e vera e propria antologia di quel che era, poteva o voleva essere, una Donna in quegli anni. Il tutto condito da un’abbondante dose, preziosa e generosa, di ironia e autoironia.
Facendo esercizio di fantasia (e di nostalgia), potremmo materialmente ritagliare le sue scene, personaggi e sguardi, scegliendo con pazienza certosina tra gli oltre cinquanta film interpretati, per ricomporre (come per i baci rubati dalla censura clericale in “Nuovo Cinema Paradiso”) quel caleidoscopio di accenti e sfumature che in fondo è, nella sua ricchezza e contraddizione, il cosiddetto universo femminile.
Molto le dobbiamo (e forse più del cinema, la società e le donne), per averci raccontato, per averci fatto ridere, per averci molto cambiato. E forse per questo, passati i riti e le celebrazioni, molto ci mancherà.

Davide Benedetto