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Gabriella Aguzzi Capo Redattore

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Il Grande Salto

08/06/2020

A volte il destino baro e beffardo riesce a trasformare la vita nella sua seducente banalità. Spesso si crede in esso come ad un dogma, come qualcosa di già scritto e ti sorprende quando meno te l’aspetti. Ti arriva alle spalle concedendoti ciò che cercavi ma sotto una veste sarcastica ed inversa alle aspettative. Una beffa.
Potrebbe essere un buon incipit per un libro se non fosse che stiamo parlando dell’esordio in regia di Giorgio Tirabassi con il film “Il grande salto”, che lo vede tornare a recitare con un Ricky Memphis tirato a lucido.
Il film è l’omaggio alla commedia all’italiana degli anni ’60 che affascinò anche Hollywood ed un grande atto d’amore per il cinema. Potremmo definirla la versione moderna de “I soliti ignoti” o addirittura “Febbre da cavallo”. Solo che mentre i personaggi di questi due film, sono decisi se non audaci; nel film di Tirabassi entra in scena anche l’ansia di due soggetti alla canna del gas che ormai hanno poco o niente da perdere.
Ispirato alla commedia di Monicelli, Citti e Risi, talvolta commette l’errore di indulgere troppo ai maestri citati ma, sostanzialmente, mantiene quell’equilibrio tra ironia e risate da una parte, dall’altro si fa strada malinconia e tristezza, avvilendo così il potenziale degli interpreti.
Nello (Memphis) e Rufetto (Tirabassi), sono piccoli, maldestri malviventi di periferia. Non hanno né un lavoro né una casa. Escono di prigione dopo quattro anni per un furto andato male tanto per cambiare.
Cercano un lavoro onesto ma per loro, che sanno fare solo quello ed a cinquant’anni, le porte sono serrate. Allora decidono di compiere “il grande salto”. Una rapina che nelle loro intenzioni gli cambierà la vita. La moglie di Rufetto vorrebbe solo una esistenza normale ed andar via dalla casa paterna, lasciare i genitori che considerano il marito un fallito nullafacente che porta solo guai. Tuttavia, la loro vita riprende come prima, ricca di sventure tanto da sembrare gli cadano addosso con sistematico tempismo. Per questo Nello si convince che il loro destino sia segnato, infausto. Ed in questa situazione non si può non tifare per i due protagonisti.
Braccati anche dalla Camorra cui il padre di lei si rivolge per suo genero, l’unica possibilità è scappare ma, prima, si recano presso la Croce del Sacro Monte in Abruzzo. E qui succede ciò che non ti aspetti, il colpo di teatro che Tirabassi traccia con sapienza.
Il film scorre con il ritmo giusto tra sorriso ed amarezza; talvolta il regista sbanda lasciandosi trasportare troppo nel melanconico ma per un esordio è tutto perdonabile in quanto il Tirabassi attore e quello regista, a tratti, sembrano essere scollati.
Il film è piacevole come lo sono le ambientazioni. Il merito è quello di sfatare molti miti della periferia romana, valorizzandola nel suo intimo più profondo e rendere simpatici due malviventi cui la vita sembra davvero aver voltato le spalle.
Ovvio che qualche imperfezione vi sia, talvolta dei passaggi a vuoto che vengono però subito colmati da altri ben più convincenti, con dialoghi ben strutturati che si calano alla perfezione nella realtà nella sua crudezza.
Tuttavia la determinazione è testarda e mai rinunciataria come quella dei protagonisti che ci offrono una visione diversa con una vena sincera della realtà che ci dice che Nello e Rufetto, in fondo, sono gli ultimi, quelli ai quali non è concessa alternativa.
Notevoli i camei offerti dagli amici di sempre ossia Giallini, Mastandrea e Lillo.
In conclusione, Tirabassi ci dà l’occasione di sorridere, talvolta con l’amaro in bocca. Le vicende dei protagonisti ci portano inevitabilmente a riflettere sul senso della vita offrendoci una prospettiva diversa, nella quale nulla è scontato ma tutto è in gioco e le variabili possono essere tante e diverse. Con la sua semplicità, Tirabassi ci dimostra come anche la cosa più bella, la vita, possa essere matrigna come nient’altro.
Insomma, buona la prima.

Nuccio Franco