Una vita con Francesco Guccini, un poeta del nostro tempo
09/08/2026

Francesco Guccini è stato una voce contemporanea che ha saputo raccontare l'Italia e le sue contraddizioni con una profondità e una sensibilità uniche. La sua musica è intessuta di parole che, al di là delle note, vivono di vita propria, poesie cantautoriali che toccano corde profonde dell'anima. Tra i suoi testi più emblematici, non si può non citare "Dio è morto", una canzone che, per il suo titolo provocatorio, subì la censura della RAI, ma che fu accolta e trasmessa da Radio Vaticana. Un evento straordinario, che dimostra come il senso profondo del brano, che esplorava la crisi di valori e la ricerca di un senso trascendente in una società in rapida trasformazione, fosse stato compreso e apprezzato anche in un contesto religioso. "Dio è morto" non era un'affermazione di ateismo, ma un grido di dolore per un mondo che rischiava di smarrire la sua bussola morale. Guccini, quindi, non è solo parole e musica; ha vissuto di grande cultura, con una passione per il cinema. La sua cinefilia lo ha portato a esplorare il grande schermo come attore, ad esempio nella sua interpretazione nei film di Leonardo Pieraccioni, dove la sua presenza sorniona e carismatica ha dato vita a personaggi memorabili, arricchendo le commedie con un tocco di autenticità. Ricordiamo anche "Radiofreccia", il film cult di Luciano Ligabue, in cui Guccini, con la sua voce roca e il suo sguardo profondo, interpreta un personaggio che sembra uscito direttamente dalle sue canzoni: un saggio e disincantato barista, custode di storie e segreti di una piccola provincia italiana. Un'interpretazione magistrale, che conferma il suo talento eclettico e la sua capacità di calarsi in ruoli diversi con grande naturalezza. Guccini è un artista completo, un intellettuale che ha saputo attraversare epoche e generazioni, rimanendo sempre fedele a se stesso. La sua arte, che sia espressa attraverso la musica, le parole in versi o il cinema, ci regala uno sguardo prezioso sulla nostra realtà, invitandoci a riflettere, a sognare e a non smettere mai di cercare il senso profondo delle cose.
(Michela Manente)

Per molti la commozione e il cordoglio si uniscono alla nostalgia, al ricordo, le schitarrate, gli anni del liceo, quando “a vent’anni si è stupidi davvero”. Quegli anni 70 che Guccini, con ancora un Eskimo addosso, cantava già da disilluso. Gli anni in cui si sognava, si volava, ma poi, per dirla con un altro grande, Giorgio Gaber, “il sogno si è rattrappito”.
Ma Francesco Guccini, novello Cirano che “non perdona e tocca” dai tempi dell’Avvelenata, ha continuato a cantare “io non la sopporto la gente che non sogna”. E così, “tra la via Emilia e il West” non ha mai smesso di far sentire la sua voce. Ed ora sentiamo la mancanza di un altro poeta con cui siamo cresciuti e magari ci siamo innamorati.
“Mi piace far canzoni e bere vino, mi piace far casino” cantava. E prima di ritirarsi nella sua casa di Pavana tra i suoi molti gatti a cui dispensava affetto, era ancora comparso al cinema, nei panni dell’indimenticabile barista di Radiofreccia di un altro emiliano doc, Luciano Ligabue. Poi, dopo le canzoni, dopo la fiaccola dell’anarchia, la vecchiaia serena, i gatti, il lambrusco “e a culo tutto il resto”.
(Gabriella Aguzzi)

Francesco Guccini lascia un vuoto curioso. Non quello delle star unanimemente amate. Ha accompagnato la vita di milioni di persone senza mai cercare di piacere a tutti. Non piaceva a tutti.
Guccini sapeva cantare? La risposta dipende da cosa si intende per canto. Se per cantare si intende possedere l’estensione di un tenore o la precisione di un virtuoso, molti suoi detrattori avevano gioco facile. La sua voce era ruvida, imperfetta, a volte faticosa. Andiamo oltre, cantare significa trasformare parole in esperienza umana e Guccini è stato uno dei più grandi interpreti della canzone italiana.
Nessuno potrebbe chiedere a Céline di migliorare la sua calligrafia. A Kafka di scrivere senza la prigione del suo lavoro.
Per Guccini la voce era uno strumento al servizio del racconto. Le sue canzoni non chiedevano di essere ammirate. Chiedevano di essere ascoltate. È una differenza enorme. E spesso impopolare. Lo trovavano prolisso, moralista, ideologico.
Io sono frastornato. Non sono un ipocrita. Riuscirò sicuramente a sopravvivere senza il Guccini cantautore. Permettermi però una riflessione. Il nostro Paese è ridotto a un asilo nido da individui in giacca e cravatta: questo Paese purtroppo non ce la farà. Serviva la sua presenza. Intimoriva la minchioneria, la demiurgica preziosa di chi ha solo parole. La banalità del qualunquismo. Non scordiamo che siamo e saremo sempre nani sulle spalle di giganti. Lui era un “gigante”. Uno di quelli che puoi guardare negli occhi parlando di ogni argomento in pace. Pesava il peso dell’umanità che abbiamo rivenduto perché non ripagava in denaro e fama e pubblicità.
Non sappiamo cosa farcene della maggior parte della bellezza che ci sta attorno e ci ospita. Ci fa star bene solo metaforicamente eiaculare e sporcare e lasciare piccole tracce di noi. Ci basta a sentirci vivi.
Potete leggere chi fosse ovunque. Un professore che aveva preso la chitarra. Un nostalgico cronico. Un sopravvalutato, accusandolo di aver costruito una reputazione letteraria superiore al valore musicale delle sue opere. Sono obiezioni legittime. Necessarie.
(Damiano Landriccia)

Io sono arrivato all’adolescenza e tu eri già là da tempo. Ti ho sentito mentre respiravi l’ultimo istante di vita di S. F. al volante, con accanto un fidanzato ignaro dell’arrivo della morte improvvisa. E, ancora, sono rimasto come un cretino quando la tua voce unica mi ha portato in verticale sul camino e dentro il fumo nero e dolciastro del crematorio di Aushwitz, con i suoi milioni di vite combuste e di bambini angelicati. Con quel cannone che non smette di tuonare, e come un’ape impazzita vola su tutte le epoche moderne, bussando anche oggi tormentoso e straziante alle nostre porte. E, poi, quell’Avvelenata, che ho tradotto mille volte nei miei articoli con il vaffa teso e sotteso, perché l’uomo è anche i suoi cattivi umori e non solo buona e ipocrita educazione.
Ti ho poi seguito come il povero Sancho, saggio e lucido, nel tuo Don Chisciotte, e ho vissuto il tuo tocco finale al cuore con Cyrano, pensando alle donne alle quali non ho mai saputo parlare a causa del mio naso deforme di timidezza, perché come Rossana erano belle e irraggiungibili. Ma solo ascoltando la Locomotiva ho capito che qualcuno era ancora più anarchico di me. Io che, come il bambino della canzone, credevo che i racconti dei vecchi sul mondo perduto fossero solo belle favole. Hai varcato il Sacro Cancello prima di me: quando sarà, cantami la canzone che non hai ancora scritto. Ciao, Francesco!
(Maurizio Bonanni)
Redazione