Toriyama Akira banzai!

09/03/2024

Da ieri Internet si è stretto intorno al saluto commosso nei confronti di Akira Toriyama, spentosi il primo marzo scorso nel silenzio totale che ha coperto la vicenda per circa una settimana. Immediatamente il pubblico ha partecipato a un lutto collettivo, avendo visto una parte della propria infanzia andarsene. Molti hanno ricordato i pomeriggi dopo scuola in cui si correva a casa per assistere alle puntate trasmesse in ciclica riproduzione del suo lavoro più famoso, “Dragon Ball”, di cui si sono riportati aneddoti, momenti importanti, ricordi legati a un periodo che ha coinvolto persone appartenenti a generazioni diversissime, unite dall’amore per un prodotto animato con pochi eguali per quanto riguarda la diffusione e il consumo su scala mondiale.

Sarebbe ridondante parlare del maestro in questi termini. Tutti hanno portato la propria nostalgia, condiviso i propri ricordi di quando, nella solitudine della propria cameretta, hanno provato ad emulare la Kamehameha (“onda energetica”, in italiano). Questo è sacrosanto. Uno degli elementi che ha reso grande l’arte di Akira-sensei è dopotutto l’appetibilità estremamente mainstream e popolare delle sue opere. La sua capacità di parlare a tutti, indipendentemente dal tempo o dallo spazio. Allo stesso modo sarebbe inutile fare un excursus della vita dell’autore, le informazioni possono facilmente essere recepite ovunque. Quello che si tenterà di fare qui è testimoniare l’enorme importanza di Toriyama nel panorama dell’arte e della cultura popolare contemporanea. Dalle colonne portanti del suo modo di strutturare la narrazione ai piccoli stilemi di caratterizzazione dei personaggi, tutti hanno ripreso da lui. Perché le sue opere sono apprezzate tanto dai bambini degli anni ’80 quanto dai bambini degli anni 2010? Perché il suo stile è stato così influente per praticamente ogni serie animata o disegnata nipponica venuta dopo di lui? Dove si nasconde il valore del suo lavoro? In fondo si tratta di tizi muscolosi che sconfiggono i cattivi a pugni trasformandosi.

Bisogna anzitutto contestualizzare il periodo in cui l’autore fiorisce. Negli anni ’70 e nella prima parte degli anni ’80, l’animazione e il fumetto in tutto il mondo stavano subendo una crisi senza precedenti. La Disney rischiava di chiudere (si riprenderà solo nel 1989 con “La Sirenetta”), le grandi pubblicazioni supereroistiche dei comics erano sul punto di scomparire dopo anni di censura moralistica e crisi di idee, in Francia le grandi pubblicazioni autoriali storiche fallivano in continuazione. Nel mentre, in Giappone si stava affermando uno stile variegato e squisitamente autoctono. I mangaka e gli animatori giapponesi si lasciavano ispirare da stili provenienti da ogni parte del mondo, ma li rielaboravano a modo proprio, con una sensibilità esclusivamente orientale. Fino a quel momento, il padre dei manga era Osamu Tezuka, che aveva fondato le basi della creazione del fumetto giapponese moderno. Con Toriyama assistiamo a una vera e propria rivoluzione. 

Sulle orme di Tezuka, i personaggi si fanno semplici, sintetici, estremamente riconoscibili. Il tratto diventa giocoso, tondeggiante, simpatico, immediato. La linea esterna del disegno si fa più spessa, sembra quasi fatta con un pennarello. Il suo stile diventa un nuovo canone estetico senza tempo, individuabile tra altri mille, scanzonato e goliardico. Anche nei disegni di creature più mostruose e imponenti non ci si prende mai troppo sul serio. Testimone ne è il modo in cui l’autore disegna personaggi femminili. Sensuali ed erotiche, semplici, ma mai deboli. Estremamente femminili, alle volte caricaturali, quanto potenti. La vera scintilla dell’artista, tuttavia, ha risieduto nella capacità di immaginare interi mondi, creature fantastiche, mostri e mezzi di trasporto. 

Tanto nel suo periodo iniziale, più “cartoonesco”, tondo e dolce, tanto nella seconda parte della sua attività, dove i fisici muscolari e gli occhi severi prendono sempre più spazio. Un artista geniale perennemente in evoluzione, ma sempre perfetto. Uno dei picchi più evidenti di questa creatività è stato raggiunto nel suo progressivo lavoro di character designer per la decennale serie videoludica “Dragon Quest”, dove i personaggi e i mostri sono una gioia per gli occhi, nessuno escluso. Alcuni di questi, i più iconici, sono tuttora citati e omaggiati.

Nei mondi del maestro si fondono in maniera armoniosa contesti selvaggi, primitivi, rocciosi o desolati (esteticamente affascinanti, coadiuvati dall’estrema e ben nota pigrizia del nostro) con elementi tecnologici all’avanguardia, futuristici e fantasiosi, esaltati da un design sempre impeccabile. Questo è uno dei motivi principali per cui i suoi prodotti sono così tanto in grado di resistere al passaggio del tempo: le sue creazioni non vengono erose dal progresso della società nel mondo reale. L’essenza squisitamente irrealistica dei prodotti tecnologici disegnati dall’autore assegna loro un sapore sempre nuovo, e dunque impossibilitato all’obsolescenza. 

Il mondo del fantasy era ancora legato a standard ben precisi, quando Toriyama cominciò a creare storie fantastiche mischiandovi la fantascienza e la demenzialità, con uno sguardo sempre rivolto all’Occidente. C’è tanta Disney nelle sue creazioni, tanto Star Wars, tanto Alien, tanto cinema americano di genere, tanta cultura tradizionale cinese. Eppure, parliamo di un periodo in cui si era ancora figli del modello à la Dungeon and Dragons; come poteva quel tipo di mondo lasciarsi andare a quell’umorismo bambinesco? I personaggi di Toriyama hanno sempre viaggiato su un sottile filo di comicità e ambizione. Non sono rari i momenti nelle sue opere in cui una dinamica tra personaggi che dovrebbe essere solenne ed epica scade nel ridicolo nel giro di qualche minuto. Toriyama gioca come un bimbo felice, arrivando più volte anche a piegare il mezzo fumetto, tanto da oltrepassare i confini delle vignette, eliminarle, o addirittura romperle.

Parliamo di personaggi che svolgono una vita semplice, mossi dal proprio buon cuore e il loro amore per il prossimo. La forza di Goku come icona mondiale è stata proprio questa. Un moderno Superman, sceso sulla terra in seguito alla distruzione del proprio pianeta, che sarebbe capace di cancellare l’umanità intera, se solo volesse. Ma non vuole. Sulla Terra, Goku impara l’empatia e l’amicizia, così come faranno tutti coloro che vi passeranno. L’umanità, intesa sia come popolazione terrestre, sia come sentimento di aspirazione al bene per tutti, è sempre un personaggio centrale delle opere del maestro. È irrilevante il pianeta da cui si proviene e l’aspetto che si ha. Una volta che anche il più duro dei malvagi viene messo in condizione di amare, nessuno sfugge al richiamo della benevolenza e l’istinto di aiutare gli altri. Sono messaggi banali, sentiti mille volte, ma vitali se inseriti in prodotti che vogliono parlare in primis ai bambini. Non c’è eroe dei manga contemporanei che non abbia un debito di riconoscenza verso Akira-sensei. Questo risuona ancora di più in un’epoca in cui gli antieroi hanno la meglio nel cuore delle persone. Siamo costantemente alla ricerca di ambiguità morali e passati turbolenti. Ogni tanto fa bene rifugiarsi nel cuore dei buoni, in chi tenta di ribaltare la spietatezza del mondo con il sorriso. 

Da qui è venuto tutto. Ogni aspetto della cultura pop contemporanea, dai Pokemon ai videogiochi d’azione, dall’estremo successo delle fiere dei fumetti alle evoluzioni. Tutto ha il suo marchio. E come per il cinema di Hayao Miyazaki, non ha senso cercare qualcuno a cui passare la torcia. I mangaka e gli animatori che sono nati in seguito alla rivoluzione di Toriyama hanno il dovere di tracciare la loro storia.

Il Toriyama più iconico è quello dei combattimenti, del Super-Saiyan, delle mosse energetiche, delle trasformazioni, delle fusioni. Il Toriyama migliore, secondo l’umile opinione di chi scrive, è quello delle esplorazioni in mondi fantastici, delle atmosfere sognanti e dei viaggi dell’eroe pieni di creature bizzarre e posti assurdi. Ci ha fatto camminare per mondi meravigliosi che mai avremmo potuto immaginare. Ci ha dato tanto. Ci ha dato tutto. Non smetteremo mai di volergli bene, ridendo di gusto come bambini.

Edoardo Cappelli