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Gabriella Aguzzi Capo Redattore

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Interstellar di Christopher Nolan

05/11/2021

Quella di Cooper, ex-astronauta, riciclatosi coltivatore di mais, in un mondo disperato e disperante, piegato dalla Piaga (che distrugge i raccolti) e dalle tempeste di polvere, è in realtà non solo una ricerca di salvezza (per i propri figli, per l’Umanità) e di riscatto (la riscoperta della NASA, l’avventura nello spazio), ma una vera e propria ricerca del tempo perduto.
Tempo rubato alle emozioni, agli affetti, ad un futuro insieme.
Tempo rubato dalla Relatività, che avvolge il viaggio salvifico verso un ipotetico pianeta abitabile, la nuova Terra Promessa ad un’Umanità stanca e logorata.
Tempo che la matematica del Cosmo inesorabilmente moltiplica mostruosamente, trasformando le ore in decenni, per chi resta e deve affrontare l’assenza e la disperazione (e vi si allude soltanto, senza troppo mostrarne, se non sul piano degli affetti stretti).
Tempo che nel finale si avvolge circolarmente e (abbastanza) sorprendentemente, restituendo la speranza e la salvezza (no spoiler!).

Al di là di qualche momento di calo, o qualche smagliatura nella coerenza del racconto (perdonabili, a mio avviso), ecco finalmente un film che tratta in maniera semi-scientifica Relatività, buchi neri e vari parafernalia cosmici: basta con la velocità Warp, che tutto sistema e rattoppa nelle trame sbrindellate dei film di “cassetta”. Pur non essendo un “tecnico”, non mi nascondo che alcuni effetti collaterali, e alcune rese sceniche degli stessi, possono lasciare perplessi.

Ma Interstellar ha almeno un grande merito, come film di fantascienza, anzi due: il primo è quello di fare delle regole del Cosmo la stessa materia prima della storia, che essa pure si intreccia e si alimenta con le bizze circo-temporali delle singolarità dell’Universo. Il secondo è quello di non sacrificare (come quasi sempre avviene) lo spessore dei personaggi alla pura (e non più tanto sorprendente ormai) spettacolarità degli effetti: e questo è forse – mi piace sperarlo – del riconoscere che la materia prima delle storie sono e restano i personaggi, le loro relazioni, i loro conflitti, materia prima che realmente ci cattura, più di un buco nero, e come questo è a ben guardare inesauribile e – intelligentia gratia – sempre avvincente.

Che altro dire? Del rispettato silenzio dello spazio (2001 Odissea nello spazio docet), dei robot che non sono androidi umanizzati (basta!) ma macchine pensanti, e ciononostante dotate di humour, di un cast stellare (sic), con un Mathew McConaughey in stato di grazie (mai un eccesso, mai una scivolata), un Michael Caine assolutamente perfetto, e la coppia di eroine Jessica Chastain – Anne Hathaway di una naturalezza sconcertante. Menzione d’onore a Mackenzie Foy, una giovane Murphy… beh, struggente.

Al di là della storia, di cui s’è detto, di Interstellar rimane, struggente (bis) e malinconica, l’atmosfera che riesce a creare e mantenere, pur nel tourbillon di vicende cosmiche: senza nulla togliere, con questi toni e queste sfumature, il dolore della separazione (che non sarà un abbandono) contrapposto al desiderio di partire, andar oltre le Colonne d’Ercole, difficile non vederci una dimensione epica, e (si parva licet) ricordare di un astuto greco di un paio di millenni fa.

Davide Benedetto