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Gabriella Aguzzi Capo Redattore

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It

04/09/2019

"L'energia che si scialacqua con tanta profusione da ragazzi, l'energia che si ritiene non debba mai esaurirsi, si dilegua tra i 18 e i 24 anni per essere sostituita da qualcosa di più opaco(...) Non se ne va tutta di colpo con un grande scoppio. E forse è questo l'aspetto più inquietante. Non si smette di essere piccoli tutt'a un tratto con una grande esplosione, come uno di quei palloncini pubblicitari con gli slogan. Il bambino che hai dentro cola fuori, trapela come aria dalla foratura di una gomma. E un giorno ti guardi allo specchio e ti trovi faccia a faccia con un adulto. Puoi continuare a portare i jeans, ad andare ai concerti di Springsteen, ti puoi tingere i capelli, ma la faccia che c'è nello specchio è lo stesso quella di un adulto. Ed è successo tutto mentre dormivi, forse, come la visita della fatina dei denti.”  (Stephen King - It)

Attenzione: la recensione contiene SPOILER!!!

Sì, It, il libro, è un horror, e alcune pagine sono veramente agghiaccianti, ma catalogare come horror questa monumentale opera di Stephen King è rimpicciolirla in una definizione riduttiva. E’ un romanzo sulla crescita, sulla memoria, sul potere dell’amicizia, sul turbamento, su come si impara a fronteggiare l’orrore, sulla colpa, sulla perdita, su quanto resta in noi dell’infanzia e quanto abbiamo smarrito e dimenticato.
E’ la storia di Derry e dell’orrore che si annida nelle sue viscere, dormendo e destandosi, ripetendosi nel tempo sotto diversi volti e forme. E’ la ricerca del tempo perduto.
Ebbene niente di tutto questo rimane nella versione cinematografica che fa scempio delle pagine di King riducendolo a horror per teenagers. It, il film, è uno splatterone che semplifica sbrigativamente ogni passaggio narrativo (il “rito di Chud” ridotto ad un “bruciamo in circolo gli oggetti trovati nella caccia al tesoro e vediamo se funziona”) e mira solo a far saltare sulla sedia, riuscendovi solo a tratti.
Eppure non iniziava poi così male il film di Andy Muschietti, insomma lasciava sperare che, pur avendo distrutto la struttura narrativa con la scelta scriteriata di dividerlo in due capitoli netti con i protagonisti prima bambini e poi adulti (e già questo fa rabbrividire, ma negativamente) un po’ di fascino restasse: al riapparire del ghignante Pennywise (Bill Sarsgård) tutto torna a ripetersi, It si è risvegliato e il Male richiama a Derry chi se ne è andato per un’ultima resa dei conti. Ma poi, più ci si discosta dalle pagine di King, o ci si limita alla mera rappresentazione visiva di alcune apparizioni mostruose, più si scivola in un pasticciaccio ripetitivo. I protagonisti, sempre più attoniti, contemplano gli orrori che si parano loro davanti, le inquadrature cambiano di poco – visione orripilante, stacco, personaggi orripilati – i dialoghi piazzano qua e là qualche battutina a sproposito e a un certo punto cominci a sperare che i Perdenti escano presto da quei meandri e che il film non vada oltre per le lunghe. It prende vari sembianti fino ad assomigliare all’Occhio di Sauron e si diverte a presentare enigmi vari nel labirinto, tipo parare davanti tre porte con le scritte “Scary, Very Scary, Not Scary at all”. Quando poi i Nostri pensano di risolverla facendo rimpicciolire It per poterlo sconfiggere siamo davvero dalle parti del Gatto con gli Stivali.

Peccato, perché l’attesa c’era, anche se la speranza era poca e come già appariva dal primo capitolo il Cinema ancora una volta coglie di King l’aspetto più superficiale e non quell’orrore che pulsa da dentro, nelle paure della vita e nei mostri della mente che assumono poi forma. Raramente su schermo si è resa giustizia ai suoi incubi e It è opera più che mai difficile da tradurre su schermo. Il suo cogliere i turbamenti di quell’età in cui si sta per varcare il confine della linea d’ombra e che nella forza dell’amicizia trova il potere di fronteggiare l’oscurità è assolutamente perfetto. Non è un caso che It assuma la forma dei mostri dei film dell’orrore visti durante l’estate, perché lì sta il loro ingenuo spavento, e che poi sia visto da tutti i ragazzi del Club dei Perdenti nella stessa forma quando sono uniti. La scoperta della sessualità nel momento in cui si sconfiggono le paure e il bisogno di credere in quello che eravamo. King dipinge un mondo ad altezza di bambino e contemporaneamente ci sprofonda in un cuore di tenebra, racconta la crescita affrontando l’orrore.
Quello che già era racchiuso nel racconto “Il Corpo” di “Stagioni Diverse” portato poi al Cinema col titolo di Stand by Me (uno dei rarissimi esempi di film tratto dalle pagine di King e riuscito) qui si amplia e viene raccontato in chiave horror. Un horror carico di allucinazione e di inquietudine. L’impianto narrativo è eccezionale. King alterna passato e presente andando avanti e indietro verso quel tempo dimenticato perché lentamente riaffiori e nell’ultima parte del libro il confronto si fa più serrato, come se i due tempi tornassero ancora a congiungersi, perché solo così si può sconfiggere It.
Un preludio, l’inseguimento della barchetta di carta che porta alla morte del piccolo Georgie, prima manifestazione dell’orrore che torna a risvegliarsi a Derry, e lascia dietro di sé il vuoto e l’ombra della colpa nel fratello Bill. Poi, 27 anni dopo, l’orrore ritorna, ancora una volta sulla scena qualcuno dice di aver visto un clown. E poi sei telefonate, un suicidio, sei adulti che vengono richiamati indietro a quell’estate del ’58. E tra una parte e l’altra della storia gli interludi in cui Mike Hanlon, unico rimasto a Derry, ricostruisce la storia della città andando indietro negli anni, episodi mostruosi che si ripetono ciclicamente, ed ogni volta, su un fatto di sangue, la presenza di un clown.... Perché l’orrore cova da sempre nelle sue profondità.

Fu girata, nel ’90 una miniserie TV diretta da Tommy Lee Wallace con Tim Curry nel ruolo di Pennywise. Ingenua, mal recitata e con effetti speciali maldestri, ma tutto sommato abbastanza fedele, almeno nello svolgimento. Certo si perdeva il senso della paura interiore e tutte le pulsazioni dell’animo che sono alla radice del libro, si perdeva interamente la storia di Derry (così come non vi è traccia alcuna nel film)  e il tutto veniva molto edulcorato spogliandolo della sua vera inquietudine. Ma restava un’onesta seppur calligrafica trasposizione. Un compitino portato a termine senza emozione ma con decoro. Ora, nel 2017 per il primo capitolo e nel 2019 per il secondo, con tutti i maggiori mezzi che il Cinema in quasi vent’anni ha acquistato e una Produzione forte alle spalle, ci si aspettava davvero qualcosa di più.
Intendiamoci, It non è un romanzo perfetto, anche se ti lascia il segno. La parte finale, quando si arriva a fronteggiare It da vicino, che dovrebbe essere il clou del libro, è invece una delusione enorme. Perché dare una spiegazione alla natura di It e non lasciare invece qualcosa di impalpabile?: It è solo il Male che si è radicato nella terra. Ma tutto quel potenziale che il libro presentava è stato accantonato, soffermandosi, e neanche bene, sugli aspetti esteriori. Sì, James McAvoy nel ruolo di Bill Denbrough avrà certo più carisma di Richard Thomas che dopo la citata miniserie non ha comprensibilmente fatto molto altro di rilievo, ma anche lui è sprecato e non ha molte occasioni per mettersi in luce.  Jessica Chastain è una Beverly sicuramente più bella ma a un certo punto più che guardarsi attorno atterrita non fa (perché poi, in entrambe le versioni, si è voluto coronare il sogno d’amore di Ben e lasciar da parte la storia con Bill?)
Della scelta di spostare l’epoca del ricordo dagli Anni Cinquanta agli Anni Ottanta già abbiamo detto a suo tempo, quando abbiamo recensito la prima parte. E la ricostruzione Anni Ottanta, l’epoca che nel libro è il presente e nel film è il passato, è oggettivamente ben fatta, ha quel sapore agrodolce che possono avere i nostri ricordi. Ma nel Capitolo Due ambientato ai giorni nostri, a parte qualche flash back con l’effetto nostalgia, regna il piattume.
E come se non bastasse ci attaccano anche il lieto fine. Quello svanire della memoria, di tutto quanto aveva tenuti uniti i Perdenti cementando la loro amicizia, quel nuovo sbiadire del ricordo di cui però permane una debole scintilla che tanto aveva reso struggenti le ultime pagine del libro, non c’è. Perché non c’è poesia e non era la poesia che gli autori del film pensavano il pubblico chiedesse.

“Vattene da Derry, allontanati dal ricordo ma non dal desiderio. Quello resta, tutto ciò che eravamo e tutto ciò che credevamo da bambini, tutto quello che brillava nei nostri occhi quando eravamo sperduti e il vento soffiava nella notte”

Gabriella Aguzzi